Atti dell’incontro “Università: il capitale del futuro”

Secondo incontro del Laboratorio Eurispes sul Capitale Umano

“Università: il capitale del futuro”

Martedì, 6 aprile 2021

 

Dialogo con:

Cristina Messa, Ministro dell’Università e della Ricerca

 

Saluti iniziali: Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes 

Coordinatrice:

Benedetta Cosmi, giornalista e scrittrice

 

Ne hanno discusso:

Giovanni Cannata, Rettore Universitas Mercatorum

Mario Caligiuri, Coordinatore del Corso di laurea in Scienze pedagogiche dell’Università della Calabria

Laura Mazza, Amministratore delegato The Hub e Vicepresidente Federformazione

 

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Cosmi:

Ben arrivati al secondo incontro del Laboratorio sul Capitale Umano dell’Eurispes. In questo secondo webinar continua il percorso iniziato in precedenza, con un focus particolare sull’Università, considerata il motore di un ascensore sociale che spesso risulta bloccato. L’Università rappresenta un nodo fondamentale della filiera del capitale umano, quella leva portante di un Paese che ce la fa se crede nelle prossime generazioni, nell’importanza del sapere e della contaminazione dei saperi. Ben arrivata alla Ministra Cristina Messa e agli altri ospiti che commenteranno e discuteranno con noi su questo tema, partendo dal bel dialogo che avremo con la Ministra Messa che ringrazio ancora per essere qui con noi. Accogliamo i saluti del Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara.

 

Fara:

Grazie Benedetta, il mio sarà un saluto rapidissimo, perché sono più interessato alle cose che direte voi che non a quelle che potrei dire io. Un saluto alla Ministra Messa, all’amico Professor Giovanni Cannata, all’amico Professor Mario Caligiuri e alla Professoressa Mazza. Questa è la seconda tappa di un percorso che intendiamo compiere, alla fine del quale, dopo che avremo raccolto un numero di interventi soddisfacente, pubblicheremo un volume sull’argomento. Ci tenevo particolarmente ad aprire i lavori di questo webinar perché, con l’occasione, volevo anticipare alla Ministra un’iniziativa promossa dall’Istituto, ovvero la nascita di un Osservatorio Permanente sulle Politiche Educative la cui direzione è stata affidata al Professor Caligiuri, che è qui con noi, e al quale hanno aderito eminenti personalità del mondo accademico, istituzionale e dell’informazione. Volevo che la Ministra avesse questa notizia direttamente da noi; poi, nelle prossime settimane, renderemo la notizia ufficiale con una conferenza, un convegno, un incontro con la stampa. Questo, a dimostrazione dell’impegno col quale l’Eurispes segue le vicende della cultura, della scuola e dell’Università – che riveste un ruolo assolutamente centrale per il futuro e lo sviluppo del Paese. L’Università deve tornare ad essere una fucina di intelligenze, deve essere il luogo di formazione d’eccellenza, della futura classe dirigente del Paese. Ringrazio tutti per la presenza e per la collaborazione. Speriamo di riuscire a fare un buon lavoro, quantomeno speriamo di riuscire ad essere all’altezza del nostro nome.

 

Cosmi:

Grazie Presidente. L’Eurispes avrà, dunque, un Laboratorio sul Capitale Umano e un Osservatorio sull’Educazione che penso sarà fondamentale per tenere alta l’attenzione anche sull’emergenza educativa che ci troviamo a dover affrontare in questo periodo. Magari se ne perderà traccia sul dibattito pubblico, ma ne rimarrà a lungo il peso su quelle generazioni che si sono trovate in un lockdown che ha caratterizzato la scuola e persino l’Università non più con l’obbligo di frequenza, ma addirittura con l’obbligo di assenza. Ovviamente tutte le Istituzioni hanno cercato di far fronte a questa crisi con i mezzi tecnologici, provando a mantenere acceso quell’entusiasmo e quella speranza di sentirsi comunità educante. Ministra, Lei viene da una grande esperienza come Rettrice, perciò non possono non chiederLe come va a Roma, nelle Istituzioni?

 

Messa:

Intanto vi ringrazio, sono contenta di essere qui oggi, così come lo sono di essere a Roma in questo momento, perché c’è una voglia, un’esigenza di fare qualcosa per garantire un futuro migliore al nostro Paese e ai nostri giovani, che mai si era sentita così forte prima d’oggi. Questo, ovviamente, porta con sé, nelle mille difficoltà di tutti i giorni, alla necessità di un impegno comune. Abbiamo un Consiglio dei Ministri anomalo; una maggioranza anomala; e, soprattutto, abbiamo una progettualità da portare avanti molto importante anche per quanto riguarda i giovani, l’Università e la ricerca. Questo è un momento unico del quale non si possono perdere le opportunità. L’abbiamo detto tante volte, nel nostro sistema educativo – soprattutto in quello della ricerca – immettere risorse finanziarie si scontra con una serie di paletti che ci siamo imposti nel corso del tempo, che non permettono un utilizzo proprio di questi fondi. Ora c’è la possibilità di risvegliare la coscienza collettiva sul fatto che delle riforme sono necessarie se vogliamo veramente ripartire in un modo diverso e, quindi, posso dire che per il momento sembra andare tutto bene. Staremo a vedere come si evolve la situazione, questi sono momenti magici che, purtroppo, non possono durare per lunghissimo periodo.

 

Cosmi:

Mi era capitato di sentire da un suo collega Ministro, anche lui “prestato”, per certi versi, alla politica, Vittorio Colao, fare riferimento al lavoro del suo Ministero – quello dell’Università e della Ricerca – sul fronte delle materie STEM, a tutto quel settore che ha a che fare con la tecnologia, e anche al superamento di genere nella percezione di alcuni àmbiti professionali. Su questo fronte, come ci si sta muovendo, anche a livello interministeriale? I fondi del Next Generation Eu come verranno indirizzati, proprio per non scontrarsi con eventuali paletti?

