Studio Eurispes – Analisi sulle competenze dei lavoratori in Italia, alla luce dei cambiamenti tecnologici e demografici
La digitalizzazione, l’AI, la robotica e altre forme di automazione stanno cambiando le modalità con cui lavoriamo, mentre le dinamiche demografiche stanno modificando le strutture sociali ed economiche. Oltre a creare nuove opportunità, questi cambiamenti costituiscono una sfida da affrontare sia per i lavoratori che per le imprese. In questo contesto, lo studio Eurispes “Analisi sulle competenze dei lavoratori in Italia, alla luce dei cambiamenti tecnologici e demografici” cerca di tracciare uno scenario.
Oggi in Italia emergono elementi di debolezza quali il basso tasso di occupazione, soprattutto giovanile, e l’elevata incidenza di contratti non standard. Un aspetto critico è la difficoltà della transizione scuola-lavoro, che penalizza soprattutto i giovani.
I flussi migratori rappresentano un importante fattore compensativo dell’invecchiamento della popolazione e della conseguente riduzione della forza lavoro autoctona, ma il potenziale delle competenze possedute dai lavoratori stranieri non è pienamente valorizzato.
L’analisi mostra che l’Italia, rispetto agli altri paesi dell’Unione europea, sconta un ritardo nella diffusione delle competenze digitali sia con riferimento alla forza lavoro che all’attività svolta dalle imprese. Lo sviluppo tecnologico richiede, dunque, un ripensamento delle politiche del lavoro e della formazione.
Un nodo centrale è poi il gap di competenze (skill mismatch), unito al fatto che l’Italia investe meno della media europea nella formazione continua e la partecipazione degli adulti a percorsi di aggiornamento.
Ne emerge un quadro caratterizzato da criticità strutturali causate soprattutto dalla bassa diffusione delle competenze digitali, rendendo necessaria una strategia a medio-lungo termine che connetta lo sviluppo delle competenze dei lavoratori con i processi di innovazione tecnologica.
Il mercato del lavoro
La storia del mercato del lavoro italiano dalla fine degli Novanta ad oggi è stata caratterizzata da numerose riforme, orientate verso un processo di deregolamentazione e finalizzate al miglioramento dell’efficienza allocativa sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta. Con il “pacchetto Treu” del 1997 è stata aperta la strada verso la flessibilizzazione del mercato del lavoro, linea rafforzata con la “legge Biagi” del 2003, che ampliò ulteriormente il ventaglio contrattuale con contratti a progetto, job sharing, contratti di somministrazione e contratti di formazione e lavoro. Il “Jobs Act” (2015) ha tentato di introdurre l’uso di una forma contrattuale unica unitamente alla razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali, ma gli effetti di lungo periodo su produttività e qualità del lavoro si sono rivelati modesti. La pandemia da Covid-19 ha rappresentato un ulteriore momento di trasformazione per il mercato del lavoro, con l’introduzione di strumenti digitali e la diffusione dello smart working.
Il tasso di occupazione in Italia resta tra i più bassi d’Europa attestandosi al 67,1% per la fascia di età 20-64 anni, contro il 75,8% dell’Ue (Eurostat, 2024). Il tasso di disoccupazione registra nel 2024 un 6,5%, più alto rispetto alla media europea del 5,9%, ma in linea con la media dei paesi dell’area Euro. Tra i giovani (15-29 anni), il valore è più del doppio di quello nazionale (14,7%).
La produttività del lavoro in Italia cresce molto più lentamente rispetto alla media europea. Secondo i dati Ocse, tra il 2002 e il 2024 la produttività oraria in Italia è aumentata di appena lo 0,2%, una stagnazione che può essere attribuita alla bassa innovazione delle imprese, alla piccola dimensione media delle aziende e al mancato aggiornamento delle competenze.
Il tasso di occupazione femminile in Italia è del 57,4%, al di sotto di quello maschile (76,8%), e della media europea (75,8%) Infine, emerge anche la forte disomogeneità a livello geografico del mercato del lavoro italiano: nel 2024 il Nord presenta un tasso di occupazione del 75%, in linea con Ue ed Eurozona, mentre il Mezzogiorno registra un 53,4%.
Una delle criticità più evidenti è l’elevata precarietà contrattuale: in Italia il 14,7% dei lavoratori ha un contratto a termine, con notevoli differenze territoriali tra Sud (20%) e Nord (11,9%). Questa differenza può riflettere la maggiore incertezza e stabilità dell’attività di impresa del Mezzogiorno, che ha poi come conseguenza una maggiore propensione al ricorso ai contratti a termine.
