Alimentare: gli italiani spendono meno ma ragionano di più

Come cambiano le abitudini degli italiani a tavola
Cibo: boom del bio e della qualità

In trent’anni dimezzata la spesa alimentare delle famiglie

 


L’alimentazione è uno dei molteplici elementi in cui si declina la società: anche dall’analisi dei suoi cambiamenti è possibile studiare il percorso esistenziale dell’uomo su questa terra.

Se guardiamo alla nostra storia più recente, nel corso del secolo scorso si sono verificate trasformazioni radicali: da una dieta basata sulla logica del sostentamento si è passati ad una fondata sulla logica del benessere. Certamente, questo, è un dato positivo: uno stile alimentare che si permette di contemplare i criteri della buona qualità e del benessere è figlio di una società che ha risolto il fabbisogno degli alimenti primari.

Queste trasformazioni si manifestano anche nell’attenuazione delle differenze nutrizionali tra le classi sociali, nel progressivo incremento, dalla fine della seconda guerra mondiale, dei consumi, nei cambiamenti dei gusti, o nella scoperta di nuovi mondi culinari dovuta ai fenomeni migratori che ci hanno messo in relazione con altre realtà, e nel consumo di cibi preparati e surgelati che consentono, soprattutto alla donna, una dedizione maggiore alla propria sfera privata.

Parallelamente all’aumento del consumo di cibi pronti (spesso ipercalorici) e di pasti sempre più frettolosi (si pensi alla colazione e al pranzo costituiti solo da un caffè e da un panino), si è verificata una maggiore attenzione alla genuinità e alla freschezza dei prodotti, complice anche il modello mediatico che fa coincidere la magrezza con la bellezza. L’attenzione per la buona qualità ha fatto riscoprire anche le proprie tradizioni culinarie. Come risulta da una ricerca Fipe Confcommercio, negli ultimi quattro anni sono aumentate dell’8% le specialità gastronomiche regionali acquistate, mentre la cucina etnica resta attraente, ma incuriosisce un italiano su quattro.

Si è delineato, quindi, una forte relazione tra salutismo, cultura ecologico-ambientalista e canoni estetici improntati alla snellezza che hanno trasformato il fattore cibo in una sorta di “giano bifronte”: da un lato fonte di piacere, dall’altro possibile causa di disturbi leggeri o vere e proprie patologie come l’obesità e il diabete.

Il cibo rappresenta, allora, una tentazione dal fascino ambiguo e pericoloso in una società sempre più votata all’edonismo e nella quale la ricerca del piacere alimentare si è spostata dal piano della quantità a quello della qualità.

Qualche dato sul caso italiano: dalla metà degli anni ‘70 la spesa per i prodotti alimentari è scesa dal 30% al 15% e il calo è ancora più vistoso per i nuclei monofamiliari o le coppie senza figli. Comunque sia, questa cifra rimane la più alta in Europa: indice di una cultura conviviale che resiste e che vede nell’adunarsi attorno al “desco” un momento importante di socializzazione e di condivisione e non solo una mera necessità nutrizionale. Causa la crisi, però, secondo i dati Istat del 2012 la spesa alimentare continua a diminuire: dal 2007 al 2010 la spesa alimentare è passata da circa 120 miliardi di euro a 112 miliardi. La spesa delle famiglie si riduce per tutti i prodotti con alcune variazioni molto significative: -10% pane e cereali, -8% olii e grassi, -6% carne, -6% latte, formaggi e uova, -7% bevande alcoliche. Al cibo viene destinato meno di un quinto dei soldi spesi per tutti gli acquisti (19% dei consumi, che nelle famiglie giovani scende al 14%) con una situazione sempre più vicina al livello di guardia. Ma, paradossalmente, più del 50% pensa che in casa si spenda molto per il cibo, forse influenzato psicologicamente dalla spesa del supermercato dove si cerca di riempire il carrello.

La crisi ha modificato anche altre tendenze. Se, a causa dei mutamenti del settore occupazionale, coloro che consumavano il pranzo al ristorante erano aumentati dal 3,2% al 5,1%, adesso, secondo un’indagine della Coldiretti, un italiano su 4 predilige pranzare tra le più economiche mura domestiche (ed è aumentato 9% il numero degli italiani che mangiano nelle mense dei poveri).