 

Messa:

Il Ministro Colao è un nostro sostenitore, non tanto del Ministero in sé, quanto del fatto che questo Ministero deve fornire il capitale umano. Credo che dovremmo cercare di ridare forza al capitale umano in tutte le varie attività, a partire da quelle della Pubblica amministrazione, per arrivare al vero e proprio mondo della ricerca. Penso che oggi ci sia bisogno di competenze e conoscenze che variano da quelle più semplici del diplomato a quelle, invece, più complesse e articolate di un dottorato di ricerca. Sicuramente, in Italia abbiamo un largo margine per colmare le competenze più alte – non in senso qualitativo, ma proprio in senso di tempo di vita – che sono quelle dei laureati e dei dottorati di ricerca. Abbiamo chiesto ai vari Ministeri competenti – che vanno da quello per l’Innovazione tecnologica e la Transizione Digitale a quello della Transizione ecologica, a quello della Pubblica amministrazione – di che tipo di figure hanno bisogno per portare avanti le varie politiche che stiamo promuovendo, e abbiamo deciso di investire moltissimo sul capitale umano, in modo particolare sui dottorati di ricerca e sulle lauree. Stiamo cercando di introdurre delle misure per aumentare sia il numero di laureati – che, come sapete, in Italia sono bassi, 27% contro un 40%, più o meno, europeo – sia i dottorati di ricerca. È normale pensare che un dottore di ricerca deve fare ricerca; la ricerca può essere uno strumento che si impara a maneggiare durante il dottorato, ma poi si possono usare le competenze acquisite per il trasferimento all’Amministrazione, all’industria di beni culturali, all’industria in generale. È una formazione estremamente eclettica da un certo punto di vista.

 

Cosmi:

È interessantissimo il riferimento che fa all’industria culturale, perché mi fa venire in mente che oltre alla ricerca scientifica sui vaccini, credo sia importante, vista l’epoca storica in cui stiamo vivendo, dare più risalto alla ricerca sulla didattica. Abbiamo ritrovato classi del mondo accademico proiettate a una sorta di e-learning e di lezione a distanza: sono studi esistenti, non è certamente nuova la materia, c’è una letteratura di riferimento interessante. Sarebbe utile approfondire la ricerca sulla didattica, per capire come sta cambiando, come si cerchi di essere internazionali anche stando ubicati nella propria stanza – abbiamo visto la dinamica delle room delle case che sono diventate elemento del “sentirsi unità”. Mi piacerebbe capire se ci può essere una ricerca che incentivi l’innovazione didattica, che magari la colleghi al mondo del lavoro. Sappiamo che una didattica indifferente al mondo del lavoro, porta poi alla creazione di compartimenti stagni e anche all’indebolimento della formazione dei dottorandi e degli universitari. Una provocazione: la figura del dottorando ha dovuto supplire, soprattutto in passato, ad un’assenza di organico in Università impoverite dal punto di vista del personale; spesso si è dovuti scendere a questo tipo di compromesso e quindi si è verificato un indebolimento del capitale umano di ricerca, perché, ovviamente, la selezione del dottorando non era più volta ad un certo profilo, ma si abbassava il livello di qualità richiesto. Inoltre, per tutti gli anni lavorati, i dottorandi non hanno contributi. L’ottica in cui lei “innalza” il dottorato di ricerca è molto europeo, internazionale ed interessante, però non sono previsti contributi verso l’Inps o un’altra gestione e, di conseguenza, quando il dottorando entrerà nel mondo del lavoro in azienda, magari a 30/32 anni, si troverà a dover ricominciare da zero. Forse sarà necessario trovare una soluzione a questo aspetto.

 

Messa:

Esiste già un disegno di legge parlamentare per l’aumento delle borse dei dottorati, che tenga conto anche dei contributi. La prima iniziativa che ho intrapreso quando ero Rettrice è stata quella di aumentare la borsa dei dottorati con fondi dell’Ateneo perché, volendo fare un discorso internazionale ed europeista, dobbiamo adeguarci anche all’aspetto salariale di questi giovani adulti che magari hanno famiglia e devono riuscire a poter vivere normalmente come tutti. Questo è un aspetto sicuramente importante; l’altro, riguarda il fabbisogno verso l’offerta formativa. Abbiamo un’industria italiana che per più del 70% è costituita da microimprese, con addetti che sono sotto il numero di 8/10, alcune di queste si sono formate nell’Università: sono le spin-off, le startup, che hanno un rilievo internazionale ed hanno in questo momento più capacità innovativa. Credo che questo tipo di imprese future non possano che trarre giovamento dal reclutamento di persone che abbiano una qualifica verso l’aspetto innovativo, pronte a immettersi sul mercato. Dobbiamo però fare i conti con il nostro panorama del mondo del lavoro, perché non è lo stesso che hanno negli altri Stati europei e, proprio per questo motivo, nell’implementare il numero di borse di dottorato, staremo molto attenti a cercare di dirigerle verso indirizzi e strutture che le possano maggiormente accogliere e valorizzare, altrimenti si rischia che questi giovani vengano sotto-qualificati e finiscano col fare l’insegnante solo perché rimane l’unica opzione. Insegnare è una scienza, è molto importante. Noi reclutiamo giovani che non hanno mai insegnato e nessuno gli insegna a svolgere questo mestiere; li reclutiamo perché hanno pubblicato bene, non perché sanno fare delle belle lezioni. È quindi molto importante dare a questi giovani gli strumenti necessari per imparare come gestire questo compito fondamentale. Io credo che tutto il mondo accademico dovrebbe dare un rilievo maggiore alle capacità didattiche, perché non bastano le capacità di ricerca. Tale capacità deve essere sì basilare, ma deve, però, potersi anche trasformare in una capacità di formazione, di trasmettere non solo nozioni, ma anche esperienze.

