Approvata la legge contro il caporalato. Anche molti italiani vittime dello sfruttamento
| Almeno 160.000 gli italiani impiegati in agricoltura in condizioni di forte vulnerabilità |
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La Camera ha approvato ieri la legge contro il caporalato fortemente voluta dal ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Tra le novità introdotte l’inasprimento delle pene con la reclusione da uno a sei anni per l’intermediario e per il datore di lavoro che sfrutti i lavoratori. Se poi i fatti sono commessi mediante violenza e minaccia, La pena aumenta da cinque a otto anni ed è previsto l’arresto in flagranza qualora il reato sia commesso mediante violenza e minaccia. Viene stabilita inoltre la confisca dei beni così come già accade con le organizzazioni criminali mafiose. Inoltre le vittime del caporalato sono equiparate a quelle della tratta e sfruttamento di esseri umani e potranno ricevere indennizzi proprio grazie al Fondo antitratta, nel quale saranno convogliati i proventi delle confische derivanti dal contrasto al reato di caporalato. Il fenomeno del caporalato In molte aree del nostro Paese nel settore ortofrutticolo ci sono oggi intere filiere produttive che sopravvivono solo grazie allo sfruttamento della forza lavoro. Il modello negli ultimi anni si è rapidamente diffuso estendendosi dal Mezzogiorno a regioni nuove, come il Piemonte; dalle aree tradizionalmente depresse a quelle ricche, con un preoccupante parallelismo con l’allargamento dell’interesse della criminalità organizzata per la conquista di nuovi territori e nuove attività nelle quali investire i proventi delle abituali attività illecite e criminali. Lo sfruttamento del lavoro si sviluppa principalmente in contesti nei quali la cultura imprenditoriale è basata sull’illegalità. In alcuni casi si è addirittura in presenza di soggetti mafiosi. Nelle aree deboli più esposte alla pressione del crimine organizzato risultano infatti più frequenti l’impiego di manodopera non regolare, sfruttamento, caporalato che rappresentano, insieme al lavoro fittizio, “affari” marginali e collaterali agli interessi ben più vasti ed articolati di questi soggetti. Le organizzazioni mafiose impongono un pizzo su ogni bracciante straniero impiegato nei campi. Esiste un pizzo sugli affitti, sul trasporto ai campi, sul salario percepito. Chi non cede perde la possibilità di lavorare. Alcuni lavoratori raccontano di aver dovuto cedere comunque metà del proprio salario al datore di lavoro principale anche quando hanno avuto occasione di lavorare saltuariamente per altri. Filo conduttore, nei contesti di abuso, è l’irregolarità delle condizioni occupazionali. Si passa dal lavoro “grigio” – con veri contratti a cui però non corrispondono le giornate e le ore effettivamente lavorate – al lavoro nero, senza contratto né contributi né tutele giuridiche e sanitarie. L’evasione contributiva è la norma. I contratti servono più come tutela per i datori di lavoro, in caso di verifiche, che per i lavoratori. Si presentano così situazioni paradossali. Lavoratori italiani, talvolta anziani, risultano aver svolto un numero di giornate lavorative, comunque sufficiente a garantire l’assegno di disoccupazione, mentre per giovani stranieri vengono dichiarate pochissime giornate annue. Secondo le stime Flai Cgil ammonta a 9 miliardi di euro il fatturato del caporalato in Italia. Arrivano invece a 600 i milioni di contributi evasi. La manodopera viene organizzata in squadre, comandate da capisquadra spesso stranieri, sistema che si traduce in caporalato. In questo modo si individuano punti di riferimento unici, utili per il lavoro nei campi, che richiede manodopera flessibile e controllabile. Anche se, soprattutto le aziende più grandi, tendono a rivolgersi a strutture formalmente legali per organizzare la raccolta dei prodotti ortofrutticoli, in molti casi si tratta comunque di forme che ancorché non si possano configurare come vero e proprio caporalato, quantomeno celano lavoro irregolare. Oggi, secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto Flai Cgil, il caporalato coinvolge più di 400.000 lavoratori nel settore agricolo – circa l’80% dei quali stranieri. Sulla base delle segnalazioni dei lavoratori al sindacato, di quanto rilevato dagli organismi ispettivi e delle inchieste portate avanti dalla magistratura in 18 regioni (99 province), sono stati individuati circa 80 epicentri di sfruttamento da parte dei caporali, in 55 dei quali sono state rilevate condizioni di lavoro indecenti. Oltre il 60% dei lavoratori non ha accesso ai servizi igienici e all’acqua corrente, oltre il 70% ha contratto malattie. L’attività di controllo e contrasto delle Forze dell’ordine segnala una condizione di vera e propria emergenza con riferimento all’utilizzo del caporalato ed allo sfruttamento della manodopera nelle seguenti aree: “la Capitanata” nella provincia di Foggia per la raccolta di frutta e ortaggi e, d’estate, di pomodori; la Piana di Gioia Tauro in Calabria per la stagione della raccolta degli agrumi; la Piana del Sele in Campania; l’Agro Pontino nel Lazio; il Vulture e l’Alto Bradano in Basilicata per la raccolta del pomodoro. Numerose aziende agricole non assumono direttamente i braccianti, ma si affidano invece ad agenzie interinali, grandi strutture – alcune delle quali con sede nel Nord Italia – che trattano direttamente con i lavoratori ed organizzano i trasporti. Le agenzie gestiscono il lavoro di circa 5-6.000 