Laprovinciapaese.it | Industriali, la relazione del presidente Bosi
La genesi della pesante crisi che ci attanaglia si fa risalire ufficialmente a quasi cinque anni fa, con la crisi in America dei mutui subprime, con il fallimento della Lehman Brothers e con il contagio diffusosi successivamente in Europa, dove peraltro già esistevano le precondizioni dovute ad un sistema finanziario ampiamente drogato dal possesso di “titoli tossici”.Le origini della crisi sono però antecedenti alla crisi finanziaria del 2008, e sono di natura commerciale in un mutato scenario mondiale.-l’abbattimento del muro di Berlino e la disgregazione del Unione Sovietica-la conseguente fine dei blocchi contrapposti USA e URSS-la nascita e lo sviluppo del WTO, cioè la regolamentazione del commercio mondiale-lo sviluppo delle tecnologie informatiche e telefoniche che hanno permesso comunicazioni sempre più veloci e costi molto accessibili-la riduzione dei costi dei noli marittimi e dei trasporti in genere.In questo contesto, il commercio mondiale è cambiato completamente. Le merci hanno cominciato a muoversi più liberamente. Tutti i paesi sono stati invasi da prodotti a basso costo soprattutto nei settori a bassa tecnologia. I contraccolpi non hanno tardato a farsi sentire sui sistemi produttivi dei vari paesi industrializzati. Nell’arco di pochi anni sono spariti interi comparti, si sono delocalizzate molte industrie. La concorrenza è diventata globale. Quasi tutte le economie occidentali sono andate in crisi, perché i costi sostenuti delle aziende si sono dovuti confrontare con i costi dei paesi emergenti nei quali le condizioni di lavoro ed ambientali non sono assolutamente paragonabili ai nostri giusti ed elevati – ma anche costosi – livelli. La sensibilità da noi diffusa per le questioni ambientali in altre nazioni non è neppure argomento di discussione. La ricchezza inizia a spostarsi verso i paesi emergenti. In questo contesto, quasi tutti i paesi occidentali hanno voluto compensare la perdita di ricchezza prodotta dal lavoro, con la finanza, sostituendo in parte l’economia reale con una virtuale. In questo modo si è costruito un mostro, cresciuto in modo disordinato e abnorme, senza nessun controllo, favorito nella crescita anche dalla bassa fiscalità sulle rendite finanziarie. Molte leve del potere mondiale si sono concentrate o si stanno concentrando nelle mani di pochi gruppi finanziari molto forti. La politica (quella con P maiuscola, da non confondere con gli attuali partiti politici) faticherà molto a ritrovare il suo ruolo determinante per uno sviluppo economico e sociale senza gravi disuguaglianze. Alcuni Paesi, come la Germania, sono riusciti a reggere questo urto per la capacità di fare prodotti innovativi e di alta qualità. Grazie a una classe politica adeguata e preparata che è riuscita a conciliare crescita e sviluppo. Un “Sistema Paese” efficiente. Altri Paesi, tra cui purtroppo l’Italia, hanno subito maggiormente il contraccolpo. Un debito pubblico colossale, spese fuori controllo, una classe politica il più delle volte inadeguata e rissosa, riforme scolastiche spesso fallite, un rapporto quasi inesistente tra scuola-Università e mondo del lavoro, costi energetici tra i più cari d’Europa, una burocrazia asfissiante che si muove tra norme e leggi farraginose, una giustizia lentissima, un costo del lavoro penalizzato fiscalmente in modo incomprensibile, una bassa produttività, sono tutti fattori che non permettono al Paese di ripartire e tenere il passo dei paesi industrializzati più virtuosi.Recentissimi dati pubblicati dal CNEL ci dicono che l’Italia negli anni ’70 era al primo posto per la crescita della produttività nell’industria (+ 6,5% annuo), rispetto ai principali Paesi nostri concorrenti nel mondo. Nel primo decennio del 2000, la nostra produttività è scesa ad uno 0,4% annuo. La perdita di competitività, rispetto alle altre economie dell’area Euro, è stata di oltre il 2% annuo: in dieci anni una perdita del 20%. Il Presidente di Confindustria Squinzi afferma che per ritornare competitivi occorre recuperare almeno 10 punti di competitività. Se si vuole trovare un aspetto positivo