Una comunicazione strategica al servizio di un progetto di sviluppo condiviso tra EU e Russia – di Marco Ricceri, Segretario generale dell’Eurispes

 

Third International Conference

“Transformation of International Relations in the XXI Century: Challenges and Prospects”

Diplomatic Academy – April 27-28th 2017, Moscow-Russia

Round Table : The relations between EU countries and Russia: the communication aspects”

 

 

 

Una comunicazione strategica al servizio di un progetto

di sviluppo condiviso tra EU e Russia. Utopia o realtà?

 

di Marco Ricceri

Segretario generale, Eurispes

Roma-Italia

 

 

 

1-Comunicazione strategica: atti recenti della UE nei confronti della Russia.

Il punto di partenza per una riflessione adeguata sul ruolo della comunicazione strategica nei rapporti  tra Unione Europea e Russia e su un possibile contributo al miglioramento della cooperazione tra i due mondi si trova nell’analisi degli atti importanti approvati in materia dal Consiglio europeo, dalla Commissione e dal Parlamento europeo nel corso del 2015 e del 2016.

 

1.1-Consiglio Europeo : una Task Force per la Comunicazione strategica nell’Est

Come è noto, il 20 marzo 2015 il Consiglio europeo ha promosso la costituzione di un organismo specifico, East StratCom Task Force, una nuova struttura operativa composta da un team di esperti in materia di comunicazione strategica con lo scopo preciso di fronteggiare le campagne di disinformazione organizzate in Europa da soggetti esterni, in particolare dalla Russia, ed ha incaricato l’Alto rappresentante della politica estera europea e il relativo servizio EEAS di predisporre un piano di azione in materia.

 

Questo piano è stato elaborato e presentato ufficialmente nel giugno 2015 e persegue tre obbiettivi precisi: a) comunicare e promuovere in modo efficace le politiche e i valori della UE tra i paesi del Partenariato orientale (Armenia, Azerbaijan, Belarus, Georgia, Moldova, Ucraina) sottolineando gli aspetti positivi ed i benefici concreti che l’azione europea può avere nella vita quotidiana delle persone e delle loro comunità; b) rafforzare il sostegno ai media indipendenti nei paesi del Partenariato orientale e degli stessi stati membri della UE; c) rafforzare la capacità della UE di prevedere, fronteggiare, rispondere alle campagne di disinformazione di soggetti esterni. E’ esclusa l’iniziativa di contro-propaganda.

 

Le azioni concrete previste dal piano e svolte dal team di esperti, che è diventato operativo nel settembre 2015, sono principalmente le seguenti: la organizzazione di campagne di comunicazione proattive sulle questioni politiche più importanti per la UE; l’analisi e la valutazione delle tendenze che caratterizzano le campagne di disinformazione organizzate dall’esterno, con raccolta e pubblicazione settimanale degli elementi di disinformazione in una apposita rivista Disinformation Review (commento dei fatti e delle notizie, non delle opinioni); il sostegno al sistema dei media nei paesi che partecipano al Partenariato Orientale e la promozione di un nuovo, specifico programma di comunicazione regionale chiamato OPEN. Il team di esperti è composto da oltre 400 membri, presenta competenze diverse e una vasta conoscenza delle lingue estere, tra cui la lingua russa, ed opera con riferimento al budget previsto dal programma europeo sulla comunicazione strategica. Per informare le milioni di persone che parlano la lingua russa nel mondo e in Europa, il servizio EEAS ha organizzato un apposito sito web, EEAS Russian language website. Il piano di azione predisposto dal servizio EEAS invita anche gli stati membri della UE ad intensificare il sostegno alla indipendenza dei media negli stati del Partenariato Orientale in raccordo con la Organisation of Security and Cooperation in Europe – OSCE e con il Consiglio d’Europa.

 

Ovviamente tutto questo programma di attività, come altre iniziative simili di promozione attiva della UE, sono state decise a seguito della esplosione delle tensioni per la crisi Ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Federazione russa, avvenuta nel 2014. 

 

1.2-Parlamento Europeo: il Rapporto Landsbergis

A sostegno dell’azione del Consiglio e della Commissione europea, la commissione affari esteri del Parlamento europeo ha approvato il 13 maggio 2015 la relazione presentata da Gabrielius Landsbergis, parlamentare della Lituania (2015/2001(INI) nella quale sono evidenziate le molteplici violazioni da parte della Russia del diritto e della sicurezza internazionale, dei diritti umani, delle libertà democratiche fondamentali in un misto di denuncie che vanno dalla partecipazione diretta o indiretta della Russia a numerosi conflitti negli stati confinanti al controllo sui media, la limitazione alla libertà di espressione fino alla repressione delle organizzazioni omosessuali, in modo specifico della Lega LGBTI, sulla base della legge russa che criminalizza la cosiddetta “propaganda omosessuale” e alla criminalizzazione delle organizzazioni della società civile mediante la”legge sugli agenti esteri”. Il documento accoglie con favore la decisione del Consiglio europeo di promuovere un piano di azione per contrastare la propaganda russa e denuncia la pericolosità delle iniziative russe di sostegno, anche finanziario, ai movimenti populisti, radicali ed estremisti diffusi in Europa.

