Donne: In equilibrio tra casa e lavoro
Donne: In equilibrio tra casa e lavoro
«Angeli del focolare, ma sempre più acrobate, divise tra lavoro, famiglia e figli. Motore della società – dichiara il Presidente dell’Eurispes, Prof. Gian Maria Fara – spesso penalizzate dal desiderio di diventare madri.
Donne quotidianamente alle prese con l’economia e la gestione familiare, diventata una vera e propria prova di sopravvivenza per milioni di famiglie italiane che subiscono, come l’Eurispes afferma da tempo, non più la crisi della quarta, ma ormai della terza settimana. Le uniche – conclude il Presidente dell’Eurispes – spesso costrette a”scegliere di rinunciare”, ma che sembrano avere un forte desiderio: riuscire a conciliare il lavoro e la famiglia senza l’attuale implicazione che uno elimina l’altro».
«Il mondo del “lavoro familiare” o”lavoro di cura” rappresenta – spiega Federica Rossi Gasparrini, Presidente Nazionale DonnEuropee Federcasalinghe – un settore universale del nostro vivere. Tutti, anche se in modo diverso, ne usufruiscono. Milioni di persone lo svolgono, vuoi a tempo pieno, vuoi con tempi più ridotti. Sono le donne, in modo quasi esclusivo, che si sono assunte questo compito, spesso non facile.
La ricerca – conclude la Presidente Nazionale DonnEuropee Federcasalinghe – dà loro voce, quali prime attrici dell’incalcolabile risorsa sociale ed economica che è rappresentata dal “lavoro”che rende la vita degna di essere vissuta.
Partendo dai risultati dell’indagine che hanno messo in evidenza le problematiche derivanti dal peggioramento della situazione economica delle famiglie che si ripercuotono in primis sul lavoro delle donne in termini di aumento del carico delle responsabilità e degli oneri – non a caso la prima rinuncia per far fronte alle difficoltà è quella di non avere aiuti in casa –, la nostra Associazione intende impegnarsi per trovare e proporre ai decisori politici soluzioni che possano portare ad una riduzione del costo della vita».
Il sondaggio, realizzato dall’Eurispes in collaborazione con le DonnEuropeeFedercasalinghe, rappresenta la prima indagine approfondita sui problemi e sulle aspettative delle casalinghe italiane. La rilevazione è stata realizzata tramite la somministrazione face to face di un questionario a 1.035 donne.
Quello che si delinea è un ritratto articolato e sfaccettato della figura della casalinga e, più in generale, della donna nella società contemporanea. L’aspirazione più diffusa sembra essere quella di poter conciliare serenamente ambito familiare e lavorativo, senza dover rinunciare o dover sacrificare eccessivamente nessuno dei due, ma anche salvaguardando il proprio tempo vitale ed il proprio benessere. Emerge inoltre la consapevolezza di rivestire un ruolo di importanza cruciale, che per questa ragione andrebbe tutelato e valorizzato. Anche economicamente.
Secondo il 72,4% delle donne fare la casalinga non rende la donna realizzata; solo il 24,4% è di quest’opinione. Non sono poche le donne che sottolineano come fare la casalinga, e quindi potersi dedicare alla famiglia ed alla casa senza la necessità imprescindibile di garantirsi uno stipendio lavorando, costituisca una fortuna ormai non comune: si tratta del 41,6% contro il 54,2%. Solo una minoranza (24,7%) ritiene che fare la casalinga renda la donna libera e autonoma, mentre il 70,7% crede il contrario.
Il campione si divide quasi equamente sull’affermazione che fare la casalinga consente di avere molto tempo per sé: il 46,6% è d’accordo, contro il 49% convinto del contrario.
Più della metà (53,4%) delle donne intervistate non pensa che fare la casalinga riduca il ruolo della donna nella società, tuttavia un significativo 43,2% ritiene che sia così.
D’altra parte l’idea secondo cui il buon funzionamento dell’economia familiare dipenda dalla casalinga viene condivisa dal 78,6% delle donne. Così pure il 66,3% ritiene che dalla casalinga dipende la riuscita della famiglia. Quasi un terzo delle donne intervistate, il 31,7%, ritiene che fare la casalinga renda soprattutto responsabili. Un considerevole 17,9% si definisce invece insoddisfatta, il 12,9% soddisfatta, l’11,8% annoiata. Meno numerose le donne che si dicono fortunate (8,7%) o frustrate (7,7%). Le più soddisfatte del loro ruolo sono le più mature, dai 65 anni in su (22,5%), le meno soddisfatte le giovani dai 25 ai 34 anni (8,7%).