in questa drammatica situazione, è quello di avere rimesso al centro dell’attenzione della politica internazionale e nazionale il “manifatturiero”. Si è in sostanza riconosciuto che il motore fondamentale della crescita economica è il mondo del fare, del costruire, della produzione. Torna perciò ad essere strategica la politica industriale che deve guidare il percorso dello sviluppo industriale, sia nei Paesi avanzati che nei Paesi emergenti, che sia in grado pertanto di assicurare benessere e soprattutto occupazione.I livelli occupazionali sono il segno distintivo di un Paese e favoriscono il suo benessere e la coesione sociale. Purtroppo oggi la disoccupazione, soprattutto per i giovani e le donne, raggiunge livelli record. Il dramma dei senza lavoro, che in Europa riguarda 25 milioni di cittadini, sta diventando un emergenza nazionale anche in Italia. Il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 35%; il tasso di disoccupazione generale è circa all’11%. Le persone con rapporto non stabile sono quasi 3 milioni. E qui devo aprire una parentesi sottolineando come gli ultimi provvedimenti legislativi (riforma Fornero del mercato del lavoro) non sembrano muoversi nella direzione, per altro solo dichiarata, di favorire rapporti più stabili redistribuendo più equamente le tutele. Non siamo riusciti ad adeguarci ai nuovi tempi, agli scenari modificatisi radicalmente, alle nuove condizioni che Paesi europei più avanzati hanno saputo raggiungere.Prima della riforma Biagi non esisteva flessibilità, sia in entrata che in uscita: un mercato del lavoro ingessato, disoccupazione e lavoro nero. Poi è stata introdotta la flessibilità in entrata, senza alcuna modifica a quella in uscita; si è creata una situazione nella quale sono proliferate le assunzioni precarie e chi ha voluto approffitarne ne ha approfittato in danno di tutti.Adesso con la riforma Fornero si è avuta una riduzione sensibile della flessibilità in entrata e un ipotetico aumento dellaflessibilità in uscita che creerà maggiori incertezze ed accrescerà l’alea delle complicazioni giuslavoristiche. Forse dovremmo avvicinarci al sistema danese, quello della flexsecurity; flessibilità in uscita, ma per il lavoratore che perde il posto viene assicurato un pubblico sostegno, comprensivo di valide politiche attive, che consente di aggiornare le conoscenze professionali fino all’offerta di un posto alternativo. A quanto appena detto si aggiunga che l’Eurispes lancia l’allarme secondo cui i redditi di una famiglia tipo non sono sufficienti per vivere dignitosamente e solo una famiglia su tre riesce ad arrivare alla fine del mese senza affanno. Siamo, insomma, di fronte a una crisi strutturale drammatica, come non se non mai viste dalla fine del secondo conflitto mondiale, a cui occorre rispondere con provvedimenti immediati, decisi ed incisivi affinché si riesca a uscire dal lungo tunnel che stiamo percorrendo.livello europeo, dove siamo ben rappresentati, sono state prese decisioni difficili, spesso non condivise da tutti i partner. Le economie degli Stati Europei hanno avuto in questi anni andamenti alquanto difformi, in ragione delle scelte politiche operate da vari Governi. Si è creata una linea di demarcazione tra gli Stati virtuosi del centro-nord Europa (esclusa l’Irlanda) e la fascia mediterranea Portogallo, Spagna, Italia, più forte delle prime due dal punto di vista industriale ma con un debito pubblico spropositato, e il caso limite della Grecia, che ha persino falsificato i conti.Il salvataggio dell’euro è fondamentale. Per farlo occorre procedere nell’equilibrio dei bilanci pubblici dei vari Stati, portare gli stessi a livelli corretti ed accettabili, ma tale politica deve essere attuata con più gradualità. In questi momenti di forte depressione economica, misure drastiche ed eccessive di contenimento di bilancio portano ad una contrazione del PIL, ponendo in grossa difficoltà la capacità produttiva e quindi impedendo la sostenibilità dei conti pubblici per i periodi a seguire. E’ pertanto necessario procedere al risanamento delle situazioni a rischio, ma con misure che non contraggano, così drasticamente come sta