 

L’Unione europea – è questo un primo commento che viene spontaneo – ha relazioni in tutte le principali aree geopolitiche del mondo; quindi anche con realtà regionali e stati nazionali dove vigono sistemi dittatoriali caratterizzati da forme di particolare violenza repressiva; ma non risulta che nessuna di queste realtà e di questi stati nazionali sia mai stato oggetto di documenti politici di denuncia tanto forte ed estesa ai vari ambiti della vita collettiva, come questo documento europeo che riguarda le relazioni UE-Russia; un segnale ben preciso della gravità del deterioramento  della situazione creatasi tra le due realtà.

 

Nel lungo documento sono esposte anche le condizioni per il recupero della collaborazione da parte della Unione Europea nei confronti della Russia, possibile soltanto sulla base di valori e principi condivisi, riguardanti la democrazia, lo stato di diritto, i comuni interessi. Sono questi gli aspetti che interessa approfondire ai fini della nostra riflessione orientata alla ricerca degli elementi utili a ricreare delle possibili linee di convergenza tra le due realtà, russa ed europea. 

 

A questo riguardo, il rapporto del Parlamento europeo è molto chiaro ed esplicito: fin quando la Russia continuerà a seguire una politica di aggressività nei confronti delle realtà confinanti, un ritorno alle relazioni normali, al “business as usual”, come si dice comunemente, non è immaginabile; e non è neppure pensabile che la UE rilanci con la Russia il sistema di “partenariato strategico” in vigore nel recente passato. Nelle attuali condizioni, afferma il documento, una relazione  costruttiva tra UE e Russia può essere pensata nell’interesse di entrambe le parti solo nel lungo periodo e in relazione all’esigenza di affrontare “le comuni sfide globali come i cambiamenti climatici, i nuovi sviluppi tecnologici e la lotta al terrorismo, all’estremismo, al crimine organizzato”. Altri ambiti di intervento nei quali sarebbe auspicabile intervenire con reciproci benefici, sempre in una prospettiva di lungo periodo, sono indicati nel commercio, i trasporti, l’energia, i contatti e gli scambi tra le persone, per mezzo dei programmi Erasmus Plus e Common Steps sui visti per i viaggi brevi, la cooperazione transfrontaliera. Il documento arriva a riconoscere anche i positivi risultati della recente collaborazione tra UE e Russia in alcuni ambiti come la dimensione Nordica, la cooperazione transfrontaliera, i negoziati per l’Iran.

 

1.3-Partenariato Europeo Orientale: la dichiarazione di Riga

Anche nella Dichiarazione congiunta approvata nel vertice del partenariato orientale, svoltosi a Riga il 21-22 maggio 2015, per inciso un documento nel quale la Russia non viene mai citata, l’Unione europea ha confermato, tra l’altro, l’impegno a sostenere “l’integrità territoriale, l’indipendenza e la sovranità di tutti i partner”. “Le azioni contro l’Ucraina e gli eventi in Georgia dal 2014 – si legge nel testo finale – hanno dimostrato che i fondamentali principi della sovranità e della integrità territoriale all’interno dei confini riconosciuti a livello internazionale non possono essere considerati come garantiti nel 21° secolo nel continente europeo”. Nel commento ai lavori del vertice, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha confermato il valore di questa impostazione: “il messaggio principale di questo vertice è proprio il nostro impegno forte, costante e coerente nei confronti del partenariato orientale e di ciascuno dei nostri paesi partner. Ed è un messaggio necessario alla luce dei tumulti, delle aggressioni, delle intimidazioni e persino della guerra che negli ultimi anni hanno colpito questa parte dell’Europa”.  Infine, anche il documento del vertice sostiene le suddette iniziative intraprese in ambito europeo nel settore della comunicazione strategica

 

1.4-Parliamento europeo: la Risoluzione Fotyga

L’anno successivo, il 23 novembre 2016, il parlamento europeo ha approvato una risoluzione “Sulla comunicazione strategica dell’UE per contrastare la propaganda nei suoi confronti da parte di terzi” (2016/2030(INI). La votazione finale del documento, con 304 voti a favore, 179 contrari e 208 astenuti, è indicativa dei notevoli contrasti emersi riguardo al valore ed al merito dell’iniziativa. Anche in questo caso il punto di premessa della risoluzione riguarda la denuncia che “la UE, i suoi stati membri e i suoi cittadini sono esposti a una crescente pressione sistematica per far fronte a campagne di informazione, disinformazione, cattiva informazione e propaganda da parte di paesi terzi e attori non statali, quali organizzazioni criminali e terroristiche transnazionali dislocate nel vicinato della UE che intendono compromettere il basilare concetto di informazione oggettiva o di giornalismo etico, qualificando tutta l’informazione come faziosa o come strumento di potere politico, prendendo anche di mira i valori e gli interessi democratici”. In questo contesto la Russia è accusata esplicitamente di promuovere una vera e propria guerra dell’informazione, un genere di iniziativa di cui si è ampiamente avvalsa l’Unione Sovietica ai tempi della guerra fredda, definita come “un insieme di misure militari e non, di natura palese o occulta, impiegate per destabilizzare la situazione politica, economica, e sociale di un paese sotto attacco, senza una formale dichiarazione di guerra”: Un’aggressione che è “rivolta non solo ai partner della UE, ma anche alla stessa UE, alle sue istituzioni, a tutti gli Stati membri e ai cittadini, indipendentemente dalla cittadinanza e dalla religione”.