 

Cosmi:

Nelle sue parole ritrovo un discorso già fatto, che ovviamente rimane importantissimo per il nostro Paese, quello della capacità attrattiva. L’attrazione del capitale umano dagli altri paesi competitivi e anche la capacità di avere dei profili ben definiti, anche salariali, perché altrimenti non solo se ne vanno via i nostri giovani, ma non vengono neanche gli altri. Cosa ha trovato nell’agenda politica, su che cosa vi state impegnando?

 

Messa:

Noi dobbiamo cercare di attrarre non solo gli italiani che sono andati all’estero, ma gli stranieri che vogliono venire in Italia, incentivando gli atenei e i centri di ricerca sotto diversi profili. Il primo passo è quello di semplificare, perché a volte è talmente complicato accogliere in Italia chi proviene da paesi stranieri che le Amministrazioni gettano la spugna. Ad esempio, per le chiamate dirette, come possono essere i concorsi per i dottorati, piuttosto che per i progetti di ricerca specifici, bisogna liberalizzare al massimo la lingua, perché finché continuiamo a obbligare a fare i concorsi in italiano, non credo che andremo molto lontano. Anche l’ospitalità, la capacità e la possibilità di dare spazio ai giovani che vogliono venire in Italia sono degli elementi attrattori. Questo Ministero, sotto la guida del Professor Manfredi, ha dato più forza agli Istituti di formazione artistici musicali e questo, per la parte culturale del nostro Paese, ha costituito un elemento estremamente attrattore; tutte le nostre Accademie sono molto internazionali, più delle Università. Bisognerebbe, quindi, cercare di creare un ponte fra le Accademie e le Università per attrarre più capitale umano dall’estero e poi cercare di attuare il concetto di circolazione. Purtroppo, in Italia, negli ultimi venti anni, si è assistito ad una sorta di immobilismo: la gente sta ferma dov’è, fa carriera sempre nello stesso posto, teme di spostarsi perché questo comporterebbe un impegno economico, a volte familiare, insomma un rischio. Questa tendenza, seconde me, va invertita completamente. Chi intraprende la carriera della ricerca deve sempre sapersi muovere il più possibile, mai crescere nella stessa sede. Ritorniamo al concetto di brain circulation, come è stato fino a un po’ di anni fa.

 

Cosmi:

Secondo Lei, l’Università può costituire un indotto economico? Parlo di tutti gli aspetti che fino ad ora hanno, specie in certe Regioni, creato più un indotto quasi da economia sommersa come, ad esempio, la questione delle abitazioni. Non abbiamo avuto mai la possibilità di investire su una mentalità da college e questo ha portato a dei meccanismi di arricchimento un po’ oscuri, come può essere la questione delle case e dei posti letto affittati in nero.

 

Messa:

Le Università hanno riscoperto la dimensione europea, non americana, del concetto di campus. Se andiamo a vedere, i motori di trasformazione di aree cittadine si sono attivati proprio là dove sono stati creati i campus universitari. Si tratta di aree che altrimenti erano dismesse e che sono state riadattate sia esteriormente sia anche come polo attrattivo di giovani. Nel piano abbiamo messo molti fondi per le residenze degli studenti, proprio per cercare di dare il più possibile una forma di campus avulsa da situazioni che sicuramente non giovano al sistema pubblico in generale. Oltre a questo, c’è tutto un contributo immateriale – che andrebbe ben quantificato con degli studi, come fanno gli anglosassoni – di impatto. In questo senso, credo che, oltre all’Osservatorio sulle Politiche Educative, che è molto interessante, ci debbano essere molti altri osservatori che vadano a valutare l’impatto dell’Università.

 

Fara:

Una buona indicazione per una delle prossime ricerche dell’Istituto: analisi costi-benefici dell’Università. Chiaramente, i benefici sono molto più alti dei costi.

 

Cosmi:

Assolutamente. Anzi, forse dovremmo inserire nei costi il mancato raggiungimento di tanti obiettivi sul piano del lifelong learning. Forse quelli rappresentano gli unici veri costi di un paese rispetto a quello invece di sostenere un sistema. Ci sarebbe poi la leva dei finanziamenti dei privati che da noi è stato un po’ osteggiato, perché sono percepiti come dei fattori che condizionano il libero agire, mentre in realtà è un modo che i soggetti singoli o i privati hanno per restituire qualcosa a quelle Istituzioni che hanno avuto la capacità di far crescere i loro figli e le future generazioni. Ci sarà la possibilità, quindi, di raccogliere fondi senza sentirsi di essersi sporcate le mani?

 

Messa:

Viviamo un po’ questi retaggi ideologici che ci condizionano e che purtroppo hanno condizionato anche le nostre norme, perché io credo che uno dei punti fondamentali delle riforme che dobbiamo attuare, insieme al piano, sia proprio quello che regola i rapporti fra pubblico e privato. Così come è oggi non può funzionare. Ci sono delle regole che quasi impediscono al pubblico di lavorare col privato e al privato non conviene lavorare col pubblico. Bisognerebbe intervenire, dimenticando un po’ questi aspetti ideologici. Noi abbiamo previsto un’incentivazione a investire capitale privato in tante misure che abbiamo predisposto nel piano, perché il piano, fra l’altro, dura fino al 2025, dopodiché dovremo camminare da soli e dovremo restituire una grossa parte dei fondi all’Europa. Quindi, se non cogliamo questa spinta per cercare di far investire anche il capitale privato, resteremo con un debito e avremo perso un’occasione irripetibile per innescare un meccanismo migliore.