Povere, ma belle: le donne, testimoni del cambiamento della situazione economica. Nel nostro Paese sono soprattutto le famiglie a subire le ripercussioni di uno scenario economico internazionale fragile. Vista nel complesso, la situazione appare desolante: crescono i costi dell’energia, aumentano i prezzi “regolamentati”, lievitano le tariffe dei trasporti e degli altri servizi di pubblica utilità. La crescita esorbitante dei prezzi dei generi alimentari nell’ultimo periodo ha causato addirittura un calo nelle vendite di beni considerati di prima necessità come il pane e la pasta. Inoltre negli ultimi anni si è verificata una considerevole perdita del potere d’acquisto delle famiglie italiane unitamente ad un notevole incremento del ricorso al credito al consumo, che rappresenta oramai una forma stabile di integrazione del reddito e diventa sempre più un fatto comune nella gestione del menage familiare. Una delle cause principali di questo andamento negativo dell’economia delle famiglie è stata una mancata crescita del reddito pro capite da contrapporre all’aumento vertiginoso dei prezzi.
Le donne sono testimoni in prima linea del cambiamento della situazione economica nazionale, dal momento che tradizionalmente è deputato ad esse il compito di occuparsi delle piccole spese quotidiane utili al sostegno della famiglia. Il 92,5% delle donne è dell’opinione che i prezzi al consumo hanno subìto un aumento nel corso del 2007 e nei primi mesi del 2008. Per contro, percentuali molto più basse di casalinghe ritengono che i prezzi siano rimasti stabili (4,9%) o diminuiti (1,4%).
Fare acquisti diventa sempre più oneroso: nel 78,5% dei casi si è constatato un considerevole aumento del prezzo dei prodotti che riempiono più di frequente il carrello della spesa. Infatti, per il 43,8%, si è trattato di un elevato aumento, mentre il 34,7% giudica l’aumento eccessivo. Solo il 17,6% considera che l’aumento dei prezzi non sia stato particolarmente consistente.
Un aumento sostanziale è stato avvertito soprattutto per i beni di prima necessità, primi fra tutti il pane (aumentato per il 90,5% delle intervistate), i prodotti ortofrutticoli (90,1%), il latte e i formaggi (87,1%). Elevato anche il disagio espresso per l’aumento del costo di carne (77%), pesce (75,5%) e salumi (70,2%). Una forte preoccupazione è stata manifestata anche per la crescita dei costi che una famiglia deve sostenere per assicurarsi un tetto sulla testa (81,3%). Secondo le donne intervistate, i rincari hanno riguardato anche detersivi (73,9%), mobili (67,2%) ed elettrodomestici (52,8%).
Nell’ultimo anno la vanità delle donne ha dovuto fare i conti con ampi margini di incremento di spesa: i prezzi di parrucchieri ed estetiste sono in crescita (lo rileva il 70% delle donne), così come quelli per vestiario e calzature (77,7%). Meno consistente l’aumento avvertito per il costo degli abbonamenti a palestre e per la pratica di attività sportive di vario genere (55,3%).
Ma gli aumenti non hanno risparmiato neanche i prodotti per l’infanzia (66,5%) e non mancano impennate di prezzo per le spese che si sostengono per poter garantire ai propri figli un certo livello di istruzione, in salita per il 75,1% delle intervistate.
Anche i servizi di base hanno registrato un incremento di costo, particolarmente consistente per il settore dei trasporti (77,2%), gravato dal progressivo aumento del prezzo del carburante. Non si sottrae a tale tendenza neppure il settore della sanità dove la spesa per medicinali e prestazioni mediche è considerata in aumento dal 67% delle intervistate.