Il mercato del lavoro italiano presenta dunque una serie di dualità (di genere, territoriale, di tipologia contrattuale), alle quali si aggiunge uno dei più alti tassi di Neet d’Europa: nel 2024 il 15,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non lavorava né studiava (Eurostat). Questo dato non è solo un problema economico, ma anche una minaccia alla coesione sociale e alla mobilità intergenerazionale. Il sistema educativo italiano fatica a raccordarsi con le esigenze del mercato, mentre i servizi per l’impiego, fondamentali per contrastare la disoccupazione giovanile, risultano sottodimensionati e poco integrati con il tessuto produttivo locale.
Un ulteriore aspetto che caratterizza l’Italia è quello relativo all’andamento dei salari: il salario medio registra una marcata diminuzione, specialmente nel periodo 2007-23, con un -6,7%.
A fronte di questo quadro, i cambiamenti tecnologici stanno spostando la domanda di lavoro verso profili ad alta qualificazione. Ma se a questo si associa un ritardo nelle competenze digitali, il risultato è un mismatch fra domanda e offerta. Le priorità su possibili interventi regolatori da parte dello Stato, riguarderebbero: a) il potenziamento delle politiche attive del lavoro e dei centri per l’impiego; b) investimenti strutturali nella formazione dei lavoratori; c) incentivi volti a favorire l’occupazione femminile e l’inserimento dei giovani; d) la riforma del sistema di ammortizzatori sociali per renderlo più universale e inclusivo.
Il mercato del lavoro italiano si trova ad affrontare il rischio di una polarizzazione crescente: da un lato professioni altamente qualificate e ben retribuite, dall’altro lavori a bassa qualificazione e scarsamente pagati. Questa dinamica è accentuata dal rapido sviluppo tecnologico: secondo l’Oecd (2019), in Italia circa il 15% dei posti di lavoro è ad alto rischio di automazione, e un ulteriore 35% subirà cambiamenti significativi nelle mansioni. Il rischio è che i divari già presenti nel mercato del lavoro si accentuino.
Il contesto demografico
L’Italia sta attraversando una fase demografica caratterizzata dal progressivo invecchiamento della popolazione, dal calo della natalità e dall’aumento dei flussi migratori in entrata. Questi tre fenomeni sono legati fra loro e possono produrre cambiamenti importanti alla struttura del mercato del lavoro.
L’invecchiamento ha molteplici implicazioni: dal punto di vista sociale richiede un’attenzione crescente ai servizi per gli anziani, mentre sul piano economico aumenta la pressione sui sistemi pensionistici e sanitari.
Unitamente all’aumento della popolazione anziana, il tasso di natalità in Italia è di 1,18 figli per donna (2024, dati Istat), un valore lontano dalla soglia di sostituzione generazionale con un trend in sostanziale declino. Questo fenomeno riflette una combinazione di fattori culturali, economici e sociali: da un lato, l’insicurezza economica e la precarietà lavorativa, dall’altro, la mancanza di politiche strutturali di sostegno, come asili nido accessibili, congedi parentali adeguati e incentivi fiscali. Il risultato è una popolazione sempre più sbilanciata verso le fasce di età più avanzate. L’Oecd stima che la spesa sanitaria nei paesi sviluppati, proprio a causa dell’invecchiamento della popolazione, sia destinata a crescere del 2% all’anno. Questo scenario potrebbe creare nuove opportunità lavorative, ma anche nuove esigenze formative per i professionisti del settore.
Il fattore migratorio
Il fenomeno migratorio rappresenta un fattore importante per analizzare l’evoluzione delle competenze sul mercato del lavoro e la capacità dei sistemi produttivi di rispondere alle sfide demografiche e tecnologiche.
Al primo gennaio 2023, nell’Unione europea a 27 Stati risultano residenti regolarmente 41,3 milioni di cittadini stranieri, pari al 10,4% della popolazione complessiva. In questo scenario, l’Italia registra un’incidenza degli stranieri pari all’8,8% della popolazione residente. La componente non comunitaria rappresenta la quota prevalente: su un totale di circa 5,3 milioni di stranieri residenti in Italia al primo gennaio 2024, i cittadini non Ue ammontano a circa 3,7 milioni.
Le previsioni dell’Istat (2023) indicano un calo continuo della popolazione fino a raggiungere, nel 2080, i 45,8 milioni. In questo contesto, i flussi migratori in entrata possono assumere una funzione strategica per la sostenibilità economica e previdenziale del sistema italiano, contribuendo a riequilibrare il rapporto tra popolazione attiva e quella inattiva.
Gli stranieri, infatti, si caratterizzano per una struttura demografica più giovane e per un’incidenza significativamente minore della popolazione anziana. Nel 2024, l’età media dei cittadini stranieri è pari a 35,9 anni contro i 47,1 anni della popolazione italiana. Il rapporto tra popolazione non attiva (0-14 e oltre 65 anni) e popolazione in età lavorativa è decisamente più contenuto tra gli stranieri (29,4%) rispetto agli italiani (61%). Questi dati confermano la centralità del contributo straniero nell’equilibrio demografico e socioeconomico del Paese (dati Istat).