 

A questa prima denuncia ne viene aggiunta un’altra: che “la guerra di propaganda e l’intrusione dei media russi sono particolarmente forti e spesso ineguagliati nei paesi del vicinato orientale, nei quali i media nazionali sono spesso deboli e non in grado di far fronte alla forza ed al potere dei media russi”. In tale situazione le istituzioni della Ue sono invitate “a riconoscere che la guerra strategica e la guerra dell’informazione non costituiscono solo una questione esterna alla UE, ma anche una questione interna… per i numerosi intermediari di cui si avvale la propaganda ostile alla UE al suo interno”.Un intero paragrafo della risoluzione (punti n. 7-15) è dedicato ad una specifica denuncia della aggressività del governo russo in materia ed il titolo illustra bene il contenuto degli articoli:”Riconoscere e mettere a nudo la guerra di disinformazione e propaganda della Russia”.

 

Segue un paragrafo – cosa che ha sollevato molte obbiezioni – dedicato alla “guerra d’informazione, disinformazione ed ai metodi di radicalizzazione dell’ISIS/Daesh”, come se le due realtà fossero paragonabili. Secondo un parere ufficiale di minoranza (gruppo parlamentare GUE/NGL Sinistra Europea-Sinistra Verde Nordica) questa sequenza è semplicemente “irresponsabile”.  

 

Tra le principali proposte di contrasto e di tutela dell’integrità del sistema europeo il documento presenta quelle relative al rafforzamento della cooperazione tra UE e NATO in materia di comunicazione strategica; il coordinamento degli strumenti esistenti tra cui la PEV (Politica europea di vicinato), il Fondo europeo per la democrazia (EED), lo strumento europeo per la democrazia e i diritti umani (EIDHR) il Media Freedom Watch (lo strumento per la vigilanza sulla libertà dei media); la promozione degli scambi culturali e sociali tra le comunità locali come piattaforme fondamentali per combattere i pregiudizi delle popolazioni; l’educazione ai media (Media Literacy), la formazione di un giornalismo di qualità. Il documento conclude, infine, riconoscendo che una delle più efficaci misure di contrasto alle campagne di disinformazione russe sarebbe nell’esistenza di media indipendenti e liberi all’interno della Russia stessa; di conseguenza ritiene che il conseguimento di un tale risultato dovrebbe rappresentare un obbiettivo della UE.

 

E’ noto il commento del presidente russo Putin al documento approvato dal Parlamento europeo: “siamo testimoni di un degrado politico della democrazia nei paesi nei paesi occidentali”. Ma anche in Europa diffuse sono state le critiche e le perplessità su questa risoluzione. A titolo di esempio, possiamo citare la dichiarazione della la Federazione dei Giornalisti Europei (EFJ) che ha denunciato “la confusione e la mancanza di coerenza” di questo atto il quale “equipara i media russi a organizzazioni terroristiche come l’Isis; non distingue tra media russi indipendenti e quelli controllati dal Cremlino; confonde comunicazione strategica, propaganda di stato, propaganda terroristica, contro-propaganda e informazione indipendente”. In Italia, diversi commentatori hanno evidenziato il rischio che dietro il “sostegno alla stampa indipendente” l’Unione Europea si appresti ad organizzare un servizio europeo di censura volto ad ostacolare la circolazione della libera informazione. Ad esempio, per alcuni, “la Risoluzione è una concentrazione di neo-maccartismo anni ’50 e ignoranza sul funzionamento dei media e soprattutto delle reti social” (Il Giornale, 1 dic. 2016); per altri, come il quotidiano Repubblica, “il documento approvato a Strasburgo segna evidentemente un punto a favore di chi propende per la linea dura contro il Cremlino”.

 

1.5-Parlamento europeo: lo studio “Global Trendometer”

Come appendice e complemento alla illustrazione svolta finora ed a ulteriore conferma della chiave di lettura in termini di rigida contrapposizione assunta dalla UE riguardo alle relazioni anche future con la Russia, possiamo citare lo Studio “Global Trendometer. Essays on medium and long-term global trends” elaborato nell’autunno 2016 dal Servizio Ricerca del Parlamento europeo. Lo studio presenta gli scenari possibili delle grandi sfide che il sistema europeo dovrà affrontare nella proiezione al 2030-2040: le tensioni mondiali causate dalla scarsità dell’acqua, dalla crescente disuguaglianza economica tra i popoli della terra, dagli interrogativi sul primato della potenza militare degli Stati Uniti, la crescita economica del continente asiatico, la rivoluzione informatica e tecnologica. Circa i cambiamenti in atto nel sistema delle relazioni internazionali, un riferimento fondamentale riguarda la possibile evoluzione del’attuale riavvicinamento e collaborazione tra Russia e Cina; ed a tale proposito è interessante notare che questa possibile, futura alleanza viene definita, in termini decisamente riduttivi e sbrigativi come  una “alleanza autoritaria” e che tutti “gli attori globali e regionali saranno costretti ad adattarsi a questa situazione”. Tra gli elementi di incertezza, lo Studio del parlamento europeo evidenzia il fatto che “le iniziative di politica estera aggressive della Russia possono mettere in pericolo il futuro partenariato con la Cina. Non sono tuttavia chiare né la volontà della Cina di sostenere la Russia in ciò, né il livello di influenza della Cina sulla politica estera della Russia”. In sostanza, anche i messaggi e le comunicazioni degli studi elaborati dai servizi del parlamento europeo a sostegno delle decisioni dei membri del parlamento e divulgati al grande pubblico non hanno esitazione a definire in termini di autoritarismo, antidemocrazia, aggressività il sistema russo e le sue iniziative a livello internazionale, anche in una valutazione di medio e lungo termine.