Ma come si modificano le consuetudini di vita delle donne italiane? Per il 68,5% le spese per le attività svolte nel tempo libero si sono ridotte molto (29,2%) o abbastanza (39,3%). Significativa, la percentuale, complessivamente pari al 65,3% (molto 46,5%; abbastanza 18,8%), delle donne che hanno dovuto fare a meno di avvalersi dell’aiuto della collaboratrice domestica. In tante, poi, hanno preferito lavare gli abiti personalmente piuttosto che portarli in tintoria. Tuttavia, una cosa a cui le donne italiane non si sentono di rinunciare (o a cui rinunciano meno volentieri rispetto ad altro) è la spesa per il parrucchiere o l’estetista per la quale solo il 56,7% delle donne ha risparmiato molto (20,7%) o abbastanza (36%).
Affannosamente in cerca di risparmio. Nel corso del 2007 e nei primi mesi del 2008, le casalinghe italiane hanno modificato anche le loro abitudini d’acquisto in relazione ai punti vendita prescelti. La maggior parte di esse (76,4%) ha dichiarato di aver preferito effettuare i propri acquisti nel periodo dei saldi (molto 41,7%; abbastanza 34,7%) e di essersi recata frequentemente presso gli outlet o i mercatini per trovare vere e proprie occasioni nell’ambito dell’abbigliamento (66,6%).
La spesa quotidiana dei più comuni generi alimentari viene fatta sempre più spesso al mercato (opzione preferita complessivamente dal 63,9%) o presso i discount (60,3%) molto più economici del supermercato. Non si evidenzia, inoltre, alcuna difficoltà da parte delle casalinghe a cambiare marca di prodotto alimentare se più conveniente (63,3%).
Ma anche la spesa per viaggi e vacanze è stata ridotta nel 59,4% dei casi (abbastanza: 28%; molto: 41,4%). Nel 67,4% dei casi si è preferito diminuire il numero delle uscite fuori casa allo scopo di ridurre le spese che ad esse sono collegate (molto: 33,4%; abbastanza: 34%). Inoltre, il 75% delle intervistate ha rinunciato sempre più di frequente a pranzare o cenare fuori casa, sostituendo il ristorante o la pizzeria con pranzi o cene a casa di amici (58,5% di cui molto 27,7%; abbastanza 30,8%) e parenti (57,1% di cui molto 25,7%; abbastanza: 28,4%). Un’altra soluzione, indicata dal 57,8% delle donne, è quella di preparare dolci e pizze in casa per abbattere i costi che questi prodotti hanno raggiunto nell’ultimo periodo.
Le casalinghe italiane considerano la situazione economica della propria famiglia in modo piuttosto negativo: per il 51,3% l’economia familiare nel corso del 2007 e nei primi mesi del 2008 ha subìto un lieve (36,3%) o un netto peggioramento (nel 15% dei casi). Tuttavia, un consistente 38,9% considera che le finanze della propria famiglia siano rimaste sostanzialmente stabili nell’arco di tempo preso in considerazione. Più ottimista un’esigua percentuale di donne (6,6%) che ritiene la situazione economica del nucleo familiare a cui appartiene in lieve (4,8%) o in netto miglioramento (1,8%).
Rinunce, cambi di abitudini e tagli al superfluo: sembra proprio che le famiglie italiane debbano inventarsi, mese dopo mese, un sistema per riuscire a far quadrare i conti. Nonostante il 61% delle casalinghe italiane affermino di riuscire ad arrivare a fine mese, difficilmente riesce a mettere da parte qualcosa da investire in un secondo momento. Infatti, il 72,1% delle intervistate dichiara di non riuscire a risparmiare e, di conseguenza, di non avere la possibilità di investire (83,1%).
Si ricorre poco a prestiti personali o all’aiuto della famiglia d’origine per realizzare le proprie esigenze di consumo (rispettivamente nel 16% e nel 22,4% dei casi), ma una donna su due (52,6%) ammette di dover far ricorso ai risparmi messi da parte negli anni precedenti.
Pianeta lavoro: un mondo non ancora a misura di donna. Qual è il rapporto che le casalinghe instaurano con il mondo del lavoro? Più di un terzo, il 35,5%, svolge un lavoro a tempo pieno, oltre alla quotidiana attività di casalinga, confermando l’importanza che attualmente la donna attribuisce alla dimensione lavorativa, nonostante le difficoltà che tale scelta comporti in ambito familiare. Il 16,6%, invece, dichiara di essere casalinga a tempo pieno e il 14,1% di percepire già la pensione. Tra quante sostengono di lavorare fuori casa, il 9,4% ha optato per un part-time orizzontale (tutti i giorni a orario ridotto) contro il 2,9% di quante lavorano con part-time verticale (tempo pieno ma solo in alcuni giorni della settimana). Il 6,4%, invece, ha un contratto a progetto e il 6% è assunto a tempo determinato. Il 4,5% confessa di lavorare senza contratto.