avvenendo, la domanda interna. Le nazioni più colpite ed impegnate nel risanamento dei conti pubblici sono quelle dove le aziende sono più esposte al credit crunch. Lo spread tra gli stati europei più virtuosi e quelli con più problemi, tra cui il nostro, si è ampliato. I tassi di interesse sono aumentati e di conseguenza il costo del denaro. Tale divario ha contribuito a creare una maggior disparità fra le economie europee. Fortunatamente l’intervento dell’attivazione dello scudo antispread BCE-ESM, dopo diverse resistenze, è un fatto compiuto e potrà fare da argine alla caduta dell’euro e alla frantumazione del mercato comune europeo. Di questo accordo dobbiamo riconoscere i meriti di Draghi e del Presidente del Consiglio Monti. Lo scudo comporterà, per le Nazioni che ne faranno richiesta, una diminuzione di sovranità politica. L’Europa ci può aiutare a superare la crisi finanziaria che stiamo attraversando, ma il recupero della competitività e della crescita sono problemi che deve risolvere unicamente il ns Paese.Si deve intervenire urgentemente su tutta una serie di problemi. Ci è rimasto poco tempo.Dobbiamo creare le condizioni per permettere alle ns imprese di competere ad armi pari con la concorrenza internazionale. Per farlo occorre porre rimedio e dare soluzione alle tante situazioni irrisolte e ormai stagnanti da troppo tempo nel nostro Paese per il lungo immobilismo di gran parte della nostra classe politica, generalmente interessata al mantenimento dello “status quo” più che alla soluzione dei problemi ed alla crescita del Paese.Gli squallidi avvenimenti degli ultimi giorni, tra scandali e abusi vergognosi ed intollerabili, non sono fenomeni limitati. Mentre il Paese è in sofferenza e le imprese, i lavoratori ed i cittadini pagano a caro prezzo la crisi, alcuni politici si appropriano del denaro pubblico, utilizzandolo per interessi personali. Gli interventi urgenti da effettuare nel ns Paese sono numerosi. Ognuno dovrà fare la propria parte: la politica, le istituzioni, le categorie produttive, i sindacati.Tra gli interventi più urgenti ricordiamo:L’abbattimento dei costi della politicaLa lotta all’inefficienza della pubblica amministrazione, che causa lungaggini ed incertezze nella concessione dei permessi ed autorizzazioni e non consente alle imprese di effettuare programmazioni operative, creando in questo modo insostenibili situazioni di ritardo in un mercato di per sé estremamente volatile.lunghi, soprattutto se paragonati con gli altri Paesi della UE, sono relativi ai procedimenti per le imprese come quelli per i fallimenti e per le cause di lavoro. Secondo studi specifici effettuati, la lunghezza dei procedimenti civili in Italia, costa circa un punto di PIL. La durata dei processi ordinari di primo grado supera ormai i mille giorni; a rallentare il tutto concorre inoltre un arretrato di circa 5 milioni di cause.La riduzione della pressione fiscale che è al limite della sopportabilità. Quest’anno il livello previsto si aggira attorno al 45,1%, con una ulteriore progressione al 2014 quando si toccherà il 45,3%. Il Presidente Squinzi (“stiamo morendo di Fisco”) ha recentemente espresso la preoccupazione che si arrivi al 55% se si sottrae il PIL sommerso. La riduzione del carico fiscale alle imprese è un obiettivo prioritario per ridare spazio alla crescita economica.La lotta all’evasione fiscale. L’evasione ha raggiunto dimensioni da terzo mondo, favorendo una concorrenza sleale ed illecita alle imprese oneste.Una sostanziale riforma della scuola e dell’Università, a cui vengono costantemente ridotti i fondi loro destinati. I nostri giovani talenti, preparati e formati nelle nostre Università, a prezzo di pesanti e costosi sacrifici da parte delle famiglie e dello Stato, spesso devono cercare all’estero quegli spazi preclusi in Italia, anche se per l’Italia e per le aziende la ricerca e l’innovazione sono gli aspetti più decisivi per cercare di uscire dal tunnel. Purtroppo lo scarso collegamento tra scuola e mondo del lavoro ha fatto sì che anche nel periodo di forte disoccupazione che stiamo vivendo vi siano molte aziende che ricercano figure professionali che non