New worker: tra precarietà, superlavoro e stress 2002

Saranno all’incirca 100.000 le ore lavorate da molti di coloro che hanno iniziato a lavorare nel 2000, a patto di avere una vita lavorativa di 35 anni. Prima del 1900, un uomo di 65 anni aveva lavorato nella sua vita 220.000 ore; una persona nata nel 1935 ne aveva lavorate “solo” 95.000 ore. Nel 1972 si prospettava, invece, una vita lavorativa di 40.000 ore appena: prodotto di 33 anni di attività, 12 settimane di vacanza all’anno e 28 ore lavorative per settimana. Un auspicio ben lungi dall’essere realizzato.
I dati contenuti nello studio dell’Eurispes mettono in evidenza una vera e propria inversione di tendenza del mercato del lavoro, che si concretizza nella compressione del tempo libero e nella crescente pervasività e invadenza del lavoro. Si lavora di più e si pensa sempre più spesso al lavoro e si va verso una sostanziale commistione tra tempo libero e tempo dedicato all’azienda in cui è soprattutto il secondo a invadere il primo. Si tratta della versione più soft della “reperibilità H24” cui sono costretti, tra gli altri, gli help-desk e tutta una serie di lavoratori sempre a disposizione per tamponare l’emergenza di turno.Ci troviamo dunque dinanzi a forme di superlavoro il cui concetto, nello studio dell’Eurispes, viene considerato in termini di quantità di ore lavorate in riferimento al medio e al lungo periodo.

 

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Indice

Il lavoro nel capitalismo postmoderno
Il superlavoro: tra dipendenza, sfruttamento e strumentalità
Tra autonomia e solitudine: il superlavoro del telelavoratore
Rischi psico-fisiologici da stress da superlavoro
Conclusioni

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