Tuttavia, in Italia i lavoratori stranieri percepiscono in media solo il 70% della retribuzione dei cittadini italiani con lo stesso livello di istruzione, dato tra i più bassi dell’intera area Oecd. Tale disallineamento è riconducibile a fenomeni di sovra-qualificazione, segregazione settoriale e ostacoli al riconoscimento delle competenze acquisite nei paesi di origine.
La condizione delle donne migranti merita un approfondimento specifico: pur rappresentando una quota significativa dei flussi, esse sono soggette a una doppia vulnerabilità, in quanto straniere e in quanto donne. Non meno rilevante è la situazione dei giovani migranti, molti dei quali faticano a inserirsi nel sistema scolastico e lavorativo: l’indice Neet tra i giovani stranieri tra i 15 e i 29 anni raggiunge valori sensibilmente superiori rispetto a quelli dei coetanei italiani, un fenomeno collegato a fattori multidimensionali quali il contesto familiare, le barriere linguistiche, l’insufficienza di reti di sostegno, nonché la discriminazione. Il tasso di abbandono scolastico tra i giovani stranieri non Ue è del 29,5%, a fronte di una media nazionale del 10,5% (MLPS, 2024).
Nel 2023, gli occupati stranieri in Italia ammontano a circa 2.273.000, pari al 10,1% del totale. Con riferimento ai settori di attività economica, gli stranieri risultano sovra-rappresentati nei settori a bassa qualificazione e ad alta intensità di lavoro manuale: nel 2023, la percentuale più alta si registra nel settore dei Servizi collettivi e personali (30,4%), seguito da Agricoltura caccia e pesca (18%), Alberghi e ristoranti (17,4%), e Costruzioni (16,4%). Dal punto di vista contrattuale, i lavoratori stranieri presentano un’incidenza più elevata di contratti a tempo determinato: il 22,3% contro il 15,2% della popolazione italiana (2023).
Il quadro occupazionale dei lavoratori migranti restituisce, dunque, l’immagine di una forza lavoro straniera funzionale, ma la cui integrazione nel mercato del lavoro si realizza più in termini di impiego quantitativo che non di valorizzazione delle competenze.
Nel corso del 2023, il mercato del lavoro italiano ha registrato un incremento delle assunzioni rivolte ai lavoratori stranieri, con un’espansione della sola componente non Ue del 6,7% rispetto all’anno precedente, testimoniando una domanda strutturale da parte del tessuto imprenditoriale nazionale nei confronti della manodopera straniera. Le professioni più coinvolte da queste dinamiche sono quelle dei braccianti agricoli, i servizi di assistenza alla persona, seguite da altre attività rientranti nel settore dell’industria e del commercio, a dimostrazione della persistente centralità della componente straniera nel lavoro non qualificato (MLPS, 2024). Ma secondo le previsioni occupazionali, saranno richiesti 461.122 lavoratori con qualifiche tecnico-professionali, 22.632 con diploma di scuola superiore e 92.012 con titolo universitario, mentre 278.154 unità riguarderanno lavoratori privi di un titolo di studio formale (Servizio Statistico di Sviluppo Lavoro Italia su dati MLPS – Sistema Informativo Statistico delle Comunicazioni Obbligatorie).
Nonostante un numero crescente di migranti possegga titoli di istruzione terziaria, solo una piccola percentuale riesce a trovare impiego in posizioni coerenti con tali competenze. A fronte di un mercato del lavoro che continua a richiedere prevalentemente mansioni esecutive e operative, i lavoratori migranti con titoli superiori si ritrovano spesso occupati in ruoli che non corrispondono al loro bagaglio formativo. Questo scenario pone l’accento sulla necessità di rafforzare le politiche di intermediazione, certificazione delle competenze e formazione continua.
Anche sul fronte degli infortuni sul lavoro, la componente migrante si conferma esposta a un rischio superiore rispetto alla media. Secondo i dati Inail, nel 2022 i lavoratori stranieri non Ue hanno subìto il 16,4% del totale nazionale degli infortuni, a fronte di una quota occupazionale pari a poco più del 10%. Tale sovraesposizione è spiegabile attraverso molteplici fattori: la prevalenza in settori ad alta incidenza infortunistica (come edilizia, agricoltura e logistica), l’accesso limitato alla formazione in materia di sicurezza sul lavoro e la scarsa sindacalizzazione (MLPS, 2024).