trovano sul mercato: un paradosso tutto italiano.La semplificazione delle norme riguardanti il mondo dell’impresa che attualmente sono troppo numerose, a volte contraddittorie, lasciate, tra l’altro, alla molteplice discrezionalità degli Enti preposti all’applicazione ed al controllo, senza un coordinamento nazionale che dia certezze agli utenti.E’ risaputo che un sistema incerto e complicato scoraggia gli investimenti esteri nel ns paeseLa soluzione dei ritardati pagamenti della P.A. alle imprese, dovuti al famoso “patto di stabilità”, ritardi che hanno raggiunto dimensioni tali che neanche la Ragioneria dello Stato è sempre in grado di produrre numeri certi. La Banca d’Italia li stima in circa 62 miliardi di Euro. I ritardi nei pagamenti sono macroscopici: in media l’attesa arriva a 250 giorni.L’erogazione dei rimborsi IVA che restano sulla carta con una lunga sequela di ritardi. Per avere un dato indicativo per il 2010 a fronte di richieste per circa 8,6 miliardi di Euro, sono stati erogati solo 3 miliardi.La realizzazione di infrastrutture moderne che renda più competitivo il ns Paese. I ritardi accumulati derivano dalla poca lungimiranza politica, dagli iter burocratici infiniti e da un falso ambientalismo che spesso confonde il progresso con la deturpazione dell’ambiente.Occorre inoltre rilanciare l’edilizia: il recente terremoto in Emilia ha dimostrato che occorre intervenire urgentemente sul ns patrimonio immobiliare.Non si deve più consumare territorio, bensì riqualificare l’esistente, con interventi mirati al risparmio energetico e alla qualità dell’abitare.La riduzione del costo dell’energia. L’energia è la più cara d’Europa: superiore di circa il 30% rispetto agli altri Paesidella Comunità Europea.Le nostre fragilità derivano dalla dipendenza dall’estero, dalla scarsa diversificazione delle fonti, dall’inefficienza distributiva delle reti, dal costo complessivo della generazione.Anche le energie rinnovabili incidono pesantemente sulle bollette: circa 40 € a mwh.E’ indispensabile definire una politica energetica che accompagni la politica industriale.Vanno anche evitati aggravi improvvisi ed ingiustificati dei costi energetici per l’aumento delle accise.Si deve anche indirizzare la ricerca scientifica ad individuare tecnologie per il risparmio dell’energia stessa. Occorre innanzitutto evitare gli sprechi di energiaLa promozione e l’incentivazione della ricerca e dell’innovazione, troppo trascurate in Italia, e al contrario fondamentali per uscire dalla crisi. Purtroppo nel ns Paese la spesa in Ricerca e Sviluppo è bassa se confrontata con gli altri Paesi industrializzati: la quota della spesa in ricerca è ferma all’1,26% del PIL contro il 2% della media UE.Per le piccole imprese la ricerca è difficile da affrontare per un problema di costi. Occorre per queste puntare sulle reti di impresa fra diversi soggettiL’Unione degli Industriali della Provincia di Pavia, proprio in considerazione dell’ importanza strategica l’innovazione di prodotto e di processo ha promosso quest’anno un concorso per incentivare la realizzazione di progetti provenienti dalla ricerca universitaria, in grado di contribuire alla competitività delle aziende presenti sul territorio della provincia di Pavia. Sono stati premiati tre progetti innovativi scelti tra i 21 proposti. Oltre alle possibilità applicative di questa iniziativa, si sono intensificati i contatti e le attività di ricerca scientifica e tecnologica, ponendo così le premesse per una stabile collaborazione tra le imprese della provincia di Pavia e l’Università.La promozione dell’internazionalizzazione. L’internazionalizzazione, con la ricerca e l’innovazione, è fondamentale per aiutare le imprese ad uscire più rapidamente dalla crisi. Internazionalizzarsi significa essere presenti su più mercati esteri, non significa delocalizzare.I dati che vengono forniti costantemente dagli Istituti di ricerca, ci dicono che la difficile congiuntura che stiamo attraversando, e che ha colpito duramente la domanda interna, è stata mitigata dai risultati confortanti dell’export. Le aziende, che hanno i prodotti idonei e la capacità di esportare una