Atti del webinar – Presentazione dell’Osservatorio Banca, Finanza e Assicurazioni dell’Eurispes | 11 maggio 2021

Atti del webinar

Presentazione dell’Osservatorio Banca, Finanza e Assicurazioni dell’Eurispes (OBAF) e del Progetto banche NPL e ristrutturazione delle imprese

11 maggio 2021

 

 

Lo scorso 11 maggio si è svolta la presentazione online dell’Osservatorio Eurispes su Banca, Finanza e Assicurazioni e del progetto Banche NPL e ristrutturazione delle imprese. All’incontro hanno partecipato: Marco Ricceri, Segretario generale dell’Eurispes, Claudia Bugno, Consigliere delegato Eurispes per lo sviluppo dell’Osservatorio, Luciano Panzani, Presidente dell’Osservatorio Eurispes su Banca, Finanza, Assicurazioni (OBAF), già Presidente della Corte d’Appello di Roma, Simona Carosso, Segretario Generale dell’Osservatorio Eurispes su Banca, Finanza, Assicurazioni (OBAF), Marcello Messori, Senior Fellow della Luiss School of European Political Economy, Lorenzo Stanghellini, Ordinario di Diritto commerciale, Università di Firenze. Le conclusioni dell’incontro sono state affidate a: Pier Carlo Padoan, Presidente di Unicredit.

 

Marco Ricceri, Segretario generale dell’Eurispes

Buon pomeriggio e un sincero ringraziamento a tutti per la partecipazione a questa importante iniziativa. Esprimo innanzitutto i saluti e gli auguri di buon lavoro del Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara. In base al programma, dopo i saluti di apertura interverranno: Claudia Bugno, Consigliere Delegato per lo sviluppo dell’Osservatorio; quindi Luciano Panzani, Presidente dell’Osservatorio, che avrà il compito di introdurre e gestire la presentazione degli interventi e  la organizzazione del dibattito.

Ritengo utile . come premessa, richiamare  alcuni aspetti essenziali che caratterizzano da sempre il nostro istituto. Eurispes esiste ed è operativo dal 1982, un lunghissimo periodo di attività, ininterrotto, proficuo e intenso. Formalmente, Eurispes è una “associazione senza fini di lucro”, iscritta dagli anni Ottanta nell’Albo degli Enti di Ricerca del MIUR, in quanto dedicata esclusivamente ad attività di ricerche, studio e analisi politiche, economiche e sociali. Fin dall’inizio l’impostazione data a queste attività si basa su un approccio interdisciplinare e sistemico, ciò che ha garantito la loro originalità e l’alto livello qualitativo. Un bellissimo riconoscimento internazionale è arrivato tre anni fa quando, con nostra sorpresa, Eurispes è stato inserito nell’elenco dei principali think tanks del mondo, nel rapporto annuale sui Global Think Tank Index pubblicato dall’Università della Pennsylvania (USA). È interessante notare che l’istituto è stato classificato tra i migliori “istituti indipendenti” (Best Indipendent Think Tanks), cogliendo con ciò un’altra caratteristica fondamentale di Eurispes: la garanzia di indipendenza che ha sempre guidato le attività di ricerca e le valutazioni elaborate dall’Istituto. Tale riconoscimento internazionale riflette un impegno costante e uno sforzo particolarmente faticoso per mantenere una situazione che ha portato numerosi osservatori esterni e la stampa a riconoscere pubblicamente Eurispes come “un’isola della libertà”. A ciò va aggiunta una piena disponibilità ed apertura dell’Istituto a valutare e collaborare per l’approfondimento di quelle aree tematiche e proposte di studio che sono presentate da studiosi, esperti, attori primari dello sviluppo comune e che possono risultare di particolare rilevanza strategica per la crescita nel nostro paese.

L’importanza dell’approccio interdisciplinare e sistemico da sempre applicato da Eurispes nelle sue attività di ricerca trova attualmente un esplicito riconoscimento a livello internazionale di fronte ai cambiamenti strutturali imposti alle nostre società dalla crisi pandemica, dall’evolversi dei processi di globalizzazione, dall’esigenza urgente, inderogabile, di operare per un nuovo modello di sviluppo, sostenibile e più equilibrato di quello attuale. Lo leggiamo in tutti i documenti internazionali a quali facciamo riferimento come, ad esempio, l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile; le dichiarazioni approvate nei vertici informali come il G20, i documenti di istituzioni internazionali come l’OCSE; le strategie approvate dall’Unione europea. Mi fa piacere vedere collegato e partecipare a questa presentazione il Professor Pier Carlo Padoan, che ho avuto modo di conoscere frequentando proprio alcune riunioni di esperti dell’OCSE quando ricopriva l’incarico di Vice segretario generale; ricordo che sollecitava gli esperti ad “uscire dai silos” delle loro discipline scientifiche  e ad aprirsi al confronto integrando i rispettivi patrimoni conoscitivi, una raccomandazione –  quella di uscire dai silos – che si è diffusa molto nei documenti strategici delle principali istituzioni e organismi internazionali. In una fase di cambiamento strutturale come quella che stiamo vivendo è richiesto sempre più, ad esempio, agli economisti, giuristi, sociologi, antropologi, psicologi di operare in sinergia e di definire un valido approccio interdisciplinare nella valutazione dei problemi. La costituzione del nuovo Laboratorio Banca, Finanza e Assicurazioni consentirà a tutti noi di maturare esperienze positive anche nell’applicazione di quell’approccio all’analisi e valutazione dei problemi che le Nazioni Unite hanno definito come trans-disciplinare, in grado di integrare l’approccio disciplinare con il patrimonio conoscitivo legato alla esperienza diretta degli operatori ai quali è stato finalmente riconosciuto un valore scientifico. La stretta, organica collaborazione tra il mondo accademico e della ricerca e il mondo degli operatori, uno dei punti di impegno del nuovo Osservatorio, consentirà di fare esperienze concrete nell’applicazione integrata dei due approcci alla valutazione dei problemi, interdisciplinare e trans-disciplinare, e di procedere in modo coerente con le specifiche raccomandazioni dell’ONU.