Un’ulteriore area di vulnerabilità riguarda la posizione previdenziale. Il quadro che emerge è quello di una partecipazione sostanziale in termini di contribuzione, a fronte però di una fruizione ancora marginale delle prestazioni, a causa di carriere lavorative discontinue, livelli retributivi bassi e difficoltà di accesso alle misure assistenziali. Secondo i dati dell’Osservatorio sugli stranieri dell’Inps, nel 2022 sono oltre 4 milioni gli stranieri rilevati. L’87,3% è costituito da lavoratori, il 7,3% da pensionati e il 5,4% da percettori di prestazioni a sostegno del reddito. Nel complesso, il contributo dei lavoratori stranieri alla sostenibilità del sistema previdenziale italiano appare evidente sul piano fiscale e demografico, ma non si traduce in una paritaria inclusione nei benefici.
Tecnologia, digitalizzazione e competenze digitali
La rivoluzione tecnologica degli ultimi anni è forse il cambiamento più profondo e visibile che stiamo vivendo nel mondo del lavoro. L’automazione, in particolare, è diventata una delle forze trainanti del cambiamento, capace di ridurre la necessità di lavoro umano in settori come la produzione, la logistica e i servizi. Tuttavia, se da un lato alcuni lavori vengono eliminati, dall’altro si creano nuove opportunità, spesso in campi ad alta tecnologia, come la programmazione, la gestione dei big data, la cybersecurity e la progettazione di algoritmi intelligenti.
La velocità con cui le tecnologie si evolvono pone una sfida importante per i lavoratori, che devono aggiornare le proprie competenze in modo sempre più rapido. Dall’altro lato, le imprese si trovano nella necessità di adattare i propri modelli organizzativi e gestionali per sfruttare al meglio queste tecnologie emergenti.
Tecnologia, digitalizzazione e competenze digitali: il lato dell’offerta di lavoro
Secondo i dati della Commissione Europea relativi al DESI (Digital Economy and Society Index) sul livello di competenza digitale della popolazione in età lavorativa, nel 2023, solo il 45,8% della popolazione italiana tra i 16 e i 74 anni risulta in possesso di almeno competenze digitali di base, contro una media Ue del 55,6%. La quota di individui con competenze digitali superiori a quelle di base è ferma al 22,2%, anch’essa inferiore alla media europea del 27,3%. Questo significa che più della metà della popolazione attiva italiana si trova in una condizione di insufficiente preparazione rispetto alle sfide tecnologiche legate alla trasformazione digitale.
La situazione è resa ancora più problematica dal confronto con gli altri paesi europei. I Paesi Bassi registrano un 82,7% sulle competenze di base e un 54,5% sulle competenze superiori; altri paesi europei, come Irlanda, Danimarca, Cechia, Svezia e Spagna, mostrano valori inferiori a Paesi Bassi, ma comunque superiori alla media europea.
Se andiamo a considerare le variazioni dal 2021 al 2023, l’Italia ha ottenuto un miglioramento solo dello 0,1% sulle competenze di base e una sorprendente diminuzione delle competenze superiori dello 0,3%. A fronte dunque di un punto di partenza già problematico in sé, non si ravvisano in prospettiva segnali di miglioramento.
Un indicatore importante per valutare la situazione di un Paese nell’affrontare il progresso tecnologico è la disponibilità di specialisti ICT e la quota di laureati in nelle discipline tecnologiche. Nel 2023, gli specialisti ICT costituivano il 4,1% dell’occupazione totale in Italia, contro una media Ue del 4,8% (dati del DESI). La distanza numerica si traduce in decine di migliaia di posizioni lavorative non coperte, che incidono sulla capacità delle imprese italiane di integrare tecnologie avanzate e innovazioni nei processi produttivi. Ancora più grave è la situazione relativa alla formazione accademica: nel 2022 solo l’1,5% dei laureati italiani proviene da corsi in discipline ICT, a fronte di una media Ue del 4,5%.
Questa differenza può essere un segnale della debolezza del sistema universitario italiano, che non riesce a generare un numero sufficiente di profili altamente qualificati nelle tecnologie digitali. A ciò si aggiunge la tendenza alla dispersione dei talenti: molti laureati ICT italiani cercano opportunità professionali all’estero, attratti da sistemi tecnologicamente più sviluppati e da condizioni lavorative più favorevoli.
Dal punto di vista generazionale, il quadro appare dicotomico. I giovani tra i 16 e i 24 anni mostrano una percentuale relativamente più elevata di competenze digitali di base (59,1%), ma comunque inferiore rispetto alla media europea (70%). Questo suggerisce che anche nelle generazioni più giovani vi è un ritardo culturale e formativo. Più preoccupanti ancora sono i dati relativi agli adulti e agli anziani: nella fascia tra 55 e 64 anni, solo il 38,5% ha competenze digitali di base, mentre tra i 65 e i 74 anni la quota scende al 19,3%, per una media europea al 25%.