percentuale molto alta della loro produzione all’estero, hanno saputo reggere meglio l’urto della crisi.E’ necessario porre in essere azioni prioritarie che, come negli altri Paesi, sostengano le imprese che esportano. Le nostre ambasciate e consolati all’estero devono trasformarsi in agenti di collegamento con i territori dove operano, assistendo sul campo e fornendo supporto operativo per favorire fluidi e costanti rapporti commerciali tra le imprese locali ed i nostri esportatori.Le risorse a volte non mancano, ma sono disperse tra competenze nazionali, regionali, locali, creando una frammentazione negativa.Anche nella nostra Provincia stiamo agendo per una valorizzazione dell’Export, promuovendo e sostenendo la fusione tra i due Consorzi Export esistenti sul territorio, quello di Pavia e quello di Vigevano, al fine di ottimizzare e sinergizzare le loro competenze e attività. In questo percorso devono essere coinvolte tutte le componenti imprenditoriali del territorio e le Istituzioni quali la Provincia e, soprattutto, la Camera di Commercio.L’aumento della produttività nelle aziende, da recuperare utilizzando forme retributive incentivanti che garantiscano maggiore guadagni da parte dei lavoratoriPer raggiungere questo obiettivo è importante dare un maggior peso alla contrattazione di secondo livello attraverso la completa detassazione e decontribuzione delle erogazioni definite a livello aziendale.Le aziende per cogliere appieno le esigenze del mercato necessitano di una contrattazione collettiva nazionale, adattabile ed esigibile, che sappia cogliere scelte funzionali allo sviluppo e di una contrattazione aziendale strettamente collegata alla produttività e all’andamento dell’impresa.Le Parti sociali hanno un’occasione storica per modificare la struttura delle retribuzioni e valorizzare il merito e la produttività, visto che si sta approssimando un’importante stagione di rinnovi dei contratti collettivi nazionali e c’è la possibilità di dare valore all’accordo del 28 giugno.La contrattazione in deroga, o la sua negazione, non deve costituire una vittoria di principio rispettivamente per le imprese o le Organizzazioni Sindacali ma può essere lo strumento per condividere percorsi di crescita nell’interesse comune di entrambe le parti.A tal proposito va ricordato l’accordo di rinnovo del C.C.N.L. dell’industria chimico – farmaceutica siglato il 21 settembre 2012 dopo solo cinque giorni di trattativa e senza un’ora di sciopero. Una delle novità essenziali è rappresentata dall’inequivocabile orientamento alla produttività. Questo è un segno importante della responsabilità e concretezza delle imprese e dei sindacati. Ad essi va il riconoscimento per una gestione responsabile delle situazioni di crisi che in provincia stiamo vivendoIl tavolo sulla produttività deve avere una priorità nell’azione del Governo perché la produttività è fondamentale per la ripresa economica.La riduzione del costo del lavoro, dove il peso di tasse ed oneri contributivi ha raggiunto il livello del 47,6%. Il lavoratore deve poter guadagnare di più e l’azienda non deve avere costi di mano d’opera superiori agli attuali. Per ottenere questo risultato occorre ridurre il carico fiscale sul lavoro. Ricostituire un corretto rapporto tra le imprese e il sistema bancario. Le carenze ed i costi del credito sono attualmente uno dei principali fattori di freno per le imprese. Il ruolo delle Banche nell’economia è insostituibile ed il rafforzamento patrimoniale delle aziende è un obiettivo ineludibile. Per questo è indispensabile uno sforzo aggiuntivo; le Banche devono dare attuazione concreta alla moratoria e i fondi ottenuti dalla BCE, a tassi di favore, devono servire anche a finanziare gli investimenti e la liquidità delle imprese e delle famiglie, non solo a comprare titoli pubblici.Al fine di agevolare le aziende pavesi in questo difficile frangente, l’Unione degli Industriali della Provincia di Pavia e Banca Popolare Commercio e Industria (Gruppo UBI Banca) hanno sottoscritto, nello scorso mese di agosto, il “Patto per il territorio pavese”, un accordo che consentirà alle imprese pavesi di disporre di finanziamenti