 

Cosmi:

La ringraziamo e ovviamente rimaniamo a Sua disposizione. Faremo il possibile per “scrostare” tutti quei sistemi che Lei ha evidenziato, facendo la nostra parte per far funzionare la macchina pubblica.

 

Fara:

L’Europa ci ha trasferito l’esperienza interessantissima che è quella delle 3P: partenariato pubblico privato. È una pratica largamente diffusa in Europa che stenta ad affermarsi nel nostro Paese. La strada da seguire è quella del partenariato tra pubblico e privato, avendo come obiettivo la crescita e il benessere del Paese nel suo complesso.

 

Cosmi:

Grazie ancora, Ministra. Ci risentiamo e ci riaggiornerà su come va il piano. La ringraziamo per le Sue suggestioni e ne discutiamo con altri colleghi e studiosi. A proposito di partenariato, diamo il benvenuto al Rettore che oggi è con noi, il Professor Giovanni Cannata dell’Universitas Mercatorum, che ha già quell’attenzione rivolta al mercato, come possono essere le Camere di Commercio. Ben arrivato, mi piacerebbe approfondire come è nata l’idea di quell’Università. Che lacune ha colmato?

Cannata:

Sono stato Rettore di un’Università pubblica per un lungo periodo, e adesso proseguo in questa esperienza in un’Università che è l’esatta rappresentazione del partenariato pubblico privato, perché nasce, sostanzialmente, dal sistema delle Camere di Commercio. Ho avuto l’opportunità di esserne nominato Rettore. La Ministra ha utilizzato alcuni termini interessanti: ha usato la parola “anomalia” e l’espressione “momento unico”. Stiamo veramente vivendo una condizione di anomalia nella storia del mondo e un momento unico, perché la pandemia ci ha posto di fronte a delle questioni gravissime. Siamo stati interessati dalle guerre, da tante condizioni di difficoltà, ma una crisi quale quella pandemica ci pone degli interrogativi molto forti. Per fortuna, quando si parla di capitale umano, comincio a sentire che si fa riferimento alla parola “investimento” e non solo alla parola “costi”. Il sistema pubblico-privato ha fatto investimenti sulla formazione; l’Università che ho il privilegio di reggere in questo momento, è un esempio di investimento lungimirante da questo punto di vista. La Ministra ha fatto riferimento anche ad alcune questioni relative alle competenze. Voglio sottolineare che noi ci troviamo di fronte a un passaggio importante, che non è tanto la questione delle discipline STEM o non STEM. È, piuttosto, la necessità di affrontare – come scritto da Baricco in un bell’articolo pubblicato sul Post – la formazione partendo da un’intelligenza non novecentesca, ma da un’intelligenza che riesca a contaminarsi adeguatamente, che sia capace di lavorare con soluzioni flessibili, di mettere insieme saperi. Perché sottolineo questo? Perché, secondo me, la pandemia ci mette nelle condizioni di dover mischiare sapere ed esperienze tra soggetti appartenenti a mondi che parlano tra loro – le Università, gli studiosi, la ricerca di ponti fra le discipline, la messa insieme di approcci adeguati a trovare, con logiche pluridisciplinari, risposte ad alcuni problemi che la società deve affrontare. Questa è la grandissima sfida che in questo momento si esalta. Vorrei sottolineare un altro aspetto, ovvero quello relativo a tutto il ragionamento sullo sviluppo del piano di resilienza di recupero, la carta che ci giochiamo nei prossimi tempi si basa su due componenti importanti: ecologia e digitale. Penso che un grande sforzo debba essere fatto per mettere insieme queste due dimensioni, quella ambientale e quella digitale, della progettazione delle attività formative e di ricerca. La Ministra si è soffermata sulle questioni della ricerca e, a parer mio, ha fatto bene. Ho sempre sostenuto che il professore universitario debba fare tre cose: ricerca, didattica e terza missione, cioè, il trasferimento del proprio sapere alla società e ai soggetti interessati, ai portatori di interesse, gli stakeholders. Questa è un’operazione molto importante che noi dobbiamo saper svolgere dando valore a tutte e tre le questioni e all’attività didattica. Vorrei ricordare che il Ministero dispone di un qualcosa che si chiama Indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) e, quindi, forse un patrimonio su cui lavorare, un servizio, per esempio, per i docenti delle scuole medie e superiori.

 

Cosmi:

Un patrimonio di cui abbiamo sentito la mancanza nelle scuole elementari. L’elemento più debole sono state le maestre con i bambini a casa.

 

Cannata:

Avendo tre nipoti, so esattamente quali sono stati i problemi che si sono incontrati, conosco i problemi di condivisione dei tempi di lavoro, in particolare per le donne. Per quanto mi concerne, abbiamo vissuto un’esperienza tutto sommato non drammatica perché le condizioni socio-economiche lo consentivano, ma se penso a Tor Bella Monaca o a Scampia, mi domando come siano andate le cose lì. Aprite nel vostro Laboratorio un file sul tema delle disuguaglianze formative, c’è un rischio notevolissimo da questo punto di vista. Voglio affrontare un altro passaggio ed è quello che riguarda il rapporto fra impresa, formazione d’impresa e università. Questo è un tema importantissimo: una ricerca di Unioncamere ha dimostrato che il 62% delle piccole e medie imprese del Paese – che poi sono quelle che vanno da 1 a 499 addetti ¬ è ancora indietro rispetto agli standard per ciò che concerne le tematiche fondamentali della duplice transizione ecologica e digitale. C’è bisogno di uno sforzo di formazione del capitale umano, sia nelle fasce alte, sia nella capacità di attrazione, sia anche dell’irrorazione dei sistemi produttivi. I sistemi produttivi coi quali noi andremo a confrontarci richiederanno sempre di più saperi che comunicano, sempre più energia nel rivedere i propri punti di partenza strutturali, avranno esigenza di sviluppare una cultura della connessione, di avere intelligenze audaci, se si vuol fare investimento. L’alleanza per lo sviluppo sostenibile, il forum delle diversità, ha molto attentamente sottolineato il tema delle disuguaglianze col quale occorre fare i conti. Ma noi chi formiamo? Devo dire che noi, come Università telematica, abbiamo registrato un incremento elevatissimo del numero di iscritti nel tempo e ovviamente la pandemia ha contribuito a questa crescita.