Ciò consentirà anche di individuare meglio gli elementi strategici da proiettare nel medio e lungo termine recuperando una esperienza programmatica quanto mai utile in questa fase decisiva ma abbandonata in pratica dall’Italia da diversi decenni. L’ultimo documento in cui era stata adottata una programmazione a medio termine in Italia risale infatti a metà degli anni Settanta e solo in questo anno 2021, nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR 2021) presentato dal Presidente Draghi alle autorità europee, troviamo una proiezione delle riforme e degli interventi al 2026, al 2030, al 2050. C’è , dunque, un bisogno diffuso, obbiettivo di confrontarsi con una cultura a medio e lungo termine,  di misurarsi con la capacità di operare  non solo sulle tendenze a breve ma anche sulle prospettive e gli scenari di lungo periodo che intendiamo costruire; e tutto ciò quanto meno per essere in sintonia con gli impegni che gli stati hanno assunto negli ultimi tempi e stanno tuttora definendo in ambito internazionale, ad esempio, con gli accordi siglati nel coordinamento G20 e con le strategie approvate in ambito UE.

Ciò che si sta delineando  in tali sedi è, in effetti, un cambio radicale di prospettiva nelle dinamiche e nella condizioni dello  sviluppo; è il passaggio  da un sistema economico incentrato sulla “quantità” dei beni e dei servizi prodotti e consumati ad un sistema economico del tutto diverso basato sul valore della “qualità” di tali produzioni e consumi, dove ciò che avrà sempre più importanza sarà non tanto “cosa” è prodotto ma “come” i beni e i servizi sono prodotti, distribuiti, consumati. L’impegno assunto dagli stati per la sostenibilità della crescita impone a tutti l’adozione di un nuovo modello di sviluppo, l’organizzazione di un nuovo sistema economico e produttivo non più “lineare”, come è stato fino ad oggi, ma “circolare”, in grado di assicurare un vero equilibrio tra le attività dell’uomo e l’ambiente in cui vive ed opera.

È in questo quadro che sta operando Eurispes e nel quale si inserisce con l’iniziativa odierna l’attività specifica del nuovo Osservatorio Banca, Finanza e Assicurazioni una struttura finalizzata a offrire un contributo ai nuovi orientamenti della crescita individuando e rappresentando le esigenze di quei soggetti che tutti i documenti internazionali, come ad esempio gli ultimi rapporti ONU, individuano come i veri “motori dello sviluppo” (UN, Report 2019). La radicalità dello sviluppo sostenibile richiede a tutti i governi l’avvio di una azione sinergica con molteplici soggetti esterni – la definizione di un nuovo sistema di governance e di partenariato –  tra i quali in primo piano sono indicati, appunto, gli attori del sistema bancario, finanziario e assicurativo.  A questi attori primari della crescita è richiesto di operare in sintonia con le nuove esigenze e strategie dello sviluppo sostenibile ma soprattutto di orientare e supportare gli altri soggetti pubblici e privati ad intraprendere questo nuovo percorso e ad agire con coerenza nel rispetto delle nuove condizionalità della crescita.  Al nuovo Laboratorio che oggi viene presentato l’istituto Eurispes mette a disposizione soprattutto il patrimonio conoscitivo e di esperienza maturato nell’ambito della sostenibilità dello sviluppo anche grazie al continuo contributo di idee, informazioni, documenti, suggerimenti che proviene all’istituto dalle collaborazioni internazionali  promosse nel corso del tempo  con istituzioni e esperti di alta qualificazione, come è ben testimoniato anche dalla composizione del Comitato Scientifico dell’ Istituto che vede una partecipazione attiva di un elevato numero di esponenti esteri.