 

2-Razionalità – Irrazionalità negli atti dell’Unione Europea

Al fine di contribuire ad un cambiamento in questo tipo di approccio e cercare auspicabili sinergie in materia di comunicazione strategica tra UE e Russia, è opportuno considerare attentamente gli elementi che distinguono i due atti politici approvati dal parlamento europeo. Ciò perché a differenza della suddetta relazione Landsbergis, approvata dalla commissione affari esteri il 13 maggio 2015, la Risoluzione Fotyga approvata dall’assemblea 23 novembre 2016 si presenta come un atto politico che non offre alcun aggancio a cui collegare delle eventuali verifiche comuni tra UE e Russia, un passaggio che è indispensabile per cominciare a ricostruire – ammesso che vi sia una reale volontà politica delle parti – un clima di reciproca fiducia e di cooperazione tra due realtà che sono per molti aspetti complementari e che comunque svolgono entrambe un ruolo fondamentale sulla scena internazionale.

 

Da qui la domanda di fondo: quanto nella approvazione di questo importante atto politico europeo, la Risoluzione Fotyga del 2016, come di altri atti simili, vi è di logico e razionale o, al contrario, di illogico o irrazionale ? Quanto hanno influito sulla decisione dei parlamentari europei gli elementi emotivi, retorici, mitologici? La domanda non è affatto fuori luogo, perché sono anni ormai che molti studiosi, esperti e protagonisti della vita europea, di fronte alla crisi attuale del sistema – che lo stesso presidente Junker nel suo rapporto sullo stato dell’Unione Europea 2016 ha definito come una “crisi esistenziale” – si pongono il seguente quesito:  in quale misura le retorica e la mitologia dell’Europa, praticata dai suoi protagonisti, abbia impedito finora di promuovere politiche concrete e realistiche, in grado di rispondere realmente ai veri interessi ed esigenze dei popoli europei.

 

Del resto, anche la relazione dell’eurodeputata Anna E. Fotyga, membro del Gruppo parlamentare dei Conservatori e Riformisti, di formazione americana, già ministro degli esteri della Polonia, con la quale è stata presentata al parlamento la Risoluzione sulla comunicazione strategica, rende legittima una tale domanda. “Consentitemi innanzitutto di esprimere una nota molto personale – ha iniziato in questo modo la sua presentazione –  perché questo problema è anche molto importante per me personalmente. Tutta la mia vita pubblica – una gran parte della quale trascorsa sotto il sistema comunista e successivamente – è stata dedicata a controbattere la narrativa impiegata in primo luogo dalla Unione Sovietica e quindi dalla Federazione russa nella sua tradizionale e speciale sfera di influenza. L’ho sempre considerato un fatto molto pericoloso per la nostra sovranità comune perché questo problema riguarda molte nazioni del Centro ed Est Europa. Per questo motivo mi sento molto privilegiata a presentare oggi – la Risoluzione – di fronte al Parlamento”.

 

Queste parole richiamano dei fatti precisi obbiettivi: sono un dato reale i sentimenti, le emozioni, le esperienze vissute dal relatore della risoluzione come sono un dato reale le sue esigenze di sicurezza, le quali diventano esigenze di tutto il sistema europeo. Ma in che misura questi dati reali impediscono, appunto, all’intero sistema europeo di individuare delle possibili vie di uscita  e di operare nella costruzione di scenari più positivi? In sostanza, con ciò siamo di fronte al nodo centrale, non sciolto, che blocca l’Unione ormai da anni, dal tempo del grande allargamento ad Est.

Un allargamento con il quale i nuovi stati membri hanno portato visioni, storie, esigenze, ben diverse da quelle degli altri stati membri, a cominciare dall’idea di sovranità e di sicurezza nazionale; e non è un caso che l’ingresso nel sistema politico ed economico della UE per molti di questi paesi sia andato in parallelo con l’adesione al sistema militare della NATO.

 

E’ questa una situazione inedita, di visioni, esperienze, sensibilità, esigenze diverse, che l’Unione Europea non è riuscita ancora ad armonizzare, con la conseguenza di trovare continuamente ostacoli e difficoltà nella costruzione di efficaci e positive relazioni esterne. E’ rispetto a questa situazione non armonizzata che, ad esempio, il continuo richiamo fatto in questi anni all’esigenza di “più Europa”, di una “Europa politica” è risultato un richiamo retorico, al mito dell’Europa unita più che alla sua realtà concreta, caratterizzata ancor oggi da esigenze fondamentali assai diversificate; e il ripiego sull’ipotesi politica di una Unione Europea che nel prossimo futuro procederà a velocità diverse nel suo processo di integrazione tra gli stati membri – un’ipotesi confermata anche negli impegni assunti dai leader europei  in occasione del recente vertice per il 60° anniversario dei trattati di Roma (25 marzo 2017) –  è la conferma del carattere mitologico più che realistico seguito  finora nelle scelte fondamentali.