L’investimento qualitativo non è però diminuito ed anzi ha generato nuove esperienze alimentari che, nate in America, stanno trovando anche in Italia una discreta accoglienza. Si tratta delle diete basate sul consumo di soli cibi vegetali. Umberto Veronesi, vegetariano convinto, ha più volte ricordato i rischi connessi ad una alimentazione ricca di proteine e grassi animali e il sociologo ed economista Jeremy Rifkin sostiene che circa 800.000 di persone potrebbero essere sfamate ogni anno solo con il grano destinato agli animali da macello. Se il mondo medico concorda sull’opportunità di ridurre l’apporto di carne a favore di quello di frutta e verdura, tuttavia non è unanime il giudizio sugli effetti di una dieta rigorosamente vegetariana. In ogni caso, nel mondo ed anche in Italia, dove i vegetariani sono quasi sei milioni, un numero sempre più crescente di persone si è convertita all’alimentazione vegetariana.

La macchina commerciale si è già attrezzata per fare fronte ai nuovi bisogni, o reputati tali, con la moltiplicazione di prodotti a base di frutta e legumi e la nascita di supermercati biologici (è il caso di Naturasì e Superpolo). Secondo i dati forniti da Biobank, nel nostro paese ci sono 1026 negozi specializzati in alimenti biologici: è aumentato, infatti, il numero di coloro che a pranzo prediligono il marchio “bio” e, nonostante la crisi, anche i dati 2012 confermano questa tendenza. Secondo il rapporto Biobank del 2012, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana sono le tre regioni che hanno il maggior numero di operatori nel settore bio. Che “tipo” è questo nuovo consumatore? Il 70% è costituito da donne, il 62% ha un’età compresa tra i 25 e i 54 anni e l’85% ha un livello di istruzione medio-alto.

Oltre ai vegetariani (che rinunciano alla carne, ma mangiano latte, uova,…) ci sono gli “estremisti”: i vegani, cioè coloro che non mangiano alcun cibo di derivazione animale e si nutrono di frutta, verdura, cereali, legumi, soia,… Essere vegani, inoltre, diventa un abito mentale che coinvolge ogni aspetto della vita, non solo quello alimentare. Secondo il sociologo Francesco Morace all’origine di questa scelta c’è una ricerca di valori, ma il bisogno di regole e vincoli dei vegani finisce per divenire un vero e proprio fondamentalismo, “nutrito”, è il caso di dire, di intolleranza e autoghettizzazione. Infine: l’ortoressia, l’ultima ossessione in fatto di alimentazione. Gli ortoressici, infatti, sono coloro che sviluppano una forma maniacale per l’alimentazione sana e, più in generale, per un regime di vita salutare.

Benché siano molti i comportamenti alimentari scorretti, molti italiani mostrano, comunque, di aver sviluppato un rapporto più equilibrato con l’alimentazione. La crisi, infine, ha comportato atteggiamenti più critici. Secondo i dati di Fipe Confcommercio, al momento della spesa gli italiani sono per un confronto più ragionato dei prodotti in base a prezzo e qualità, e sono più pronti anche a cambiare marca. Si spende di meno senza abdicare alla qualità, nel mondo e anche in Italia. L’indagine Global Corporate Citizenship di Nielsen, condotta intervistando oltre 28.000 utenti internet in 56 Paesi, dimostra che il 46% dei consumatori globali è disposto a pagare di più per prodotti e servizi di aziende che hanno sviluppato programmi di responsabilità sociale, consumatori che Nielsen definisce “socialmente consapevoli”. In Europa, l’Italia si posiziona al primo posto con il 38% dei consumatori che dichiarano di essere disposti a pagare di più, seguita da Germania (32%), Spagna (31%), Francia e Gran Bretagna (entrambe 27%). Tra le 18 cause prese in considerazione, Nielsen rivela che, a livello globale, gli intervistati socialmente consapevoli considerano prioritari i programmi, attuati dalle aziende, riguardanti la sostenibilità ambientale (66%), i miglioramenti apportati a scienza, tecnologia, educazione tecnica e matematica (56%) e l’eliminazione della povertà estrema e della fame (53%). In Italia la prima causa è la creazione di posti di lavoro ben remunerati (69%), a cui seguono la sostenibilità ambientale (57%), i miglioramenti apportati a scienza, tecnologia, educazione tecnica e matematica (48%) e l’eliminazione della povertà estrema e della fame (45%).

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