 

Cosmi:

Che incremento state registrando?

 

Cannata:

Per correttezza deontologica non le dico i numeri ma posso dire che parliamo di diverse migliaia di studenti. Volevo sottolineare questo aspetto dell’utenza e della formazione. Noi dobbiamo formare i giovani che escono dalla scuola, dobbiamo contribuire alle cosiddette filiere formative. Qui si apre un altro grandissimo punto: come sono organizzate le filiere formative? La Ministra ha fatto riferimento all’Afam, per l’alta formazione musicale. Fermiamoci alla formazione universitaria. Fra la scuola e l’Università c’è un altro segmento che va capito e collocato: l’ITS, Istruzione tecnica superiore – pare, inoltre, aver avuto grande rilievo, perlomeno delle dichiarazioni parlamentari che hanno fatto sia il Ministro Bianchi sia la Ministra Messa ­, rispetto alla quale, si è detto, occorrerà fare degli investimenti significativi. Non si tratta della scuola per coloro i quali non possono andare all’Università, è una scuola che fa riferimento ad alcune competenze specifiche che, guarda caso, sono interessanti per il nostro sistema produttivo. Gli studenti che noi abbiamo li dividerei in due grandi gruppi (l’analisi sociologica sugli stessi che abbiamo fatto ci dà moltissime altre informazioni, io vado per estremi): da un lato ci sono i giovani che non hanno l’opportunità di frequentare l’Università, magari per difficoltà economiche; dall’altro, ci sono quelli provenienti dalle aree interne del Paese che hanno l’opportunità economica anche di affrontare i costi ma trovano difficoltà di collegamenti. Ricordiamo tutti la tragedia dell’Aquila e ricordiamo i ragazzi che sono morti perché vivevano nello studentato universitario. Se non fosse successo quel disastro, avremmo potuto dire che quelli erano dei ragazzi fortunati perché avevano trovato opportunità di studio nell’entroterra. Se pensiamo al nostro Paese, all’osso che costituisce la catena dell’Appennino e il suo prolungamento nelle isole, ci rendiamo conto di quanto fabbisogno di formazione ci sia.

 

Cosmi:

Quando si parla di diritto allo studio, si pensa magari alla tassa universitaria, al libro da comprare, ma in realtà a pesare sul bilancio delle famiglie è l’indotto a cui prima facevo riferimento e che lei adesso richiama, dicendo appunto che si potrebbero tagliare una serie di costi potendo usufruire di una buona qualità di organizzazione.

 

Cannata:

Essendo stato Rettore anche di un’Università in presenza, ho incontrato i giovani che sono arrivati nelle nostre residenze universitarie, ho parlato con loro, qualche volta ho bisbocciato, scusate il termine un po’ semplice, con loro ma ho capito che quella era una via per fare comunità. Tornando all’esperienza di Università non in presenza, accanto ai giovani c’è un segmento molto importante ed è quello costituito dalle persone che lavorano e che desiderano acquisire un titolo di istruzione superiore. Proprio questa mattina ho discusso in via telematica con una signora – funzionaria di un Ente pubblico, l’Inps –, la quale mi ha chiesto la tesi come studentessa per il mio corso di politica economica e mi ha detto: «Io, a questo punto, non ho bisogno della laurea per fare carriera; lo faccio perché ritengo che sia importante completare il mio percorso formativo, è questo che mi interessa». L’Unimercatorum nasce come Università delle imprese, per le imprese. Il tessuto produttivo italiano è costituito essenzialmente di piccole e medie imprese e in quelle aziende ci sono persone che, a un certo punto della loro esperienza di vita, hanno avuto voglia di progredire, di arricchire le proprie competenze (il famoso e tanto reclamizzato lifelong learning). Un altro punto fondamentale riguarda il Recovery Fund. Sarà necessaria una gestione burocratica snella. Abbiamo la necessità di una Pubblica amministrazione che costituisca un’ossatura del sistema, non un fardello; deve essere un agente che accompagna lo sviluppo del Paese. I milioni stanziati dal Recovery Fund per i progetti sulle infrastrutture, sulle diverse attività saranno inutili se non verranno gestiti da un’Amministrazione capace. Naturalmente, tutto va avanti se ci mettiamo un poco di passione e di energia e questo cerchiamo di farlo quasi quotidianamente.

 

Cosmi:

Passo la parola a Laura Mazza che ci darà il suo punto di vista sia come amministratore delegato di The Hub, sia nel suo ruolo all’interno di Federformazione.