 

Indubbiamente la decisione del grande allargamento a 27 stati membri avvenuta nel periodo 2004 e 2007 è stata  un fatto positivo, vissuta dai protagonisti dell’Unione come un “dovere storico”, secondo le parole di un sincero europeista come il presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, rivolte al Parlamento italiano nel luglio del 2005; un dovere soprattutto verso quei popoli “che vedevano nell’adesione alla UE la garanzia della loro rinnovata libertà, il coronamento di un’attesa durata mezzo secolo”. “I costi dell’allargamento saranno enormi – aveva dichiarato il presidente della Commissione europea Romano Prodi alla vigilia dell’ingresso dei nuovi stati nell’Unione – ma sono niente rispetto ai costi di non procedere all’allargamento”. In generale, possiamo aggiungere, che la scelta dell’allargamento fu presa dai leader europei sulla base di un unanime consenso. Tuttavia, per completezza, va ricordato anche che dopo circa dieci anni da quegli avvenimenti, in piena crisi del sistema europeo, molti esponenti autorevoli hanno manifestato dei forti ripensamenti riguardo a quelle scelte. Valgono, ad esempio, le parole dell’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, espresse in un intervista al quotidiano italiano il Corriere della Sera poco prima della sua morte, secondo il quale tutti i problemi di oggi (2013) “affondano nel 1991-1992 quando l’allargamento si sovrappose alla nascita dell’euro. Allora commettemmo il doppio ridicolo errore di invitare tutti ad essere parte dell’Unione e nello stesso tempo di partecipare all’euro” .

 

Nella stessa intervista, l’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt invitava i leader europei a trovare una via di uscita nel recupero di quella che definì “la razionalità europea”, con un nuovo assetto istituzionale che garantisse l’efficienza e una reale democraticità del sistema comunitario, in modo da affrontare anche i problemi della sovranità nazionale, acuiti dal processo di allargamento, al di là del carattere generico della formula dell’Europa come unione di stati e di popoli. In realtà, come testimonia la complessa crisi attuale del sistema europeo, è ancora aperto attualmente quello che un altro ex cancelliere tedesco, Konrad Adenauer, uno dei padri fondatori dell’Unione, individuava come il problema principale, la costruzione di un orizzonte comune per tutti i popoli del continente: “viviamo tutti sotto il medesimo cielo – affermava – ma non abbiamo tutti lo stesso orizzonte”.

 

Il problema è aperto da tempo. “Adesso comincia lo scontro tra realtà e miti”: questo fu il commento del premier britannico Tony Blair al termine del Consiglio europeo che nel giugno del 2004  approvò  il progetto di trattato per la Costituzione europea, poi respinto nel 2005 dai referendum popolari di Francia e Olanda. Questo commento coglieva nel segno: è valido anche nella situazione attuale, circa tredici anni dopo, e ci porta al centro del groviglio dei tanti problemi tuttora aperti che impediscono all’Unione europea di agire con tempestività, trasparenza, efficacia, coerenza. Nel 2007, Antony Giddens, nelle sue riflessioni sull’Europa nella era globale, non aveva esitazione a denunciare “la malafede” dei leader politici che continuavano a promuovere il progetto tradizionale, rifiutandosi di affrontare la realtà delle grandi trasformazioni del mondo contemporaneo. “Alla luce di queste trasformazioni – precisava lo studioso – siamo costretti a ripensare  da capo le finalità e l’identità dell’Unione Europea” tenendo conto in modo realistico che la pace in Europa è “merito più della presenza della NATO che di quella della CEE/UE”, come ha dimostrato la vicenda delle guerre nei Balcani negli anni novanta; che nell’età globale “la sovranità ha cambiato natura”; che “i problemi della sicurezza vengono dagli stati deboli”; che in tutti i continenti vi è “un revival dello stato nazione”; infine, che bisogna operare sulla base di una adeguata comprensione della” natura del mondo” contemporaneo.

 

Se il problema principale aperto nel sistema europeo è quello di recuperare la razionalità europea, per operare con realismo e concrete possibilità di successo sia nel processo interno di integrazione, sia nel sistema di relazioni che la UE ha con il mondo esterno, come è possibile allora collegare a questa razionalità europea le scelte da compiere in materia di comunicazione strategica?

 

 

3-Per una comunicazione strategica tra EU e Russia ispirata al principio di razionalità

La comunicazione strategica è, essenzialmente, una decisione di vertice che raccoglie attorno a sé la totale attività di una istituzione, ente, organismo, impresa, compresi gli obiettivi che tale istituzione od ente persegue; e la scelta degli obbiettivi, più che la metodologia da seguire e gli strumenti da utilizzare, è il vero passaggio chiave di tutta l’azione da svolgere. A quale visione del futuro, a quali valori e finalità ultime, a quale senso storico e politico devono essere collegati gli obbiettivi della comunicazione strategica  tra UE e Russia? E’ possibile che il confronto tra due realtà geopolitiche e geoeconomiche tanto importanti, limitrofe, con tanta storia comune, non possa trovare degli elementi su cui convergere e costruire momenti di verifica e di cooperazione proprio in merito alle rispettive iniziative di comunicazione strategica? E’proprio  il principio di razionalità che respinge ogni idea di chiusura e di impossibilità ad operare in questa direzione; anche perché ci sono ambiti e situazioni in cui comunque questa cooperazione tra UE e Russia è un fatto vivo, continuo, costruttivo. Ad esempio, l’impegno comune nella definizione  e approvazione della Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e la costruzione di un nuovo modello di crescita globale, l’impegno comune nelle decisioni dei vertici G20 per una nuova governance mondiale, la promozione dei diritti umani fondamentali nell’ambito del Consiglio d’Europa.