dedicati.Grazie all’accordo, Banca Popolare Commercio e Industria ha messo a disposizione delle imprese iscritte alla CCIAA di Pavia, un Plafond, a condizioni competitive, per complessivi 20 milioni di Euro.Attraverso il “Patto per il territorio pavese”, la Banca e l’Unione degli Industriali vogliono supportare le aziende nella realizzazione di programmi di sviluppo (compresi progetti di reti di imprese e di internazionalizzazione), la creazione di occupazione e la riqualificazione del personale nonché far fronte alle esigenze di incremento di circolante e di equilibrio della struttura patrimoniale e finanziaria.La costituzione di reti di impresa. Il tessuto produttivo italiano che è costituito soprattutto da piccole e medie aziende. La crisi internazionale ha penalizzato in maniera più accentuata il nostro Paese anche per questa impostazione. “Piccolo è bello” era uno slogan che si utilizzava qualche anno fa per indicare la capacità e la flessibilità delle aziende più piccole. Oggi è un limite per la difficoltà di accesso al credito, per l’ impossibilità di rapportarsi con l’Università per fare ricerca, per il problema nell’internazionalizzarsi. Le reti di impresa potranno costituire un’opportunità fondamentale per l’economia italiana perché permetterebbero alle imprese di aggregarsi, pur rimanendo autonome, e di sviluppare la propria capacità competitiva, collaborando sui temi della innovazione e della internazionalizzazione.Se non si attuano in tempi rapidi azioni concrete sui punti sopra menzionati, facendo in modo che le ns imprese ritornino ad essere competitive almeno rispetto ai ns partner europei più virtuosi, si rischia di perdere per sempre importanti settori dell’industria per default o per delocalizzazione.In questi giorni è sul tappeto la situazione FIAT, il maggior gruppo privato nazionale. Ci auguriamo che conservi una presenza in Italia. Ma ci sono altre aziende che intendono lasciare l’Italia, come l’Alcoa.E’ l’intero Sistema Paese che è in bilico a causa dei vari spread che ci dividono dal resto dell’Europa e del mondo.Oggi non è più necessario andare in Cina o in India a produrre; basta spostarsi di qualche chilometro, in Svizzera, Austria, Slovenia, per trovare finanziamenti a basso costo e migliori servizi.Ci si deve porre quindi la domanda se nel nostro Paese sia ancora conveniente fare impresa.Tutto questo ci deve far capire che per i prossimi anni il Paese si impoverirà. Il potere di acquisto degli italiani mediamente diminuirà. Le banche sia per la difficoltà nel muoversi in un mercato divenuto molto rischioso, sia per le regole imposte da Basilea 2 e Basilea 3, saranno molto selettive nei finanziamenti alle imprese e alle famiglie. In questo quadro, gli imprenditori devono chiedersi come sarà nel prossimo futuro il mercato interno, se si dovranno modificare i sistemi produttivi o i prodotti stessi. L’alternativa è quella di cercare mercati esteri in espansione. Sicuramente, non potendoci confrontare per i costi ai paesi così detti emergenti, dovremo puntare nell’uno e nell’altro caso sulla qualità, il design, l’innovazione. Questa scelta è ineludibileConcludo ricordando che il Governo, nell’aggiornamento di economia e finanza del 20 settembre scorso, ha rivisto le stime ed abbassato a livello – 2,4% l’andamento del PIL per il 2012.Il 2013 dicono sarà un anno di ripresa, sebbene le stime parlino di un – 0,2% del PIL, per effetto del trascinamento.Il Premier Monti, nell’intervento alla recente Assemblea dell’ONU, ha ribadito “l’Italia non è più tra i Paesi che possono costituire un problema per l’Europa, ma sta diventando parte della soluzione”.Il Premier ha riaffermato inoltre, come buon auspicio, che “la luce della ripresa di vede”.Il Presidente Squinzi, da appassionato ciclista, incita il Paese, ripetendo che “bisogna pedalare”. Nel contempo indica “che firmerebbe per la ripresa nel 2015”: a quella data, se l’attuale situazione non si modifica in tempi brevi, resterà poco dell’attuale industria manifatturiera italiana.Termino il mio intervento raccogliendo gli auspici e gli incitamenti e rivolgo il quesito ai nostri ospiti: “A quando l’uscita dal tunnel?”.