Alimetare: il consumo dei prodotti Doc e Igp sfida la crisi

Gli italiani e il made in Italy
L’Italia detiene il 22% delle produzioni a Denominazione d’Origine

 

Gli italiani si affidano sempre più al raziocinio e sempre meno all’istinto per i loro acquisti.
La difficile congiuntura economica sta cambiando le abitudini di spesa delle famiglie, non solo per le ragioni più scontate legate all’incertezza sul futuro e al calo del reddito disponibile, ma anche a seguito di un ripensamento più generale nelle scelte di consumo.
Le crisi sono sempre state occasione di rinnovamento profondo e, anche questa volta, dalla difficoltà sembra emergere l’obiettivo di uno stile di vita più sostenibile. Gli italiani spendono con maggiore attenzione perché diventano più esigenti: alla ricerca di prodotti più efficienti, durevoli. In una parola, si tende alla qualità. Un concetto che vale nei diversi settori, dall’innovazione tecnologica ai comparti più tradizionali, come quello alimentare.

Gli acquisti in periodi di crisi sono dunque più “essenziali”. Si scarta il superfluo per concentrarsi su ciò che è indispensabile o su ciò che possa assicurare benessere e salute. Si ritorna alle preparazioni fatte in casa mentre si riducono le merendine industriali; si predilige acqua di fonte o spremute artigianali rispetto a bevande gassate; si scelgono confezioni più piccole per ridurre lo spreco. E, contemporaneamente, si acquistano più prodotti legati al biologico, alla filiera corta e di maggiore freschezza. In sostanza, il motto della spesa alimentare sembra essere: comprare meno, senza rinunciare alla buona tavola e alla qualità.
In questo quadro, l’Italia si conferma il Paese con i consumi alimentari più alti d’Europa. Ogni abitante dello Stivale impiega 2.300 euro l’anno per l’acquisto di cibo, il 28% in più rispetto alla media dell’Unione europea. I tedeschi si fermano a 1.800 euro l’anno. Solo i francesi si avvicinano al dato italiano, ma il Bel Paese resta quello più attento all’origine geografica e alla marca dei prodotti alimentari acquistati.

Non vi è solo la quantità a differenziarci dal resto d’Europa. Alla domanda su quanto ponga attenzione all’origine geografica e alla marca, il consumatore italiano risponde in modo positivo rispettivamente nell’88% dei casi e nel 68%. Solo la Grecia ci supera per attenzione all’origine del prodotto (90%), mentre la Spagna si ferma al 66%, Germania 74%, Francia 75% e Gran Bretagna 52%. Nell’Unione europea, in media, il 71% ha risposto di essere attento all’origine geografica e il 47% alla marca.
Altro elemento caratterizzante il nostro Paese, l’attenzione posta alla salubrità, al rispetto per l’ambiente e alla sicurezza del cibo acquistato nonostante il risparmio cui si è costretti dalla crisi. Il taglio degli sprechi e la riduzione del superfluo sono i metodi più usati per recuperare potere d’acquisto, ma cresce anche il ricorso a promozioni ed offerte speciali. In questo contesto si potrebbe immaginare una ricerca di prodotti a basso costo e di qualità inferiore; la crescita del biologico (+10% nel primo semestre 2012) e dei prodotti a denominazione d’origine e ad indicazione geografica protetta dimostrano il contrario. Gli italiani preferiscono modificare le proprie abitudini di vita per mantenere alta la qualità del cibo acquistato, nonostante la riduzione del budget.

 

Green economy

 

L’Italia, campione del mondo delle produzioni a Denominazione d’Origine. Non capita molto spesso – ma comunque accade più frequentemente di quanto si creda – che il nostro Paese si ponga all’avanguardia mondiale per fatti positivi: il caso delle produzioni a DO è uno di questi.
Con 248 registrazioni detiene il 22% del totale europeo, seguita dalla Francia con 192 prodotti (17% del totale europeo). L’Italia, inoltre, nel corso del 2012 ha ottenuto il maggior numero di nuove DO (5 Dop e 4 Igp), mentre Francia e Spagna hanno aggiunto al loro paniere solo 4 prodotti a testa. In totale, nel 2012, i prodotti a marchio Dop, Igp e Stg sono aumentati di 57 unità, raggiungendo così un totale di 1.137.