Tecnologie, digitalizzazione e competenze digitali: il lato della domanda di lavoro
Sul lato della domanda di lavoro, va analizzato lo stato della digitalizzazione delle imprese. In riferimento ai dati della Commissione Europea, nel 2024 solo l’8,2% delle imprese italiane ha dichiarato di utilizzare almeno una tecnologia AI, rispetto al 13,5% della media Ue. Il dato scende ulteriormente per le PMI italiane, dove solo il 7,7% risulta aver adottato soluzioni basate sull’AI.
Per quanto riguarda l’analisi dei dati, nel 2023 solo il 26,6% delle imprese italiane ha fatto uso di strumenti per la raccolta e l’elaborazione dei dati, a fronte del 33,2% della media europea e valori superiori al 40% in paesi come Belgio, Ungheria e Croazia. Il dato delle PMI è ancor più contenuto (25,7%), rivelando un deficit nell’adozione di strumenti strategici per l’ottimizzazione dei processi decisionali.
Diverso è il quadro relativo al cloud computing, dove l’Italia si colloca sopra la media europea: il 55,1%, contro il 38,9% dell’Ue, con le PMI al 54,6%.
Nella condivisione elettronica delle informazioni attraverso sistemi ERP, l’Italia si attesta al 42,2%, un dato in linea con la media Ue (43,3%), mentre l’uso dei social media per finalità aziendali coinvolge il 28,5% delle imprese italiane, un valore lievemente inferiore alla media Ue (31,5%), ma significativamente più basso rispetto a paesi con ecosistemi digitali più dinamici. Tra le PMI, l’uso dei social media è anch’esso limitato (28%), segnalando un ritardo nell’adozione di strumenti di comunicazione digitale e marketing online.
L’intensità digitale delle PMI è un indicatore calcolato sulla base dell’utilizzo di 12 tecnologie digitali, tra cui e-commerce, sicurezza informatica, accesso remoto, uso di specialisti ICT, formazione digitale del personale e accesso a Internet veloce. Nel 2023, il 60,7% delle PMI italiane ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale, un dato superiore alla media Ue (57,7%), ma distante dai paesi come la Svezia (79,9%) o i Paesi Bassi (78,6%).
Nel 2023, solo il 13% delle PMI italiane ha dichiarato di realizzare almeno l’1% del fatturato tramite vendite online (contro il 19,1% Ue), e la quota media del fatturato generato dall’e-commerce, nel 2024, è del 14%, valore medio-alto ma limitato a un sottoinsieme ristretto di imprese digitalmente mature.
Questo scenario evidenzia come in Italia il livello medio di digitalizzazione delle imprese rimane inferiore rispetto alla media Ue, in particolare per le PMI, che costituiscono il cuore del tessuto produttivo italiano.
I dati sottolineano l’urgenza di investire nella formazione, nell’infrastruttura digitale e nelle politiche per accelerare la digitalizzazione e migliorare la competitività del Paese nel contesto europeo.
La trasformazione digitale del sistema produttivo italiano è ostacolata da una serie di fattori strutturali, uno dei quali è costituito dalla ridotta capacità di investimento delle PMI. Il costo della formazione rappresenta un altro elemento critico, soprattutto tra le PMI, e le imprese faticano a trattenere le competenze digitali acquisite.
Tra gli elementi positivi da evidenziare, c’è l’aumento dal 2017 al 2023 della percentuale di PMI italiane che vendono online: è più del doppio (5,1%) rispetto alla media Ue (2,2%), con un incremento del fatturato, dal 2017 al 2024, destinato all’e-commerce che vede l’Italia al primo posto nel ranking con gli altri paesi europei.
Il gap fra competenze digitali richieste e quelle effettivamente possedute dai lavoratori
La crescente richiesta di competenze digitali non è stata accompagnata da un adeguamento delle competenze della forza lavoro e da un deciso processo di digitalizzazione da parte delle imprese.
Negli ultimi anni, possiamo dire che si è creato un divario tra le competenze digitali richieste e quelle effettivamente possedute, un “digital skills gap” che potrebbe avere conseguenze rilevanti sia per i lavoratori che per le imprese, incidendo sulla produttività, sull’occupazione e sulle disuguaglianze sociali.
Il digital skills gap genera un mercato del lavoro dove posizioni lavorative altamente specializzate rimangono vacanti per lunghi periodi a causa della carenza di candidati qualificati.
Una delle principali cause di questo divario è la velocità del cambiamento tecnologico, un fenomeno evidente nel campo della cybersecurity e dell’AI, come evidenziato dal World Economic Forum (2023).
Un altro fattore cruciale è l’accesso limitato alla formazione continua. Inoltre, il divario generazionale rappresenta un ulteriore ostacolo: i lavoratori più anziani spesso incontrano difficoltà nell’acquisire competenze digitali, mentre le nuove generazioni entrano nel mercato del lavoro con un bagaglio di conoscenze tecnologiche già consolidato.