 

A questo riguardo, bisogna riconoscere che mentre la Risoluzione del parlamento europeo approvata nel 2016 non offre obbiettivamente delle indicazioni utili per individuare degli ambiti di una possibile ripresa della cooperazione tra UE e Russia, essendo tutta orientata sulla contrapposizione secca e rigida, al contrario la relazione approvata dalla commissione affari esteri nel 2015, pur nella sua denuncia e logica di contrapposizione altrettanto rigida e forte, riesce comunque a fornire delle indicazioni positive su cui avviare un confronto costruttivo. Laddove il documento indica che entrambe, UE e Russia, sono impegnate a dare una risposta valida nel lungo periodo alle grandi sfide del mondo contemporaneo, dai cambiamenti climatici e demografici alla rivoluzione tecnologica, in effetti apre una porta all’incontro per una verifica di fondo: quale futuro UE e Russia vogliono costruire? Quale idea hanno entrambe di un futuro possibile?

 

In entrambi sistemi, le leggi e i programmi stanno cercando di superare la crisi attuale e di creare le condizioni per la ripresa di un progresso stabile ed equilibrato. Ma come affermava uno dei più autorevoli promotori della pianificazione strategica, lo scienziato turco-americano Hazan Ozbekhan, (1968), co-fondatore e primo direttore del famoso Club di Roma, “pianificare un progresso economico e sociale realmente sostenibile non è proiettare il presente nel futuro che ci auguriamo di costruire, ma, al contrario, innestare nel tempo presente una idea del futuro che noi immaginiamo come possibile e degno di essere vissuto…il principale oggetto della pianificazione è il futuro che vogliamo”. Da qui la domanda: quale idea del futuro esprimono le iniziative di comunicazione strategica promosse finora da UE e Russia? E ancora: quale idea di percorso alternativo, di senso storico positivo di tali attività potrebbe emergere con l’avvio di confronti e verifiche comuni sugli obbiettivi ultimi della comunicazione strategica organizzata nelle due realtà? E’ certo che la verifica degli obbiettivi perseguiti in questo ambito della comunicazione potrebbe portare importanti elementi positivi di novità perché i due sistemi, quello europeo e quello russo non rappresentano certo dei modelli alternativi: siamo, cioè, di fronte a due modelli autenticamente capitalistici, anche se ciascuno di essi pratica la democrazia e organizza il funzionamento del sistema istituzionale e  le regole della coesione interna sulla base dei condizionamenti derivanti da numerosi fattori come, ad esempio, la propria esperienza storica, la dimensione e collocazione geografica, la diversità etnica della popolazione. La Russia di oggi, insomma, ormai da tempo non è più un modello ideologico alternativo a quello dell’Unione Europea. Ed è proprio partendo da questa considerazione, che l’applicazione del principio di razionalità agli obbiettivi delle attività di comunicazione strategica potrebbe riportare le due realtà ad individuare dei percorsi convergenti su finalità condivise.

 

Del resto, sempre più frequenti e diffuse sono le domande sul valore dei fini reali che l’uomo contemporaneo sta perseguendo con le sue azioni. Sono domande che riguardano, certo, la politica ma anche il progresso economico e sociale. In questo senso, il trinomio Informazione – Comunicazione – Conoscenza dovrebbe essere integrato con un quarto fattore: la Saggezza. E ciò proprio per cercare di dare una risposta valida anche alle questioni di fondo: dove stiamo andando? Dove potremmo andare? Quale è il senso vero delle cose che stiamo facendo? Le cose che stiamo facendo hanno un senso?

 

Con UE e Russia siamo di fronte a due sistemi complessi, a due attori decisivi dello progresso mondiale: di conseguenza il momento fondamentale della definizione degli obbiettivi della comunicazione strategica non può esimersi dall’assumere anche questo genere di domande. Ed è proprio in riferimento a queste domande che diventa possibile superare i limiti di un approccio emotivo e irrazionale e sostituirlo con un approccio, più adeguato e valido: quello, appunto, razionale, con chiara utilità per entrambi.

 

Siamo arrivati ad un bivio, ha affermato di recente un grande esperto internazionale di comunicazioni, il finlandese Tapio Varis che opera in ambito UNESCO: la costruzione di un nuovo ordine mondiale richiede, tra le tante cose, di “bloccare la tentazione di militarizzare la nostra mente e di usare dei linguaggi di guerra; al contrario dobbiamo proporci seriamente di creare una mentalità di pace e di promuovere programmi educativi in tal senso” (2017).

 

 

4-F.E.S. (Germania) : un esempio di approccio razionale

Un esempio di recupero di un approccio razionale nella definizione degli obbiettivi della comunicazione strategica è offerto da una importante iniziativa di una fondazione tedesca, la Fridrich Ebert Stiftung, promossa nel 2013-2015 per una Casa Comune Europea (“A Shared European Home”) tra UE, stati del Partenariato Orientale – EaP, e Russia.