 


 

Gli italiani e il made in Italy. Gli italiani, almeno in ambito alimentare, sembrano decisamente attenti alla provenienza nazionale dei prodotti, percepita come garanzia di qualità; per questo privilegiano gli alimenti italiani e controllano le informazioni sulla confezione per accertarsi della loro origine.
I prodotti Dop, Doc ed Igp, quelli cioè strettamente legati al territorio, di cui rappresentano per gli acquirenti l’eccellenza, vengono acquistati assiduamente dalla metà degli italiani. Un dato che sarebbe molto probabilmente più elevato se questi prodotti non avessero costi più sostenuti rispetto agli altri, ma che conferma la diffusa attenzione degli italiani per gli alimenti nazionali.

Secondo le ultime rilevazioni realizzate dall’Eurispes sull’alimentazione, acquistando prodotti alimentari oltre due terzi degli italiani (77,6%) privilegiano il made in Italy. Sono due terzi del totale (76,8%) anche controllano l’etichettatura e la provenienza degli alimenti che acquistano. Quasi la metà (46,4%) compra spesso prodotti Dop, Igp, Doc.
Pur restando una minoranza, gli intervistati che scelgono guidati dal criterio del risparmio piuttosto che dalla scelta dei prodotti italiani (30,7%), testimoniano probabilmente le difficoltà economiche delle famiglie, soprattutto in un periodo di crisi.
Ma gli italiani sanno veramente quali carattestiche deve avere un prodotto made in Italy? Sembrerebbe di sì. La nettissima maggioranza (79,4%), quando si parla di made in Italy, intende prodotti con materie prime, lavorazione e confezionamento italiani.
Il 10,7% ritiene invece che le materie prime possano anche non essere italiane, purché lo sia la lavorazione, mentre per il 7,9% le materie prime devono essere italiane e lavorazione e confezionamento possono essere anche stranieri.
Nell’immaginario diffuso, a made in Italy si tende quindi ad associare, nella grandissima maggioranza dei casi, un prodotto alimentare di origine interamente italiana, a partire dalle materie prime fino alle diverse fasi della lavorazione.

LE DENOMINAZIONI DI ORIGINE NELLE CASE DEGLI ITALIANI

Formaggi, prosciutti e insaccati sono le categorie a denominazione di origine più acquistati in Italia. Nel corso del 2011 i formaggi molli e semiduri e i derivati delle carni hanno inciso assieme per l’87,9% sul fatturato complessivo all’origine e per il 91,3% sul fatturato al consumo.
il comparto dei formaggi nel suo complesso sia cresciuto del 2,7%, mentre i formaggi Dop hanno registrato un incremento del 4,2%. Il dato interessante riguarda l’indice di penetrazione dei formaggi tra le famiglie italiane: nel 2011 tutte le famiglie hanno acquistato formaggi (indice del 100%) con una media di 40 kg a nucleo familiare. Di questi, 11 kg sono prodotti Dop, per una spesa media di 120 euro l’anno.
Per prodotti a base di carne si intende prosciutto, salame, bresaola, speck, pancetta, mortadella, coppa, lardo e culatello. Come per i formaggi, anche in questo caso i prodotti DO hanno registrato nel 2011 un incremento delle vendite maggiore (+2,6%) rispetto all’intero comparto (+2%). L’indice di penetrazione nelle famiglie italiane è elevatissimo: 99,8% per l’intero comparto dei prodotti a base di carne e 98,3% per i prodotti DO. Ogni famiglia ha acquistato 16,9 kg di prodotti a base di carne e 5,6 kg di prodotti DO, con una spesa media di 91 euro.
Terzo comparto in termini di dimensione tra i prodotti DO in Italia è quello di ortofrutticoli e cereali. Si tratta di valori di mercato notevolmente inferiori rispetto ai settori leader, costituendo il 6% del fatturato complessivo. Frutta e cereali costituiscono comunque un elemento ad elevata qualità che contribuisce positivamente alla bilancia commerciale del Paese, per circa 150 milioni di euro l’anno. Il fatturato alla produzione ammonta a 376 milioni nel 2011; quello al consumo, per il solo mercato nazionale, a 470 milioni.
Gli oli extravergine di oliva Dop e Igp hanno un valore di produzione molto ridotto (83 milioni di euro) e, rispetto al valore complessivo del comparto a marchio di origine, arrivano appena all’1%. L’elevata qualità, però, permette loro di trovare nuovi spazi presso le case e gli operatori della ristorazione più esigenti, segnando un aumento della quantità prodotta dell’8% nel 2011. (Elaborazione dati  su Qualivita-Ismea).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Fonte: www.eurispes.eu

 

 

 

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