lavoratori a stagione. I trasportatori si nascondono spesso dietro fittizi tour operator, che svolgono invece come unica attività il trasporto dei braccianti nei campi. Per questa ragione acquisiscono anche il grande potere di scegliere di giorno in giorno chi lavorerà e chi no, e di punire ogni atteggiamento di insubordinazione con l’esclusione dal lavoro. I caporali, oggi sempre più spesso stranieri (in passato erano soprattutto italiani) svolgono intermediazione illecita tra datori di lavoro e braccianti reclutando manodopera non qualificata alla luce del sole nelle piazze e nelle rotonde dove la mattina si riuniscono molti stranieri alla ricerca di un’occupazione per la giornata, pronti ad accettare qualsiasi cosa perché privi di potere contrattuale: sono in tanti, chi arriva prima ed accetta le condizioni offerte riesce a lavorare. Se qualcuno prova a rifiutare, ci sono molti altri disposti ad accettare quanto offerto loro. I salari medi si attestano sui 25-30 euro giornalieri per 10- 12 ore continuative, cioè la metà di quanto previsto dai contratti nazionali e provinciali del lavoro. Da queste somme già modestissime i lavoratori sono costretti a sottrarre spese inevitabili come quelle del trasporto al luogo di lavoro (mediamente 5 euro), il cibo (3,5 euro per un panino), l’acqua (1,5 euro una bottiglia), senza contare eventuali medicinali e, in alcuni casi, l’affitto degli alloggi di fortuna. In questi contesti le condizioni di vita sono degradanti sotto ogni punto di vista. Non si rispetta il limite di ore, non si concedono soste e refrigerio. Come diretta conseguenza delle condizioni descritte, l’agricoltura – insieme all’edilizia – costituisce il settore più esposto al rischio infortunistico. Il clima è dominato dalla violenza di ogni tipo: dalla pressione psicologica e le minacce alla privazione dei diritti, pagamenti compresi, fino a percosse, sequestro, sfruttamento sessuale. È diffuso anche il lavoro minorile. La pratica del caporalato equivale a soggiogare e ricattare e si associa abitualmente ad altri reati, dallo sfruttamento e la riduzione in schiavitù al mancato rispetto dei contratti di lavoro o il mancato pagamento dei salari, alla sottrazione di documenti. In caso di controlli viene imposta l’omertà. Tutto ciò diviene possibile perché i soggetti impiegati nei campi sono generalmente migranti ricattabili, in quanto privi di permesso di soggiorno, di risorse economiche, di alloggio, di riferimenti e sostegni, con famiglie da mantenere. Molti di essi non conoscono neppure la lingua italiana. Non solo stranieri, sempre più gli italiani schivi nei campi D’altra parte, se fino a poco tempo fa erano soprattutto gli immigrati giunti nel nostro Paese alla disperata ricerca di occupazione a lavorare in condizione di vero e proprio sfruttamento nelle coltivazioni, adesso, come conseguenza della crisi economica, sono sempre più numerosi gli italiani costretti dalla disoccupazione a cercare un impiego nei campi. Si tratta di operai, ma anche geometri e ragionieri italiani approdati al settore agricolo per necessità, dopo la chiusura di fabbriche, imprese o dopo un licenziamento o una drastica riduzione dello stipendio. Ci sono disoccupati, esodati, cassintegrati, ex piccoli imprenditori. Molti hanno tra i 40 ed i 50 anni o più. Accanto a centinaia di africani, polacchi, bulgari, arabi, anche gli italiani, spesso considerati restii ad accettare la dura vita dei campi, costituiscono oggi una presenza significativa tra gli stagionali nel settore agricolo su tutto il territorio italiano, da Nord a Sud. La crisi dell’edilizia, in particolare, ha lasciato senza lavoro molti muratori e carpentieri, ma anche i fornai non si trovano in condizioni molto migliori. In questo contesto, praticamente tutti accettano di lavorare in nero pur di sopravvivere. Secondo le stime Eurispes e Coldiretti, contenute nel 4° Rapporto Agromafie, sono almeno 160.000 gli italiani impiegati in agricoltura in condizioni di forte vulnerabilità. Ripensare i processi della filiera agricola Tutta la catena agricola dovrebbe essere interessata da un processo di cambiamento. Molto difficilmente si debelleranno sfruttamento e caporalato se non si interverrà sull’intera filiera dall’impresa agricola e alla grande distribuzione che determina il prezzo dei prodotti per finire al consumatore finale. In Italia le filiere agroalimentari sono infatti estremamente parcellizzate, così da risultare opache. Una filiera i cui passaggi sono trasparenti, e, di conseguenza, le responsabilità facilmente individuabili, scoraggia la pratica dello sfruttamento. Spesso la raccolta di frutta e verdura è organizzata dai commercianti, che acquistano la produzione direttamente in campo per poi immetterla nella propria rete di vendita. Un ruolo cruciale per pochi soggetti (sempre meno quelli piccoli o medi), che trattano anche con le ditte di trasporto e decidono i prezzi. Il trasporto locale delle merci, specialmente quello su gomma, come anche alcuni segmenti dell’intermediazione commerciale, sono spesso controllati dalla malavita organizzata (vedi mercato ortofrutticolo di Fondi LT). Anche la grande distribuzione, che acquista i prodotti dai commercianti e dai grandi produttori, dovrebbe pretendere la massima trasparenza nei passaggi precedenti della filiera ed assicurarsi che coltivazione, raccolta e confezionamento non vengano realizzati grazie allo sfruttamento dei lavoratori.
Fonte: www.eurispes.eu
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