Il settore che apre le porte in misura maggiore alle casalinghe è quello impiegatizio (38,6%). Numerose anche le operaie (11,6%) e il gruppo delle libere professioniste (11,2%). Una casalinga su dieci, invece, è attiva nel settore dell’insegnamento (10,4%). Mentre il 2,9% svolge lavoro di baby-sitting. La difficoltà nel raggiungere livelli dirigenziali in campo lavorativo si riscontra nella bassissima percentuale di donne che hanno un ruolo di dirigente o quadro: solamente il 4,8%.
Quali invece le motivazioni che spingono le donne a decidere di non lavorare fuori casa? La maggior parte delle donne, il 21,8%, non accetta un lavoro fuori dalle mura domestiche perché desidera occuparsi totalmente della propria famiglia. Il 15,7% invece, nonostante la volontà di intraprendere un’attività lavorativa fuori casa, afferma di non avere trovato un’occupazione. Il 14% pone, invece, al primo piano l’educazione dei figli: decidere di educare “bene” i propri figli per molte donne significa, dunque, rinunciare ad un lavoro fuori casa. Il 7,6%, in linea con quanto appena affermato, sostiene infatti di aver deciso di non lavorare fuori casa proprio per non rinunciare a fare la mamma a tempo pieno. Solo una donna su 10 (il 10,7%) non lavora fuori casa poiché il reddito familiare le consente di non lavorare.
Diverso, invece, il caso della donna che dopo il matrimonio è costretta ad abbandonare il lavoro (7,6%) e della casalinga che non lavora perché marito o famiglia hanno sempre avuto un atteggiamento contrario nei confronti di questa scelta (5,1%). Si evidenza, dunque, un ostacolo da parte della famiglia nel 12,7% dei casi, dovuto a motivazioni legate molto probabilmente al ruolo che la tradizione associa alla donna e a quell’immagine di portatrice di reddito che stenta ad affermarsi in società. Solo il 4,8% colpevolizza il quadro normativo, affermando che è difficile conciliare famiglia e lavoro nell’attuale contesto di norme che regolano il sistema Paese.
Percepire uno stipendio mensile? Quasi un terzo delle donne (29,7%) ritiene che sia un diritto delle casalinghe ricevere uno stipendio mensile in quanto esse svolgono un lavoro a tutti gli effetti entro le mura domestiche. Il 24,6% sostiene che lo stipendio deve essere corrisposto dallo Stato lì dove il reddito familiare è modesto mentre l’11,5% lega il diritto allo stipendio al numero di figli a carico. Ben oltre la metà, il 65,8%, dunque, risponde positivamente alla domanda posta, schierandosi a favore del diritto allo stipendio mensile.
Una donna su 4 (25,2%), invece, è contraria al diritto allo stipendio: il 21,5% afferma, a spiegazione della risposta data, che il lavoro della casalinga è svolto anche dalle donne che lavorano fuori casa mentre il 3,7% ritiene addirittura che l’attività della casalinga non possa considerarsi un lavoro al pari di quello svolto fuori casa, attribuendogli un’importanza del tutto particolare.
Sottoscrivere o meno una polizza o una pensione integrativa. Afferma di avere una polizza vita il 31,5% delle intervistate (contro il 62% che dichiara il contrario), il 19,1% ha una polizza integrativa (contro il 74,2% del campione che dichiara di non averla) e il 15,6% una polizza sanitaria (contro il 76,6% che non l’ha sottoscritta). Hanno invece firmato una assicurazione contro gli infortuni domestici il 16,2% delle intervistate contro il 75,9%.