 

Nel 2014, la fondazione tedesca ha organizzato un team di esperti con il compito di elaborare degli scenari sul futuro delle relazioni tra queste tre realtà al 2030. Nel corso del 2015 queste ipotesi di scenario sono state presentate e discusse in tredici capitali in Europa e nel Nord America con il coinvolgimento di oltre novecento ricercatori, esperti, diplomatici, esponenti politici, giornalisti, studenti. Gli scenari propongono quattro tipi diversi di “casa comune”:

 

“1) Una Casa Condivisa (A Shared Home), nella quale le relazioni tra UE, Russia ed ‘i sei stati di mezzo’ sono caratterizzati da una cooperazione di tipo pragmatico. Una comunanza di interessi, ma non di valori, conduce ad un graduale riavvicinamento di tutti gli stati coinvolti dopo la grave crisi del 2013-2016; 2) una Casa Comune (A Common Home) caratterizzata da una cooperazione guidata dagli interessi ed una comunanza di valori; 3) una Casa Spaccata (A Broken Home), dove la Casa Europea ha finito di esistere da tempo. Al suo posto, nella proiezione al 2030 l’Europa è tornata a vivere una situazione simile a quella vissuta nel periodo della guerra fredda, con confronti che sostituiscono la cooperazione, assenza di interessi e, chiaramente, anche di valori comuni; 4) una Casa Divisa (A Divided Home), che richiama una Pace Fredda, nella quale continua a sussistere l’attuale status quo, con pochi interessi comuni, alcuni conflitti e una crescente divergenza nei valori di riferimento”.

 

Il risultato di questa verifica è molto interessante perchè offre suggerimenti importanti anche in materia di possibili verifiche e azioni comuni nella comunicazione strategica, in particolare proprio per quanto riguarda la definizione dei suoi obbiettivi.

 

Secondo il rapporto finale, “ un consenso che è emerso da tutti questo dibattiti riguarda il fatto che – sullo sfondo della profonda crisi nelle relazioni UE-Russia – è improbabile che lo scenario della Casa Comune possa concretizzarsi al 2030. Tuttavia potrebbe servire come una visione in grado di orientare i responsabili politici nelle loro strategie europee di lungo termine. Come ha osservato un partecipante al dibattito organizzato a Bucarest, la Casa Comune è come la stella polare: può mostrarci la via da seguire, ma nello stesso tempo sappiamo che non la raggiungeremo mai”

 

Molti interlocutori hanno espresso l’opinione che lo stato attuale delle relazioni UE-Russia può essere riferito allo scenario definito come Casa Divisa, con rischi effettivi che le crisi aperte, come la crisi Ucraina e la crisi in Siria, per la loro natura e le loro caratteristiche, possano nel tempo deteriorare ulteriormente i rapporti tra le due realtà e ricreare una situazione di Guerra Fredda, già vissuta in passato, con rischi assai gravi per la pace.

 

In ogni caso, la conclusione di tutti i dibattiti sui possibili scenari futuri è la seguente: “se la Casa Comune sembra al momento essere fuori portata, l’Unione Europea dovrebbe comunque evitare la Casa Spaccata, stabilizzare la Casa Divisa verso la quale sembra che ci stiamo dirigendo e cercare di costruire la Casa Condivisa come obbiettivo politico di medio termine”.

 

Una volta individuato per l’Unione Europea l’obbiettivo strategico di medio termine nella costruzione di uno scenario definito Casa Condivisa, il rapporto della Fondazione tedesca individua le condizioni da rispettare per raggiungerlo. “L’obbiettivo per i prossimi cinque-dieci anni dovrebbe essere il ritorno alla cooperazione pragmatica non soltanto con la Russia ma anche con tutti i paesi del Partenariato Orientale (EaP), basandola innanzitutto sugli interessi condivisi”.

 

L’ipotesi della cooperazione pragmatica per stabilizzare le relazioni, renderle più prevedibili e indirizzarle su un percorso in grado di produrre benefici diffusi, non nasconde le grandi differenze tra i sistemi nella politica interna e a livello internazionale; ma crea comunque una piattaforma per promuovere una collaborazione dai confini certo più limitati ma in grado di avviare un processo costruttivo di evoluzioni future positive.

 

Ciò richiede, ad esempio, all’Unione Europea di chiarire e comunicare bene, in piena trasparenza, quali sono i suoi obbiettivi e interessi prioritari  da perseguire nel medio e lungo termine, riguardo alla sicurezza dei confini ma anche allo sviluppo economico e sociale. In particolare la interdipendenza economica, che esiste attualmente tra UE, gli stati del partenariato orientale e la Russia, dovrebbe essere rafforzata al massimo anche per evitare le possibilità del deterioramento nei rapporti politici tra i tre sistemi; è proprio questa interdipendenza economica – sottolinea il rapporto – che ha impedito finora l’esplodere di conflitti ancora più gravi di quelli attuali. Inoltre alla UE è richiesto di valutare attentamente le proprie iniziative e di tener conto delle sensibilità e delle richieste dei paesi coinvolti, inclusa la Russia; in particolare di considerare le richieste provenienti dalle comunità locali e dalle organizzazioni della società civile. Infine il rapporto della fondazione tedesca presenta alcune proposte concrete finalizzate a far avanzare questa cooperazione pragmatica, come ad esempio: correggere le asimmetrie che esistono nella interdipendenza economica tra i tre sistemi, UE, EaP, Russia; definire un piano di collaborazione economica collegato alla applicazione degli accordi di Minsk, ispirato ad una visione del dopo-Minsk, nel quale deve essere compreso anche un piano condiviso di ricostruzione della regione del Donbas; la istituzionalizzazione di un forum di dialogo tra EU e l’Unione Economica Euroasiatica (EEU). In conclusione il rapporto raccomanda che la formula “ Accordiamoci per non essere d’accordo su alcune questioni, ma anche cerchiamo di trovare terreni comuni con gli altri” dovrebbe essere il principio guida della politica dell’Unione Europea nei confronti della Russia, anche in occasione dei confronti sulle sfide politiche globali. “Questo principio – afferma il rapporto – dovrebbe essere la pietra angolare del tentativo di costruire una Casa Europea Condivisa; proverebbe il suo valore specialmente se la UE e la Russia fossero capaci di creare delle storie di cooperazione di successo – piccole o grandi – nonostante le grandi divergenze attuali sulla Crimea e l’Ucraina dell’est”.

