Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Intervento del Presidente dell’Eurispes

Intervento del prof. Gian Maria Fara, Presidente Eurispes all’incontro promosso da UILFPL Roma e Lazio

 

Dagli ultimi dati del Viminale emerge un bilancio inversamente proporzionale della legge sullo stalking. Da un lato le misure di polizia contro le persecuzioni dei nostri giorni sono quadruplicate, dall’altro sembrerebbero in diminuzione i casi pedinamenti ossessivi e gli atti persecutori.

Infatti, se nel periodo da marzo 2013 a marzo 2014 i casi denunciati erano in aumento del 12,4%, dalla primavera del 2014 a quella del 2015 il Ministero dell’Interno mette in evidenza una diminuzione degli atti persecutori in genere del -24,6%.

In termini numerici, per intendersi, la diminuzione è relativa: si passa dai 13.300 casi di stalking accertati del primo periodo ai 10.029 casi relativi all’ultimo anno.

Appaiono in diminuzione anche gli ammonimenti del Questore, che sono passati da 1.403 al marzo 2014 a 1.305 al marzo 2015, con una diminuzione percentuale che sfiora il – 7%, così come i provvedimenti di divieto di avvicinamento, diminuiti da 4.765 tra marzo 2013 e marzo 2014, ai 4.460 relativi al periodo marzo 2014- marzo 2015, con una lieve diminuzione percentuale del – 6,4%.

Sempre secondo le stime del Ministero dell’Interno, i femminicidi nell’ultimo anno preso in considerazione, vale a dire da marzo 2014 a marzo 2015, sono stati 137, di cui 102 in ambito familiare.

In diminuzione dunque rispetto al 2013-2014 e ancor di più rispetto al 2012-2013, con una flessione percentuale del -22,6% per i femminicidi in genere e del -16,3% dei femminicidi perpetrati in àmbito familiare.

L’Eurispes ha affrontato il fenomeno dello stalking sondando in maniera diretta e indiretta l’effettiva proporzione di questo fenomeno dilagante. Un crimine che ha trovato espressioni ancora più violente tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie in una società iperconnessa, e che sempre più spesso viene perpetrato all’interno dei social network, Facebook in testa.

Alla domanda diretta “le è mai capitato di essere vittima di stalking” il 7,5% ha risposto positivamente.  Quando invece è stata posta una domanda indiretta, “non sensibile” come la precedente e quindi con un tasso di risposta atteso più elevato, la percentuale di quanti hanno affermato di conoscere qualcuno rimasto vittima di stalking è aumentata fino al 20,9%.

Questo significa che 2 intervistati su 5 hanno avuto conoscenza, anche se indiretta, di casi di stalking.
Proiettando il dato di chi denuncia di aver subito stalking sulla popolazione dai 18 anni un su, si giungerebbe a un valore numerico indicativo, ma comunque impressionante, della portata di questo fenomeno: almeno 4 milioni di persone.

Ma il dato Eurispes proiettato sulla popolazione stride fortemente con quello delle denunce raccolte nel corso degli ultimi anni, proprio perché il reato non viene segnalato nella maggior parte dei casi.  

Occorre infatti tener presente che sul dato incide una sorta di fisiologica reticenza a denunciare. Anche se sta crescendo la consapevolezza rispetto al tema della violenza fisica e psicologica, denunciare non è sempre così facile, perché le donne sono ancora culturalmente riluttanti nel rendere pubblica una situazione di persecuzione subìta.

È interessante notare come lo stato civile degli intervistati metta in evidenza un particolare risultato: sono le persone separate o divorziate ad ammettere di essere stati “stalkerizzati” (19,7%).

Questa è sicuramente una delle categorie più esposte al fenomeno poiché, nella maggior parte dei casi, la fine dell’unione coniugale comporta strascichi e attriti, difficoltà nel gestire la separazione, ma anche e soprattutto nell’accettarla.

Occorre aggiungere che è mutato il volto del femminicidio in àmbito familiare: non più solo moventi di carattere passionale o delitti d’onore, ma anche gesti di disperazione spesso strettamente correlati alla difficile congiuntura politico-economica dei nostri tempi.

Alcuni episodi di violenza di genere, infatti, sono riconducibili all’interno di nuclei familiari con persone anziane, in cui uno dei due è afflitto da un male incurabile o ritenuto non affrontabile a livello economico (sono i casi di cosiddetto omicidio-suicidio, in cui il coniuge killer subito dopo si toglie anch’egli la vita). Oppure all’interno di nuclei familiari di extracomunitari, laddove la mancata integrazione nel nostro Paese spinge a gesti eclatanti in costante aumento: i femminicidi riguardano sempre più famiglie straniere trapiantate in Italia.  

Tra i connazionali, invece, ancora molto forte resta la motivazione delle separazioni matrimoniali: la mancata accettazione da parte del partner abbandonato induce spesso a compiere un gesto estremo di controllo sulla vita dell’altro.

La situazione impone una riflessione: denunce e leggi sono strumento importante ma non sufficiente ad arginare un fenomeno tanto vasto, complesso e delicato. Ma da sole non bastano, se contestualmente non si lavora a livello culturale per un’educazione al rispetto delle differenze di genere e ad un’educazione sentimentale.

Alla radice dello stalking, così come del femminicidio, vi è infatti troppo spesso una devianza di origine ancestrale legata a mentalità e costumi di una certa Italia e strettamente correlata a quelle regole “non scritte” di consuetudini sociali viziate, che spesso ancora oggi scandiscono i rapporti interpersonali e di coppia.

Non dimentichiamo, infatti,  che il modo in cui una società tratta e considera la donna è indicatore principale del suo livello di civiltà.

Ne Il secondo sesso, un’opera di respiro universale, diventata una tra le fondamentali del Novecento, pubblicata a Parigi nel 1949, Simone De Beauvoir scriveva:

“La donna è sempre stata, se non la schiava, la suddita dell’uomo; i due sessi non si sono mai divisi il mondo in parti uguali e ancora oggi, nonostante la sua condizione stia evolvendosi, la donna è gravemente penalizzata. Si può dire che in nessun paese l’uomo e la donna hanno una condizione legale e materiale paritetica e quasi sempre la differenza va a duro svantaggio della donna.”

La De Beauvoir denuncia che il dramma della donna nasce in quell’idea, culturalmente trasmessa, di essere inferiore che può essere trattato come soggetto complementare nella compagine sociale.

In una frase, condenserà la necessità e l’urgenza del completo recupero e valorizzazione dell’identità femminile: “Donna non si nasce, lo si diventa”.

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