Le conseguenze di questo gap sono numerose. Dal punto di vista economico, le imprese che non riescono a reperire lavoratori qualificati registrano una riduzione della produttività e una minore capacità di innovare. Madgavkar et al. (2023) mostrano come nel 2023 la crescita del Pil avrebbe potuto essere fino all’1,5% più alto nelle otto economie più avanzate se i datori di lavoro fossero stati in grado di colmare le loro posizioni vacanti.
Mentre le competenze tecniche rimangono importanti non è da sottovalutare il ruolo delle competenze trasversali, le soft skills. Secondo il World Economic Forum (2023), il 50% dei lavoratori dovrà riqualificarsi entro il 2027 a causa dell’automazione e del progresso tecnologico. La flessibilità è necessaria in posizioni lavorative che richiedono interazioni frequenti con tecnologie emergenti o con mercati in rapido sviluppo. La capacità di lavorare in team è un’altra competenza trasversale rilevante, soprattutto in un contesto in cui la complessità delle sfide aziendali richiede soluzioni collaborative.
L’accelerazione del progresso tecnologico non riguarda soltanto i cosiddetti “settori emergenti”, come l’AI, l’IoT, ma si estende anche a comparti tradizionali, come l’agricoltura e la manifattura, che stanno integrando tecnologie avanzate nei loro processi. Ancora, secondo il World Economic Forum (2023), entro il 2030 oltre il 59% della forza lavoro globale dovrà affrontare un necessario processo di reskilling, ovvero di riqualificazione professionale, per restare competitiva.
Un’analisi dettagliata dei settori economici innovativi mette in luce alcune tendenze chiave. Nel settore tecnologico, l’aumento della capacità di calcolo e la diffusione delle reti 5G hanno creato una crescente domanda di esperti in cloud computing, AI e analisi dei dati. La figura del data scientist, ad esempio, è diventata centrale non solo per le aziende tecnologiche, ma anche per comparti tradizionali come la finanza, il commercio al dettaglio e persino l’agricoltura di precisione. Questo fenomeno evidenzia una progressiva intersezione tra discipline un tempo considerate separate, come l’informatica e l’agronomia.
Anche nel settore sanitario, le competenze richieste stanno cambiando rapidamente. Oggi, infermieri e medici devono acquisire competenze in gestione dei dati, sicurezza informatica e utilizzo di sistemi di AI per la diagnosi precoce. Queste competenze non sostituiscono le conoscenze tradizionali, ma le integrano.
Secondo il World Economic Forum (2023), il 42% delle mansioni attuali potrebbe essere automatizzato entro il 2027, con impatti significativi soprattutto nei settori manifatturiero, logistico e dei servizi. Mentre i processi produttivi automatizzati riducono la necessità di operatori manuali, aumentano la domanda di tecnici specializzati nella manutenzione dei robot, programmatori di sistemi automatizzati e analisti in grado di ottimizzare algoritmi di machine learning.
Hazan et al. (2024) stimano che la domanda di competenze tecnologiche potrebbe aumentare del 25% in Europa e del 29% negli Usa entro il 2030.
La transizione verso un’economia dominata dall’AI sta, inoltre, influenzando il modo in cui le aziende identificano e sviluppano il capitale umano. Secondo un’indagine di Accenture (2024) il 33% delle aziende sta investendo attivamente nel reskilling dei propri dipendenti per affrontare le sfide legate all’adozione di tecnologie emergenti come l’AI generativa.
La crescente adozione di tecnologie basate su AI ha, inoltre, sollevato il problema delle disuguaglianze nell’accesso alla formazione tecnica. I lavoratori con qualifiche basse o intermedie rischiano di essere esclusi da molte delle opportunità generate dall’automazione. Un esempio viene dal settore bancario, in cui l’automazione dei servizi clienti tramite chatbot e piattaforme digitali ha ridotto il numero di impiegati nelle filiali tradizionali, ma parallelamente ha aumentata la domanda di analisti di dati, esperti di cybersecurity e progettisti di interfacce utente.
Sviluppo tecnologico e competenze digitali nei principali settori di attività economica
Manifatturiero, finanziario, sanità, istruzione, settore pubblico in generale sono gli ambiti “chiave” che questa ricerca ha individuato in tema di trasformazioni tecnologiche e relativa rilevanza delle competenze digitali necessarie.
Settore manifatturiero: un’opportunità da giocare su professioni ibride e flessibilità
Il settore manifatturiero attraversa una profonda trasformazione dovuta alla progressiva integrazione delle tecnologie di Industria 4.0, che integra tecnologie digitali come automazione, IoT, robotica, AI e big data nei processi produttivi. Questo cambiamento richiede un forte cambiamento delle competenze lavorative richieste.