L’identikit delle donne: tra casa e lavoro. Dalla rilevazione emerge che il numero delle donne che si occupano della cura della casa e che, allo stesso tempo, hanno un’occupazione fuori casa è aumentato rispetto al recente passato. È vero anche, però, che in Italia si è ancora molto distanti dal raggiungere i tassi di occupazione al femminile caratteristici degli altri paesi europei. Il 35,5% del campione svolge un lavoro a tempo pieno fuori casa e si tratta, soprattutto, di donne con un’età compresa tra i 35 e i 54 anni, che vivono al Nord oppure nelle Isole. Le casalinghe più giovani sono quelle che lavorano nel 43,4% dei casi e che, allo stesso tempo, accettano in misura maggiore contratti di lavoro a progetto. Le giovani donne confermano, dunque, quanto avviene oggi nel mondo del lavoro, dove l’ingresso per i giovani risulta caratterizzato dall’accettazione di contratti di parasubordinazione. Il settore lavorativo che risulta peculiare del mondo delle casalinghe è quello impiegatizio, che apre le porte al 38,3% del campione. Non è detto, infine, che la donna del Sud sia quella che rinuncia al lavoro fuori casa perché preferisce dedicarsi completamente alla cura della casa e all’educazione dei figli. L’importanza che la donna attribuisce alla cura della casa e della famiglia risulta essere ovunque molto alta. Al Sud, invece, si evidenzia in misura maggiore rispetto alle altre aree geografiche come la scelta di non avere un’altra occupazione sia dovuta alle soddisfacenti condizioni economiche familiari. Le casalinghe, infine, mostrano il forte desiderio di percepire uno stipendio mensile, che gratifichi materialmente quanto svolto all’interno delle mura domestiche, ma appaiono ancora fortemente scettiche nei confronti della sottoscrizione di polizze e pensioni integrative.
Mamma e lavoratrice: due realtà non sempre conciliabili. Dall’analisi sulla composizione familiare delle donne intervistate emerge che il 34% non ha figli. Le casalinghe che hanno uno o due figli sono, invece, rispettivamente il 23,2% ed il 27,8%. Si riduce, quindi, il numero di famiglie numerose, infatti, solo il 13,7% delle intervistate dichiara di avere più di due figli.
Mamme sì, ma sempre più tardi. A non avere figli sono soprattutto il 69,2% delle donne tra i 18 e i 24 anni e il 66,3% di quelle tra i 25 e i 34 anni. Dichiara di avere solo un figlio soprattutto il 30,9% delle donne che ha tra i 35 e i 44 anni; due quelle tra i 45 e i 64 (37,9%); più di due solo il 25% delle casalinghe che hanno oltre i 65 anni. Le difficoltà economiche rappresentano il primo ostacolo che impedisce alle donne di procreare (22,2%). La precarietà nel mondo del lavoro, che si caratterizza per una totale assenza di forme di tutela sociale, spinge, poi, il 17,2% delle donne a rinunciare ad avere dei bambini per paura di perdere la propria occupazione. Non avere figli semplicemente per scelta personale e/o di coppia riguarda invece il 16,2% delle donne. Per l’11,9% delle intervistate un bambino avrebbe sicuramente compromesso il proprio lavoro, mentre l’8,9% non avrebbe saputo a chi lasciarlo durante le ore di lavoro. C’è anche chi, pur desiderando fortemente dei figli, non è riuscita ad averli per problemi di natura fisica (7,9%), mentre del tutto esigua (4,3%) è la percentuale di chi afferma di non aver messo al mondo dei bambini perché è convinta che la legge non tuteli abbastanza la maternità delle donne che lavorano.
La cura dei figli. Più della metà delle donne ascoltate (56,4%) – tra quelle che hanno figli – afferma di non aver mandato i propri bambini all’asilo nido nell’arco dei primi tre anni della loro esistenza. La scelta del nido pubblico ha riguardato il 22,9% delle madri, mentre solo il 17,7% ha optato per quello privato.
Badare personalmente ai propri figli è il motivo principale che ha spinto le mamme a non mandare all’asilo nido i propri bambini (39,5%). La famiglia di origine si conferma, poi, un supporto concreto su cui poter contare sempre: il 27,8% ha dichiarato, infatti, che un importante sostegno nella cura dei figli proviene anche dai nonni. L’assenza di asili nido vicini alla propria abitazione (10,8%), la carenza di posti (6,9%) e i costi elevati che queste strutture spesso comportano per i portafogli delle famiglie (5,6%), sono le principali motivazioni che hanno indotto le casalinghe ad optare per modalità alternative.
