Smart mobility e lavoro: la transizione è una sfida ambientale e insieme una questione di politica industriale, occupazionale e sociale | Studio
COMUNICATO STAMPA
Smart mobility e lavoro: la transizione è una sfida ambientale e insieme una questione di politica industriale, occupazionale e sociale
La smart mobility non può essere considerata solo come la semplice l’introduzione di tecnologie digitali nei trasporti. Il suo sviluppo segna un cambio di paradigma che investe quattro piani: tecnologico, ambientale, comportamentale e istituzionale-organizzativo. Per l’Italia, in particolare, la transizione verso una mobilità sostenibile, connessa e digitale è una sfida ambientale e, insieme, una questione di politica industriale, occupazionale e sociale. Queste alcune indicazioni che emergono dallo studio realizzato dall’Eurispes dal titolo “Smart mobility e trasformazione del lavoro. Impatto economico ed occupazionale in Italia”.
La competizione sull’auto elettrica riguarda l’intero ecosistema: batterie, semiconduttori, reti di ricarica, software e catene di approvvigionamento energetiche. La Cina è il primo mercato automobilistico mondiale, con oltre 25 milioni di immatricolazioni annue, e detiene oltre il 50% dei brevetti mondiali sulle batterie agli ioni di litio e al sodio. Nel 2023, oltre il 22% delle auto elettriche vendute in Europa è stato costruito in Cina. In Europa i trasporti sono responsabili di circa un quarto delle emissioni di gas serra. Per far fronte a questa situazione, la Sustainable and Smart Mobility Strategy, presentata nel dicembre 2020, si articola su tre assi: sostenibilità, smart mobility, resilienza e competitività. Resta però aperto il tema della tenuta competitiva del sistema produttivo europeo, con il rischio di una “transizione verde asimmetrica”.
Con 45,4 milioni di veicoli e 674 veicoli ogni 1.000 abitanti, l’Italia resta fortemente motorizzato. L’auto privata copre oltre il 63% degli spostamenti giornalieri e circa il 75% dei chilometri percorsi. Dopo la pandemia, tuttavia, la mobilità è cambiata: il numero medio di spostamenti giornalieri pro capite è sceso da 2,55 a 2,41 tra il 2019 e il 2024, e la mobilità attiva ha superato il 21% del totale. Nel 2024 gli smart worker sono stati poco più di 3,5 milioni, contro i 570.000 del 2019.
Le opportunità sono rilevanti. La sola componentistica per veicoli elettrici e ibridi potrà generare entro il 2030 circa 20 miliardi di euro di fatturato aggiuntivo e oltre 45.000 nuovi posti di lavoro qualificati. Al 30 giugno 2025 i punti di ricarica pubblici in Italia sono 67.561 (+19% sul 2024). Il comparto dei trasporti, dell’automotive e dei servizi digitali collegati vale circa 220 miliardi di euro, pari all’11% del Pil, e impiega oltre 3 milioni di lavoratori.
L’altra faccia della medaglia è lo skill mismatch. Nella mobilità sostenibile mancano circa 45.000 lavoratori qualificati. In Europa il 35% delle competenze attuali nell’automotive sarà obsoleto entro dieci anni, e il 40% dei profili emergenti non trova un’offerta formativa adeguata. Se da una parte le grandi imprese stanno risolvendo il problema con la creazione di accademie interne con corsi di formazione specializzati, le piccole e medie imprese non dispongono delle risorse necessarie per aggiornare in tempi rapidi il personale. Occorre inoltre considerare che il divario tra Nord e Mezzogiorno resta marcato.
L’innovazione non produce automaticamente inclusione, anzi molto spesso alimenta nuove fragilità. Tra le categorie più esposte figurano gli anziani, la condizione delle aree interne e rurali e i lavoratori a basso reddito, a rischio di una “povertà della mobilità”. Basti pensare che il 25% della popolazione adulta non utilizza app di mobilità o servizi online e il 16% non possiede uno smartphone.
Lo studio Eurispes individua inoltre casi di studio italiani ed europei tra i quali Torino (ToMove, 280 milioni di euro di fondi PNRR), Bologna (Climate City Contract, oltre 450 milioni di euro dal PNRR) e Milano (MaaS e tariffazione integrata) mostrano il ruolo decisivo della governance pubblica e della cooperazione tra Istituzioni, imprese e ricerca. Il confronto con Spagna, Paesi Bassi e Danimarca indica che non esiste un unico modello europeo: politica industriale, governo dei dati, strumenti fiscali e riconversione professionale possono essere combinati in assetti diversi. Ciò che accomuna le esperienze più avanzate è la capacità di affrontare la mobilità come un ecosistema, superando interventi settoriali e frammentati.
La sfida. La smart mobility può essere una leva di competitività, sostenibilità e coesione sociale solo se innovazione tecnologica, politica industriale, formazione e inclusione procedono in modo coordinato. Il successo della transizione dipenderà non soltanto dalla velocità con cui verranno introdotte nuove tecnologie, ma dalla capacità del sistema-Paese di governarne gli effetti economici e sociali e di distribuire in modo equilibrato le opportunità che ne derivano.