 

 

Un commento conclusivo

La comunicazione strategica è un fattore costitutivo, essenziale per il successo o meno di questa ipotesi politica finalizzata a promuovere una cooperazione che privilegi un sistema di “relazioni pragmatiche costruite e guidate dagli interessi concreti”; la forma di cooperazione ritenuta come la più opportuna a ricostruire una dialogo costruttivo tra EU, EaP e Russia. L’approccio razionale su cui questa ipotesi è fondata richiede azioni coerenti; di conseguenza, che anche le iniziative di comunicazione strategica lascino da parte ogni elemento  emotivo e mitologico per concentrarsi su azioni definite da obbiettivi, appunto, razionali e sviluppate su percorsi logici. Su elementi, insomma, che è difficile trovare nei documenti politici approvati finora dall’Unione Europea.  

 

 

Appendice

 

L’ultimo allargamento della UE: profilo storico di alcuni nuovi stati membri

 

La Croazia, 28° stato membro dell’Unione dal luglio 2013, è uno stato indipendente dal  25 giugno1991, cioè soltanto da poco più di venticinque anni, un risultato raggiunto a prezzo di una guerra. Nel 2009 ha aderito alla NATO. Nel corso della sua storia la Croazia non ha mai avuto un vera indipendenza. Dal 1102 al 1918  ha fatto parte prima del Regno di Ungheria, quindi, dal 1603, dell’Impero asburgico. Dopo la I guerra mondiale nel 1918 è stata incorporata nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, diventato Regno di Jugoslavia nel 1929; poi, dopo la II guerra mondiale, nel 1947, Repubblica di Jugoslavia, fino al 1991.

 

La Slovenia è diventato membro della UE e della Nato nello stesso anno, il 2004. Anche la Slovenia, come la Croazia, ha conseguito la sua indipendenza nel 1991, cioè soltanto da poco più di venticinque anni; e come la Croazia ha fatto parte del Regno di Ungheria, dell’Impero asburgico, del Regno di Jugoslavia della Repubblica di Jugoslavia. 

 

La Slovacchia, membro della UE dal 2004, è uno stato indipendente dal 1993. In tutta la sua storia non ha mai avuto una piena indipendenza: solo per pochi giorni nel 1918, alla fine della I guerra mondiale. Assorbita nella Cecoslovacchia è stata uno stato satellite – Repubblica slovacca – dell’area di influenza tedesca dal 1939 al 1945, per poi essere nuovamente assorbita nella Cecoslovacchia.

 

Anche la Repubblica Ceka ha condiviso la medesima esperienza della Slovacchia: entrata nella UE dal 2004, è indipendente solo dal 1° gennaio 1993. Per secoli, sotto gli Asburgo, è stata considerata una proprietà personale dell’imperatore. Come Cecoslovacchia, ha vissuto un breve periodo di indipendenza dopo la I guerra mondiale  dal 1918 al 1938 (1^ repubblica), come stato satellite tedesco dal 1938 al 1945 (2^ repubblica), di nuovo come stato indipendente dal 1945 al 1948 (3^ repubblica) per poi diventare uno stato satellite dell’URSS. Solo nel giugno 1990 ha potuto svolgere delle libere elezioni. Una particolare testimonianza della sensibilità di questo popolo in materia di tutela della sovranità nazionale si è avuta nel 2007, quando il Parlamento ha chiesto alla Corte Suprema di stabilire con una sentenza se il Trattato di Lisbona violasse o meno la sovranità nazionale; e solo dopo una sentenza positiva e il superamento di forti resistenze da parte del presidente della Repubblica Ceka, Vaclav Klaus, è stato possibile raggiungere l’approvazione del trattato.

 

Pienamente indipendente dal 1989, con Lech Walesa presidente, la Polonia ha aderito prima alla NATO nel 1999 e poi all’Unione Europea nel 2004. Regno indipendente nel XV secolo, la storia della Polonia è caratterizzata da un susseguirsi di integrazioni (la Confederazione Polacco Lituana è del 1569), spartizioni (nel 1772 e nel 1793 tra Prussia e Russia e Austria; nel 1939 tra Germania e Russia)  cancellazioni come stato sovrano (nel 1795, seguita dalla tutela francese di Napoleone sul ridotto Ducato di Varsavia). Come repubblica  è stata indipendente solo circa venti anni, dopo la I guerra mondiale, nel periodo 1918 – 1939, quindi soggetta al controllo dell’URSS dopo la II guerra mondiale.

 

Anche la Lituania, come altri stati dell’est europeo, nello stesso anno 2004 ha aderito alla NATO ed alla Unione Europea. Granducato indipendente nel medioevo, è stato per secoli unito alla Polonia, in un primo tempo con l’unione personale del sovrano, successivamente, dal XIV secolo, nella forma di confederazione polacco-lituana ed ancora, nel 1569, come Repubblica dei due popoli.  La Lituania ha conseguito una piena indipendenza solo dopo la I guerra mondiale , il 4 aprile 1919, per poi essere annessa all’URSS nel 1940. E’ stata la prima repubblica baltica a riacquistare l’indipendenza l’ 11 marzo 1990.

 

 

Bibliografia

 

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