Una scelta da rimandare… La maggior parte delle donne, il 65,7%, ritiene che il lavoro o la carriera professionale costringono molte donne a rinunciare/rimandare la maternità. Solo il 26,5% è convinta del contrario, mentre il 7,8%, essendo probabilmente ancora confusa sull’argomento, preferisce non esprimersi. Sono soprattutto le ragazze tra i 24 e i 34 anni ad essere convinte che sempre più donne oggi sono costrette a rimandare o rinunciare alla maternità (76,8%). La previsione di una brillante carriera lavorativa che potrebbe far seguito a tanti anni di studio e di duro impegno, spinge con molta probabilità le intervistate laureate ad essere fermamente convinte che oggi più che mai sia necessario rimandare o rinunciare a mettere al mondo dei bambini (70%).
Quali gli interventi che lo Stato dovrebbe porre in essere per tutelare le donne in maternità e facilitare il loro ritorno al lavoro? L’ampliamento dell’offerta degli asili nido pubblici sembra essere la prima priorità secondo l’opinione delle donne intervistate (86,6%). Allo stesso modo è importante che lo Stato intervenga al fine di favorire forme di flessibilità dell’orario di lavoro (81,6%) che permetta loro di conciliare al meglio lavoro e cura dei figli. Di poco inferiore (78,4%) è la percentuale di quante credono sia utile sostenere l’apertura di asili nido aziendali: una soluzione che potrebbe consentire a tutte le mamme lavoratrici di tenere a stretto contatto le due realtà. Il 73% ritiene che lo Stato debba adoperarsi per ridurre il cuneo fiscale per le donne in maternità, mentre istituire programmi di formazione/aggiornamento professionale al rientro dai periodi di congedo non sembra essere un intervento assolutamente prioritario da attuare (56,4%).
Stereotipi e gestione familiare: il lento cammino del cambiamento. Oltre la metà delle intervistate (53%) ritiene che il ruolo dell’uomo ed il ruolo della donna all’interno della famiglia dovrebbero essere intercambiabili. Per quasi un terzo (31,9%) i ruoli dovrebbero invece essere in parte distinti, mentre per una donna su dieci (10,6%) dovrebbero essere decisamente distinti.
Tra potenzialità e (mancato) accesso al potere. L’87,5% delle intervistate è convinto che una donna può riuscire bene quanto un uomo in qualsiasi campo (il 57,1% si dice molto d’accordo). Anche l’idea che un numero maggiore di donne dovrebbe occupare posizioni di rilievo nell’ambito politico ed imprenditoriale trova concorde la stragrande maggioranza del campione (82,2%), a fronte di un 15,7% di non concordi. Secondo il 62,2% la donna non dovrebbe rinunciare al lavoro neanche se ha figli; oltre un terzo (36,9%) pensa però il contrario. L’idea che la cura della casa è soprattutto compito della donna vede d’accordo il 44,6% del campione, ma la maggioranza (54,4%) la pensa diversamente. L’affermazione che il successo nel lavoro è più importante per l’uomo che per la donna viene condivisa dal 29,1% delle intervistate, mentre la netta maggioranza (69,8%) si dice poco (21,2%) o per niente (48,6%) d’accordo.
Le donne viste dalle donne. Se il 37,5% pensa che le donne siano diventate più indipendenti, il 21,8% le giudica più interessate all’affermazione professionale, il 14,7% più sicure di sé, l’11,6% più spregiudicate. Meno numerose le intervistate che definiscono le donne contemporanee meno interessate alla famiglia (9%) e più aggressive con gli uomini (3,4%). Sulla collaborazione nelle attività domestiche (lavare, stirare, cucinare, fare la spesa) il campione si spacca: il 48% delle donne dichiara che il proprio marito collabora, il 45,1% che non lo fa. La maggioranza delle donne (52,7%) può contare sul contributo del marito per la cura e l’assistenza dei figli, mentre per il 37,8% è il contrario. La netta maggioranza dei mariti (71,1%) svolge pratiche burocratiche (andare alla posta, in banca, ecc.), ma quasi uno su quattro (24%) non lo fa. Inoltre, il 55,9% delle intervistate riferisce di occuparsi della cura e dell’educazione dei figli insieme al proprio coniuge, mentre il 21% lo fa da sola. Quote nettamente minoritarie attribuiscono questo compito alla famiglia d’origine (4,7%) o solo al marito (1,7%); quasi nessuno cita la tata (0,6%). Si delinea quindi un ritardo e di un netto squilibrio nelle famiglie italiane, dove solamente la metà delle coppie gestiscono insieme la cura dei propri figli. Infine, il 51,1% delle donne si occupa della gestione economica familiare (risparmi, posta, banche) insieme al marito. In un caso su quattro (25,4%) quest’onere grava esclusivamente sulla donna; in una minoranza di casi (12,9%) se ne occupa invece solo il coniuge.