La figura dell’operaio tradizionale evolve verso un tecnico dotato di competenze digitali avanzate, capace di interagire con sistemi automatizzati, interpretare dati e risolvere problemi complessi. Le nuove competenze includono l’uso di software gestionali, programmazione di macchine, gestione di reti IoT e manutenzione predittiva, oltre a capacità trasversali come pensiero critico e adattabilità.
Le competenze esistenti vengono dunque ibridate: meccanica, elettronica e informatica si fondono in nuove figure professionali come il tecnico meccatronico, figura emblematica della manifattura digitale.
Il mutamento delle competenze richieste implica la nascita di figure professionali inedite, che affiancano e in parte sostituiscono i ruoli tradizionali. Tra queste si possono citare l’analista dei dati di produzione, il progettista di sistemi cyber-fisici, il programmatore di robot collaborativi, il tecnico per la manutenzione predittiva, lo specialista in cybersecurity industriale.
La rapidità dell’evoluzione tecnologica rende necessaria la formazione continua. Le imprese devono investire nella qualificazione dei lavoratori, mentre i dipendenti devono coltivare una cultura dell’apprendimento permanente.
Per le PMI italiane, la sfida è duplice: superare la ritrosia verso l’innovazione digitale, valorizzando al contempo la propria flessibilità. Il rischio principale è il digital divide, che potrebbe escludere dal mercato chi non possiede competenze digitali. Servono quindi politiche inclusive, incentivi e formazione accessibile per garantire una transizione equa.
Servizi finanziari
La trasformazione digitale nel settore dei servizi finanziari ha avviato un processo di riconfigurazione delle pratiche operative standard, dei modelli di business e delle competenze professionali richieste. Questo mutamento, reso possibile dall’introduzione di tecnologie emergenti come il fintech (acronimo di financial technology), la blockchain, l’AI, il cloud computing e i big data, ha posto le competenze digitali al centro della strategia competitiva del settore.
Il fintech comprende soluzioni digitali che innovano i servizi finanziari tradizionali: pagamenti digitali, prestiti peer-to-peer, crowdfunding, assicurazioni digitali (insurtech) e gestione automatizzata degli investimenti (robo-advisory). Le competenze digitali non sono più riservate agli esperti ICT, ma diventano essenziali per tutti gli operatori del settore.
I nuovi profili richiesti includono data analyst, esperti di cybersecurity, sviluppatori di software finanziari, specialisti in blockchain, digital product manager e compliance officer. Anche i ruoli tradizionali come consulenti finanziari e analisti di rischio devono integrare strumenti e logiche digitali nel loro lavoro.
Le competenze digitali si articolano su tre livelli: competenze di base (uso di strumenti comuni e interfacce digitali), competenze tecniche specialistiche (linguaggi di programmazione, business intelligence, analisi dati, sicurezza informatica) e competenze strategiche-manageriali (gestione della trasformazione digitale e decisioni basate sui dati).
La cybersecurity rappresenta un aspetto cruciale: la digitalizzazione ha ampliato i rischi informatici, rendendo fondamentali le competenze in prevenzione, monitoraggio e risposta agli incidenti, oltre alla conformità normativa (GDPR).
L’analisi dei big data permette alle istituzioni finanziarie di maneggiare enormi volumi di dati per personalizzare servizi, prevedere rischi, individuare frodi e sviluppare nuovi prodotti. L’analista dei dati dunque è diventato figura centrale nei processi decisionali strategici.
La blockchain introduce ulteriori opportunità attraverso transazioni sicure e decentralizzate, criptovalute, smart contracts e piattaforme DeFi, richiedendo nuove competenze tecniche, economiche e regolatorie.
La tecnologia blockchain ha introdotto un ulteriore livello di complessità e di opportunità. Questa tecnologia, che consente la registrazione sicura, trasparente e decentralizzata delle transazioni, apre la strada a nuove modalità di scambio di valore, come le criptovalute, i contratti intelligenti (smart contracts) e le piattaforme decentralizzate (DeFi). Le figure professionali emergenti in quest’area includono sviluppatori blockchain e esperti legali specializzati in smart contracts.
Sanità
L’integrazione di tecnologie come le cartelle cliniche elettroniche (EHR, Electronic Health Records), la telemedicina, i dispositivi diagnostici digitali e i sistemi di AI rappresenta non solo un’opportunità per migliorare la qualità delle cure, ma anche una sfida organizzativa e formativa di grande portata.
