Lungotevere.org | Casa dei Papà di Roma:”Meglio un salvagente che naufragare in mare aperto”

Roma, 22 ott 2012 – “Non c’è chi soffre di più o chi soffre di meno: la separazione è un dramma per tutti”, ammette un padre separato in una confessione semplice ma autentica.Bruno, separato da oltre sei anni, ne ha aspettati cinque per poter condividere di nuovo con i figli un’intimità familiare negatagli dalla separazione: Bruno è un padre che ha lottato contro la solitudine, il disorientamento e le difficoltà oggettive, cui il sistema giudiziario italiano costringe chi, come lui, è meno tutelato dalla legge.Ammette candidamente che l’istinto paterno è ciò che gli ha dato la forza di cercare una soluzione al proprio disagio: “L’obiettivo è sempre stato avere del tempo con i miei figli ed essere partecipe della loro vita”. Bruno oggi, è sorridente, quel velo di sofferenza che si legge nelle sue espressioni, svanisce quando parla dei suoi bambini, che oggi può portare a scuola tutte le mattine ed ospitare nella sua nuova casa all’interno del Residence “Casa dei Papà separati” alla periferia della Capitale.Ma se di lieto fine si può parlare, l’esperienza di Bruno non è che una goccia d’acqua nel mare di un nuovo disagio sociale. Il primo censimento Istat sui senza fissa dimora parla di 47648 persone senza tetto in Italia, delle quali quasi il 60% ha vissuto una separazione. Sono i dati Eurispes a dare un’idea di chi colma quella percentuale: 4 milioni sono i padri separati in Italia e circa 800 mila di loro vivono sulla soglia della povertà.Dire fine a un matrimonio, si sa, oggi è un lusso, ben fuori dalla portata delle tasche degli impiegati statali o della moltitudine di precari che popolano oggi il mondo del lavoro: “una separazione consensuale può arrivare a costare fino a 3000 euro; in caso di conflittualità, invece, le procedure seguono una fila interminabile di ricorsi e il calcolo dei costi si perde completamente”, dichiara Tiziana Arsenti, rappresentante legale dell’Associazione Papà Separati Roma. A separazione ottenuta, poi, per il padre si apre una strada lastricata di aggravi economici imposti per legge; e scivolare nell’indigenza non è poi così difficile. Va da sé che il ceto medio è quello più colpito. “Un impiegato che guadagna circa 1200 euro, deve decurtare lo stipendio del mutuo, dell’affitto di una nuova casa e dell’assegno di mantenimento per figlio/i, – stimato in media dai giudici sui 350 euro per figlio – rimanendo con quei 200 euro in tasca che non bastano per garantire la sopravvivenza”, commenta Ilaria Perulli della Cooperativa “Un Sorriso” e coordinatrice del Progetto della Casa dei Papà Separati, la nuova realtà proposta dal Comune di Roma per offrire un primo sostegno ai padri in momentanee condizioni di indigenza economicaAvviato nel 2009 dalla vicesindaco Belviso e aspramente criticato, per inadeguatezza di fondi, nel film “GliEquilibristi” di Ivano De Matteo, il Progetto Casa dei Papà conta al suo attivo circa 30 unità abitative, ripartite nei due centri di Casal Monastero e dell’Infernetto. Forse sì, una realtà piuttosto esigua per fare fronte ad una vera e propria emergenza sociale ma “il progetto è piovuto sui Municipi senza avere il tempo di essere metabolizzato – commenta Ilaria Perulli –. Stiamo lavorando per farlo conoscere e le domande in crescita, stanno ponendo le basi per un necessario ampliamento”. Accedere al servizio non è un gioco da ragazzi, non basta compilare una semplice domanda ma è necessario seguire un iter di colloqui con un’Unità di Valutazione per essere definiti potenziali inquilini di uno dei 30 appartamenti, modesti ma accoglienti e, soprattutto, ‘a norma di legge’ per ospitare i propri figli

Per gli scettici e i critici ‘ a priori’, Gianpaolo di Virgilio del Dipartimento dei Servizi Sociali sottolinea che la Casa dei Papà è classificato come un progetto di ‘secondo livello’, non adatto al sostegno di situazioni di particolare criticità, per le quali è necessario un intervento diretto dei servizi sociali e dei centri di accoglienza.

Autonomia reddituale e psicologica sono invece i prerequisiti fondamentali dei candidati alla Casa dei Papà: il progetto vuole essere un battistrada per aiutare i padri a uscire dallo stato confusionale post-separativo e dalle oggettive difficoltà economiche, garantendo una soluzione abitativa con affitti irrisori e la possibilità di usufruire di consulenze legali e psicologiche a prezzi contenuti, spesso concordati su base reddituale o, addirittura, a titolo gratuito.

Nei criteri di selezione, il dato economico è prioritario ma ad essere premiati sono soprattutto i padri, per i quali emerge un reale e autentico attaccamento ai figli e un’elevata, almeno in potenza, capacità genitoriale; per loro, la permanenza è solo di un anno, massimo due (la crisi non aiuta): quel lasso di tempo che dovrebbe bastare per rendersi autonomi economicamente e porre le basi per un nuovo progetto di vita, indipendente.Per Bruno, che si appresta a trascorrere il suo secondo anno nella Casa dei papà, l’esperienza è stata un toccasana: “Oggi, ho imparato l’economia domestica. Ed ho il piacere di vedere i miei bambini giocare nel cortile con i figli degli altri padri che, condividono con me, un’esperienza negativa non più percepita come esclusiva “- racconta Bruno . “Ben venga quindi un salvagente piuttosto che annegare in mare aperto, ma il problema deve essere risolto a monte con un necessario cambiamento di mentalità dell’opinione pubblica e un sistema giuridico che tuteli anche la figura paterna”.

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