 

Mazza:

Bentrovati, buongiorno. Complimenti per questo Laboratorio che ritengo sia funzionale ma anche necessario sul territorio nazionale. Il contesto lavorativo ed economico in cui ci troviamo in questo momento è in rapidissima evoluzione, in seguito anche alla pandemia. Bisogna porre al centro il capitale umano che è da considerare elemento prezioso di un’azienda e non un costo. Il report che mi sento di portare in questa giornata è dettato anche dalle criticità analizzate insieme alla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, da cui emergono problematiche date dall’eterogeneità delle situazioni. L’Italia è divisa tra il Nord, il Centro e il Sud. Queste situazioni eterogenee portano un sottofinanziamento strutturale e, di conseguenza, a delle problematiche anche per i discenti oltre che per lo stesso sistema universitario. Noi di The Hub ci siamo trovati a scegliere di essere un trait d’union tra Università, centri di ricerca e imprese. Siamo stati la prima società in Italia ad entrare all’interno di un consorzio, nel primo partenariato pubblico privato tra Università, centri di ricerca e imprese (noi rappresentavamo l’unica impresa). Abbiamo investito nella Ricerca e Sviluppo, negli spin-off. C’è una carenza culturale e di mentalità: gli imprenditori hanno la necessità di avere il dottorato industriale, quindi il laureato in azienda con le competenze trasversali e professionali, ma con la stessa velocità del mercato. Nel laboratorio visionario che avete creato è necessario estrapolare proprio queste competenze trasversali che possono fare la differenza. Questa sinergia deve essere permanente, costante; ricerca, formazione e divulgazione di conoscenze, abilità ed esperienze – che riassumono poi il capitale umano – diventino il perno dell’azienda e le permettano di affrontare quello che sta accadendo in questa fase pandemica. Il capitale umano non è un macchinario, non è un dato e non è neanche uno strumento tecnologico. Il nostro compito è essere il trait d’union e per poterlo fare è necessario che nel laboratorio vincente che avete creato siano presenti competenze differenti, trasversali, in una interconnessione continua. Questo insieme di conoscenze implicite ci esorta anche a raggiungere i 17 obiettivi Onu fissati nell’Agenda 2030, tra cui figurano l’educazione, la formazione ma anche la capacità innovativa delle industrie e, quindi, la rappresentanza di un’economia circolare e sostenibile. Questo ecosistema virtuoso e sostenibile secondo me si può raggiungere. Noi, come Italia, abbiamo i migliori centri di ricerca, gli hub innovation; le migliori università telematiche e storiche partono dalla nostra Italia ma non riusciamo a trasferirle all’estero. L’analisi economica che abbiamo fatto è proprio quella funzionale per una sostenibilità post pandemia e desideriamo dare il nostro apporto al vostro laboratorio con dati reali e concreti. È necessario che i dottorati vadano nelle imprese. Perché l’ho definito dottorato industriale? Perché le imprese oggi sono pronte ad affrontare questa sfida ma bisogna affiancarle e supportarle con l’innovazione e con il cambiamento. Il Ministero dell’Università e della Ricerca può, insieme a tutti voi, raggiungere questo obiettivo.

 

Cosmi:

Abbiamo tenuto per ultimo lei, Professor Caligiuri, perché questo Laboratorio ha bisogno anche dell’Osservatorio. Nel Laboratorio entrano, in modo dinamico, energie portate dalle varie esperienze, poi però, l’Osservatorio dovrà fare un po’ più ricerca e analisi, mettendo a sistema politiche che si possono amplificare grazie all’aiuto di questa rete che il laboratorio crea e non trascura. Una volta entrati, ne farete parte perché è questa la cosa di cui abbiamo bisogno. Non dobbiamo partecipare a spot– di questo già il mondo è pieno –, quello che a noi manca è quella stabile relazione in questa filiera che lega tutti noi a un obiettivo finale e a una visione di insieme.

 

Caligiuri:

