Iqbal Masih non era italiano. Percorsi e strategie del lavoro infantile nell’Italia postindustriale – di Francesco Mattioli
di Francesco Mattioli
Seam, 1996 – 176 pagine
Molti indizi stanno avvalorando il sospetto che nell’Italia post-industriale il lavoro infantile abbia ampia diffusione e che esso abbia assunto una fisionomia diversa da quella tradizionale: non più legato alla povertà, al bisogno e all’evasione scolastica, si sviluppa invece anche tra i ceti medi come investimento precoce nel mondo del lavoro e come utile complemento all’economia familiare per mantenere standard di consumo elevati.
Vengono qui presentati e discussi i risultati di una ricerca condotta fra gli alunni delle scuole medie di alcune province del Lazio e dell’Umbria, che fanno luce sulle reali motivazioni di quei bambini che in estate, nei periodi festivi, o anche quotidianamente, si dividono tra obbligo scolastico ed impegni lavorativi.
La ricerca, a differenza di quelle che l’hanno preceduta, non intende descrivere semplicemente il fenomeno, ma vuole illustrare attraverso i dati come nei confronti dei bambini lavoratori si manifesti l’influenza di valori familiari orientati prevalentemente verso una cultura del lavoro e del consumo, che rappresentano un punto di riferimento concreto e spesso allettante nel travagliato passaggio dall’infanzia all’adolescenza.
Per questo motivo, i piccoli lavoratori italiani sono lontani mille miglia, nelle loro motivazioni e nel loro vissuto di fanciulli dell’età post-industriale, da Iqbal Masih, il dodicenne pakistano che nel 1995 ha perso la vita per sottrarre i suoi coetanei del terzo mondo dalla violenza e dallo sfruttamento.
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