Infortuni e tutela… “vorrei ma non posso”. Diversamente dagli infortuni in ambiente di lavoro, gli infortuni in “ambiente di vita”, malgrado la loro estrema rilevanza, non sono facilmente stimabili in termini statistici ma sono, purtroppo, sempre più rilevanti sia dal punto di vista economico che sanitario: le loro conseguenze, come ampiamente illustrato in precedenza, sono infatti traumi di una certa entità (fratture, lussazioni, lesioni organiche) che comportano al soggetto coinvolto danni tali da ingenerare invalidità temporanee o addirittura permanenti. Nonostante gli sforzi compiuti in ambito normativo, nel nostro Paese risulta essere ancora eccessivamente ridotto il numero di casalinghe che, in seguito ad infortunio più o meno grave, hanno accesso alle diverse agevolazioni economiche previste dalla legge 493/99. In tal senso, potrebbe ritenersi che la ragione principale non sia solo la disinformazione sulla esistenza della tutela assicurativa ma anche un’inadeguata conoscenza e consapevolezza del rischio infortunistico cui si è esposti; inoltre è probabile che il limite minimo indennizzabile del 33% previsto dalle attuali normative in materia, possa costituire un elemento assicurativo “poco attrattivo”.
Nonostante i risultati dell’indagine indichino come maggioritaria la percentuale (57,5%) delle casalinghe a cui non sia mai capitato di infortunarsi durante lo svolgimento delle principali mansioni domestiche quotidiane, una numero piuttosto preoccupante, il 41,1%, delle intervistate dichiara di aver subìto infortuni nell’ambito delle proprie mura domestiche. Molte casalinghe indicano, come primo fattore imprevisto, causa dell’incidente la distrazione/disattenzione (60,7%); come seconda causa di infortunio, la motivazione indicata è stata la troppa imprudenza o inesperienza (13,3%). Non mancano, tuttavia, improvvisi malesseri (6,6%) che colpiscono nello svolgimento del lavoro in casa. Circa il 6,4% ha inoltre subito un infortunio a causa del cattivo/errato funzionamento delle apparecchiature di uso quotidiano come gli elettrodomestici. Il 5% delle intervistate si è infortunato durante lo svolgimento dell’attività domestica per una causa legata alla scarsa qualità del sistema abitativo. Rilevante inoltre il 3,3% delle casalinghe che dichiara di aver subìto infortunio a causa del comportamento improprio di altre persone o di animali domestici.
Quasi una donna su tre (37,2%) si è infortunata con una ferita da taglio, che si conferma la principale variabile di incidente. Segue il 24% che dichiara di aver subìto una caduta, mentre il 16,8% delle casalinghe si sono infortunate per ustione termica o chimica e circa il 10% dichiara di aver subìto danni fisici riscontrati in seguito ad urto o schiacciamento. L’avvelenamento/intossicazione e l’elettrolocuzione raccolgono basse percentuali di risposte: rispettivamente il 2,3% e il 2%. Interrogate infine sulle conseguenze riportate in seguito all’infortunio, il 34,2% ha dichiarato di non aver riportato nessuna conseguenza. Rappresentano invece la conseguenza più frequente degli infortuni domestici la contusione ed il trauma superficiale riscontrato nel 27,6% dei casi, seguiti dalle fratture (9,1%). Anche gli strappi muscolari e le lussazioni/distorsioni sono conseguenze traumatiche piuttosto diffuse (4,9%), seguite dalle lesioni riportate ai vasi sanguigni (4%); meritano infine attenzione le lesioni agli organi interni riscontrate nell’1,1% delle risposte fornite dalle intervistate. Alta la percentuale di donne che non ha voluto fornire una risposta in merito (13,4%).