Penso che il dibattito di questo pomeriggio sia molto interessante. Per avere un senso più ampio occorre contestualizzarlo. Io partirei da una frase di Walter Benjamin che dice che bisogna guardare alla propria città con gli occhi di chi è appena sbarcato da una nave appena arrivata da Singapore. Per parlare del capitale umano del futuro occorre partire da quello presente, che discende dal passato, altrimenti ogni ragionamento che andiamo a fare sarà parziale, perché nell’educazione ogni cosa succede 50 anni più tardi. Io credo che la Riforma Gentile del 1923 sia stata una premessa fondamentale per il boom economico degli anni Sessanta, così come oggi gli esiti educativi sono quelli che discendono da ciò che è accaduto dopo il 1968 e che ha determinato un abbassamento delle condizioni di studio, finendo con l’allargare le distanze sociali: un fenomeno che ho definito “facilismo amorale”. Per parlare del capitale del futuro, occorre partire dal capitale del presente. 2010, Tullio De Mauro: il 75% degli italiani non sa interpretare una semplice frase nella nostra lingua. Ricerca OCSE del 2016: il 27,9% degli italiani tra i 16 e i 65 anni è analfabeta funzionale, cioè non sa leggere, scrivere e far di conto; in questo numero così elevato c’è un incredibile 4,1% di laureati che non sanno leggere, scrivere e far di conto. Ricerca Ipsos del 2018: l’Italia è la nazione, tra una trentina esaminate, nella quale i fatti sono i più distanti dalla percezione della realtà. Questo costo sociale dell’ignoranza si trasferisce sul costo del funzionamento della democrazia e sull’efficienza delle Istituzioni che vengono gestite, a livello politico e burocratico, da rappresentanti inadeguati. Quindi, il problema, come dimostra la pandemia, investe i sistemi democratici per la modalità di selezione dell’élite. L’Eurispes sta facendo una cosa meritoria, parte dal cuore del problema, dalla conoscenza, dal capitale umano e, quindi, coglie il dato più significativo. Già il Presidente Draghi, nelle sue dichiarazioni programmatiche al Senato il 17 febbraio scorso, ha equiparato le ferite profonde sul piano sanitario del Covid-19 a quelle economiche e a quelle educative. Il Presidente Draghi ha utilizzato per 27 volte dei termini relativi alla scuola, alla formazione, alla ricerca, così come per 27 volte ha utilizzato termini relativi al virus e alla pandemia. Si è impegnato a promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’Università, la cultura. Quello che ha detto, ha poi trovato riscontro nelle scelte che ha compiuto nella formazione del Governo. Ha individuato come Ministro dell’Università e della Ricerca un tecnico e non un esponente di partito. Il Ministro Messa stasera ci ha detto delle cose utili e intelligenti sui dottorati, sull’attrazione del capitale umano dall’estero, sull’idea del campus, sul rapporto tra costi e benefici dell’educazione universitaria – a questo riguardo, il Presidente Fara ha già accolto un’interessante pista di ricerca. Il Ministro ha fatto un riferimento molto interessante ai retaggi ideologici che pesano tanto sull’organizzazione dell’Università, per esempio, su come sono strutturati i dipartimenti. Premesso che il capitale umano è la base di tutto, occorrono anche visioni politiche. Roger Abravanel, in un libro del 2008, ha affermato, non andando molto distante dalla verità, che le Università italiane sono il simbolo nazionale dell’assenza del merito. Proviamo ad unire i punti. Chi è che accede all’Università? Ce lo spiega Don Milani in uno dei libri di Barbiana (che erano dei cartelloni affissi sui muri) in cui diceva che a provvedere ai costi di chi si laurea sono prevalentemente gli altri, cioè quelli che non si laureano. In pratica, è come se noi comprassimo i biglietti del treno e al nostro posto viaggiassero altre persone. Un altro elemento interessante è la diversità tra Nord e Sud, come diceva prima la dottoressa Mazza. In un’indagine Svimez del 2018, dei 685mila studenti universitari meridionali circa 158mila, praticamente il 23%, studiano nelle Università del Centro-Nord. Questo dato allarga ulteriormente le distanze sociali tra ricchi e poveri ed incide in modo rilevante sulla determinazione della ricchezza del Pil meridionale. Il ritardo italiano si vede anche nei dottorati, nella migrazione dei cervelli. Ebbene, dal 2008 al 2018, in 10 anni, si possono stimare in circa 14mila le persone che hanno conseguito il titolo di dottorato di ricerca in Italia e che poi sono andate all’estero. Questo numero è pari a un quarto di tutto il corpo docente delle Università italiane. È allora necessario riflettere profondamente sull’offerta didattica, a partire dal metodo: noi siamo impostati, scuole e Università, per un insegnamento analogico mentre viviamo nella civiltà digitale. Che senso ha, in questo contesto, mantenere 360 settori scientifico-disciplinari se non per preservare lo status quo? In secondo luogo, l’intelligenza artificiale sconvolgerà tutte le professioni, la gran parte di quelle attuali scompariranno, tutte le altre dovranno essere rinnovate. C’è una ricerca del Dipartimento del Lavoro americano che dice che coloro i quali si iscrivono adesso alla scuola, quando termineranno gli studi, faranno un lavoro che ancora non è stato inventato. In questa volatilità non si sa chi resta e chi, invece, scompare. A scomparire, secondo Clayton Christensen della Harvard Business School, saranno gli Atenei tradizionali. Sempre secondo Christensen, intorno al 2030 la metà degli Atenei statunitensi sarà destinata a chiudere, con il licenziamento di tutto il personale. Se questo accade negli Stati Uniti d’America, in Italia, dove abbiamo un’Università tradizionale quasi in ogni provincia, che cosa succederà? È un tema su cui riflettere. Allora, io credo che non possiamo affrontare il tema del capitale umano, dell’Università, con problemi di dettaglio andando a effettuare quasi una sorta di “manutenzione del dolore”. Bisogna investire sui problemi di fondo e credo che un Ministro, che non fa riferimento a partiti, possa avviare dei meccanismi di svolta che solo in condizioni di emergenza è possibile attuare, perché in condizioni ordinarie le resistenze per difendere il proprio orticello sarebbero ovvie, prevedibili e tenaci. Se riteniamo che il capitale umano sia la prima risorsa, allora bisogna guardare alle disuguaglianze formative, come diceva opportunamente il Rettore Cannata. C’è uno studio molto recente, di gennaio di quest’anno, dell’economista Vittorio Daniele, il quale ha evidenziato che le differenze nei risultati scolastici non dipendono tanto da quello che avviene nelle scuole ma dalla situazione esterna le scuole e che, quindi, se non si agisce su questi aspetti – famiglia, contesto sociale –, migliorare i programmi e inserire attrezzature cambierà poco o nulla in termini di risultati. L’unica variabile che potrebbe incidere è la qualità dei docenti. Sulla qualità dei docenti bisogna spendere qualche parola: non si può aggiungere, come sta avvenendo negli ultimi anni, al pernicioso precariato scolastico, un precariato universitario. Bisogna ricordare che la scuola e l’Università sono istituite per insegnare, per trasferire conoscenze, non per dare lavoro. Scuola e Università non sono ammortizzatori sociali, sono luoghi dove si costruisce la conoscenza. Il tema è quello di porre nel dibattito politico e culturale l’istruzione e l’alta istruzione; c’è bisogno di scelte politiche precise e non è una questione di soldi. Lo spiegava benissimo Mario Draghi quando era Governatore della Banca d’Italia nel 2008 e parlava di circoli viziosi che penalizzano il mondo dell’Istruzione, disincentivano gli insegnanti, tradiscono le responsabilità della scuola e dell’Università pubblica. I problemi nascono da qui, non da una carenza di risorse per studente destinate all’istruzione scolastica, che sono invece più elevate in Italia che nella media dei paesi europei. È un problema di regole, che sono importanti e non sempre richiedono investimenti immediati, a volte, addirittura nessuno. Se parliamo di risorse, c’è l’opportunità del Recovery Fund: nonostante si tratti di fondi che occorrerà restituire in futuro, dobbiamo concentrarci su questa opportunità per tentare di cambiare il sistema. I fondi diretti sull’istruzione e la ricerca ammontano a 28,46 miliardi di euro e l’educazione e la ricerca sono trasversali a tutte le altre cinque missioni: transizione ecologica, digitalizzazione, infrastrutture, parità di genere e salute. Nelle condizioni di emergenza si possono porre le basi per cambiamenti strutturali e io penso che il primo aspetto su cui concentrarsi dovrebbe essere la formazione e la selezione dei docenti scolastici universitari.