L’AI e l’analisi dei big data in paticolare stanno aprendo nuove frontiere per la medicina predittiva, la diagnosi precoce, la personalizzazione delle terapie e l’ottimizzazione dei processi clinici. I sistemi di AI possono analizzare enormi quantità di dati in tempi rapidi, individuare percorsi clinici complessi e suggerire decisioni diagnostiche o terapeutiche supportate da evidenze. I professionisti sanitari devono possedere competenze specifiche nella comprensione e nell’interpretazione dei risultati generati dagli algoritmi, nella valutazione della loro affidabilità, nella gestione etica dei dati e nella collaborazione con figure specializzate come data scientist e bioinformatici. La formazione in questo àmbito è ancora limitata e molti operatori sanitari faticano a integrare le tecnologie di AI nella pratica clinica quotidiana. I dati disponibili a livello europeo mostrano che l’Italia si colloca al di sotto della media Ue per quanto riguarda la diffusione delle competenze digitali nel settore sanitario: secondo Unioncamere (2022), il gap tra domanda e offerta di competenze digitali è ampio e rischia di compromettere le possibilità di innovazione e di miglioramento dei servizi. Paesi come la Finlandia, i Paesi Bassi e la Danimarca, dove l’alfabetizzazione digitale è più diffusa anche tra i professionisti della salute, mostrano invece un maggiore successo nell’implementazione delle tecnologie digitali in campo sanitario. Sempre Unioncamere stima che, entro il 2027, oltre il 50% delle nuove posizioni lavorative nel settore sanitario richiederà competenze digitali avanzate, tra cui la capacità di utilizzare piattaforme per il monitoraggio remoto, analizzare dati clinici attraverso strumenti di business intelligence e partecipare a processi di innovazione digitale.
Un altro aspetto interessante da valutare in campo sanitario è l’equità nell’accesso alle tecnologie e alle competenze digitali. Le differenze regionali, sociali e organizzative possono aumentare le disuguaglianze nell’accesso alle cure, se non accompagnate da politiche attive di inclusione digitale. L’alfabetizzazione digitale dei pazienti, la disponibilità di infrastrutture adeguate, l’accessibilità delle piattaforme e la qualità dei servizi digitali offerti sono elementi che influenzano l’efficacia della trasformazione digitale.
Istruzione
La digitalizzazione nel settore dell’istruzione implica un cambiamento dei metodi di insegnamento, delle modalità di apprendimento e delle competenze richieste agli attori coinvolti nel processo educativo.
Numerosi studi e rapporti internazionali hanno sottolineato l’importanza delle competenze digitali nel settore educativo. Per citarne uno, la Commissione Europea, attraverso il Digital Education Action Plan 2021-2027, ha posto al centro delle politiche educative la promozione delle competenze digitali, indicando la necessità di rafforzare la formazione degli insegnanti, di dotare le scuole delle infrastrutture adeguate e di promuovere metodologie didattiche innovative.
In prospettiva, a nostro avviso, la digitalizzazione nel settore dell’istruzione dovrebbe essere considerata come uno strumento per promuovere un apprendimento più efficace, inclusivo e centrato sullo studente. La pandemia ha avuto l’effetto di rendere visibili le potenzialità e i limiti dell’istruzione digitale. Se in alcuni contesti ha rappresentato una leva di innovazione, in altri ha accentuato difficoltà preesistenti, come la mancanza di infrastrutture, la scarsa formazione del personale e le disuguaglianze nell’accesso. Ma, soprattutto, ha stimolato una riflessione collettiva sull’importanza della preparazione digitale dei docenti e sulla necessità di rinnovare i modelli formativi.
Settore pubblico
La trasformazione digitale della Pubblica amministrazione rappresenta una sfida complessa per i sistemi istituzionali contemporanei. Le competenze digitali assumono un ruolo rilevante per l’attuazione e il successo delle strategie di e-government, determinando la capacità delle Amministrazioni pubbliche di rispondere in modo efficace e trasparente alle esigenze della collettività.
Negli ultimi anni, la digitalizzazione dei servizi pubblici ha seguito una traiettoria progressiva, passando dalla mera informatizzazione dei procedimenti interni alla creazione di veri e propri sistemi digitali in cui cittadini, imprese e Istituzioni interagiscono attraverso piattaforme online.
La mancanza di competenze digitali adeguate costituisce, tuttavia, uno degli ostacoli principali alla piena realizzazione dell’e-government. Se consideriamo l’indice DESI sulla digitalizzazione dei servizi pubblici, senza riportare esplicitamente i dati, possiamo rilevare che l’Italia registra ancora livelli relativamente bassi nella dimensione dei servizi pubblici digitali e nell’utilizzo degli stessi da parte dei cittadini.
Le Pubbliche amministrazioni, inoltre, gestiscono una quantità ingente di dati sensibili e devono essere in grado di prevenire, rilevare e reagire a eventuali minacce informatiche. Ciò richiede non solo l’adozione di soluzioni tecnologiche adeguate, ma anche la formazione del personale su pratiche di sicurezza, gestione delle identità digitali, crittografia, backup e risposta agli incidenti.
Lo studio integrale è scaricabile cliccando qui