 

Cosmi:

Dal lockdown dello scorso anno, tutti gli insegnanti sono stati costretti a dover diventare all’improvviso competenti nell’utilizzo degli strumenti tecnologici, in un’epoca, in un contesto che quasi li considerava il male assoluto. Quale supporto è arrivato per la ricerca? Sarebbero stati necessari corsi di formazione per gli insegnanti, anche a distanza, motivazionali su una visione. Gli insegnanti hanno avuto la possibilità di confrontarsi in maniera vivace con altri esponenti del mondo del lavoro? La parola “visionario” entra nel mondo della scuola, i bambini hanno bisogno di quelle idea di sogno e io credo che i loro insegnanti hanno subìto una sorta di vita isolata, non solo perché eravamo in lockdown, ma isolata dalla comunità. Insomma, c’è la sensazione per cui il sapere è scollato e paradossalmente si viene a creare una generazione di classe dirigente che ha più successo che istruzione. È ovvio che poi, a quel punto, capitale umano e Università sembrano perdere valore quando si può arrivare al successo senza che questo passi dall’istruzione.

 

Caligiuri:

Il Ministro ha fatto un passaggio molto profondo sottolineando che, quando si va a insegnare, nessuno insegna ad insegnare a chi svolge questo mestiere, ai docenti. Il problema non è tanto la didattica a distanza, è l’inadeguatezza precedente. Se non si è in grado di insegnare in presenza, figuriamoci a distanza. Il problema è a monte: come si formano, prima, e si selezionano, poi, i docenti scolastici e universitari? Hai fatto una riflessione molto attenta, quella secondo cui si può avere successo senza istruzione e questo è il trionfo dell’incompetenza. Non ci possiamo meravigliare se per essere vaccinati dobbiamo aspettare mesi, se le scelte di governo ai vari livelli abbiano la qualità che hanno, se un libero professionista – avvocato, commercialista, ingegnere, geometra, eccetera – non è in grado di svolgere la propria funzione nonostante abbia successo, nonostante abbia vinto un concorso, nonostante, magari, sia Presidente del rispettivo ordine professionale. Questo è un problema che non riguarda un settore in particolare, è un problema nazionale; molto spesso ai vertici arrivano persone assolutamente inadeguate.

 

Cosmi:

Quindi, puntare sul capitale umano vuol dire puntare sul merito, sull’abbassamento delle disuguaglianze ma anche delle ingiustizie sia sociali sia di “logiche illogiche” che governano i processi e poi rendono il Paese poco competitivo rispetto agli altri perché, ovviamente, mancano quegli elementi che lo rendono competitivo, come una buona istruzione e un buon capitale umano.

 

Caligiuri:

La situazione che stiamo vivendo è proprio questa. Bisogna partire dalla formazione e selezione dei docenti scolastici e universitari, per poi concentrarsi sulla ricerca e la sperimentazione. Teniamo conto che abbiamo già a che fare con l’intelligenza artificiale, che è già tra noi e ci studia. Presto avremo a che fare con insegnanti digitali, con un’ibridazione inevitabile tra uomo e macchina. C’è bisogno di nuovi insegnamenti. Secondo me, non si può fare l’insegnante elementare se non si conoscono le neuroscienze, il comportamento della mente, i meccanismi cerebrali di apprendimento. Bisogna prestare grande attenzione all’educazione prescolare perché le capacità cognitive si formano in quel periodo. C’è uno studio americano che dice che i figli di famiglie ricche, nei primi quattro anni di vita, ascoltano 48 milioni di parole a fronte dei 13 milioni di parole che invece ascoltano i figli nati in famiglie meno abbienti. Questo studio ha un titolo molto indicativo: The early catastrophe, la prima catastrofe. Dobbiamo prestare attenzione a questi fatti, non dobbiamo riversare tutto sullo schermo digitale, bisogna tenere conto di quello che viene prima delle fake news, degli hikikomori, del cyberbullismo: le famiglie, le persone. Questi sono gli aspetti su cui bisogna riflettere, sui quali l’Eurispes, creando anche questo Osservatorio sulle Politiche Educative, dà il suo contributo. Io ringrazio il Presidente Fara che mi ha dato questa grande opportunità di costituirlo e presiederlo. L’obiettivo è quello di porre all’attenzione del dibattito nazionale il tema dell’educazione, a livello politico e a livello culturale, e poi inserire una parte consistente sulle politiche educative all’interno dell’annuale Rapporto Italia redatto dall’Eurispes, su quelle che sono le proposte per poter migliorare il contesto nazionale. Concludo dicendo che la sfida che l’Eurispes si pone è quella di affrontare i temi della società, non solo italiana, il problema educativo e formativo durante questo periodo – terribile ed affascinante insieme – che sembra simile, fatti i dovuti paragoni, alla fase descritta da Marguerite Yourcenar nelle splendide Memorie di Adriano, in cui il passato non funziona più e il nuovo non è ancora nato.

 

Cannata:

Il punto più importante sarebbe un maggiore dialogo tra le Istituzioni. C’è spazio per tutti, per la diversità ed è facendo premio alle diversità che si raggiungono i risultati.

 

Cosmi:

Proprio questo è l’obiettivo che ci siamo preposti, come Laboratorifinanzo: essere facilitatori di quel dialogo che è spesso ricercato ma nessuno crea; voi siate tutti al nostro fianco e lo saremo anche noi come Eurispes, come Osservatorio e come Laboratorio.

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