Un’ultima osservazione conclusiva. Le riflessioni introduttive svolte finora inducono a richiamare il valore, per l’Eurispes, delle indicazioni contenute nello specifico programma che accompagna l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, il programma relativo al rapporto tra Scienza e Politica,  Science Policy Interface (SPI) Program (2015), nel quale è raccomandato agli operatori pubblici e privati di elaborare le analisi e proposte in modo coerente con i principi della responsabilità sociale, di contribuire a promuovere gli auspicati processi innovativi assicurando che tali processi siano comunque “eticamente accettabili, sostenibili, socialmente auspicabili”.  Noi siamo sicuri che anche il nuovo Laboratorio Banca, Finanza e Assicurazioni, nell’affrontare i principali i problemi dello sviluppo, come ad esempio i nodi irrisolti della qualità della regolazione e, in particolare, di un nuovo rapporto tra diritto ed economia, saprà operare in piena coerenza con i principi definiti dal suddetto programma SPI delle Nazioni Unite. Ringrazio ancora per la vostra partecipazione e passo la parola a Claudia Bugno, Consigliere delegato di Eurispes per lo Sviluppo dell’Osservatorio.

 

Claudia Bugno, Consigliere delegato Eurispes per lo sviluppo dell’Osservatorio

Grazie Marco, un saluto a tutti. Vorrei brevemente introdurre l’ultimo anno di lavoro che abbiamo portato avanti con il Presidente Fara e con l’Eurispes, dando vita a due importanti Osservatori che si inseriscono in un framework molto più ampio di attività che tu hai descritto poc’anzi. Il primo è l’Osservatorio per lo Sviluppo dei Territori, nato in collaborazione e simbiosi con la Ragioneria Generale dello Stato, e finalizzato ad analizzare tutte le risorse legate agli stanziamenti ed investimenti pubblici per i territori, cercando anche di verificare la capacità progettuale dei territori stessi per generare sviluppo: ho l’onore di dirigere questo Osservatorio insieme ai colleghi della Ragioneria Generale dello Stato. Il secondo Osservatorio, che il Presidente Panzani andrà a presentare tra poco, è l’Osservatorio su Banca, Finanza e Assicurazioni: nato poco dopo l’Osservatorio Sviluppo dei Territori, vuole analizzare tali sistemi sempre con un focus sull’ambito territoriale. È evidente che gli Osservatori sono strettamente interconnessi tra di loro, quindi in Istituto abbiamo intenzione di affiancarli in un’attività molto stretta per far emergere importanti ricerche e risultati. La prima attività che abbiamo svolto è stata quella di considerare innanzitutto che gli Osservatori nascevano in un periodo di estrema fragilità del nostro Paese, che presentava già ante pandemia una frammentazione di piccole e medie imprese e, quindi, una difficoltà per un sempre più arduo percorso verso la ripresa economica. Inoltre, la morfologia del Paese stava cambiando: nei grandi gruppi industriali con importanti acquisizioni estere e in Italia, e nell’apparato istituzionale con la lacerazione di quella straordinaria e importante funzione di ascolto e di raccordo con i territori svolta anche dai corpi intermedi. Questo processo di scollamento in seguito alla pandemia ha determinato l’inasprirsi delle condizioni economico-sociali, anche per il nostro sistema bancario, con la necessità di ri-articolazione di una funzionalità che vede le banche nel processo di dover riconquistare, anche attraverso nuove tecnologie, nuovi impegni e nuove strumentazioni, quella prossimità territoriale nevralgica per la ripresa del Paese. Abbiamo voluto fare una profonda analisi di quelli che sono gli strumenti messi in campo dall’Europa in primis, e poi anche dal Governo per reagire alla crisi; quindi incentrare gli Osservatori sul Next Generation EU, sulla declinazione del nostro Paese, come degli altri, nei PNRR, partendo dagli stanziamenti europei di 750 miliardi di euro per i quali l’Italia è stata, anche per la situazione di crisi descritta poco fa, tra i più grandi beneficiari, con oltre 191 miliardi di euro di fondi legati al dispositivo di ripresa e resilienza, con fondi aggiuntivi dei piani europei, come il React EU, e fondi nazionali, come il Fondo Complementare, arrivando a 236 miliardi di euro complessivi. Questa è una dotazione importante per far riprendere e rilanciare il Paese, non soltanto attraverso le risorse finanziarie, ma anche attraverso le riforme istituzionali e dell’assetto del Governo. Abbiamo voluto inoltre allargare l’analisi considerando non soltanto queste misure di reazione alla crisi, ma anche le quote residue del Fondo di Sviluppo e Coesione, quelle che erano della precedente pianificazione del 2014-20, il nuovo quadro pluriennale ’21-’27 ma anche tutta la funzionalità messa in campo dalla SACE, dagli strumenti della CDP che dovrà ora mettere in campo nuove policies e adattarle al contesto che si sta presentando, il Fondo Centrale di Garanzia, a me tanto caro per l’accesso al credito, i decreti semplificazione e sostegni-bis: tutta una serie di misure per il contrasto alla crisi. Venendo a noi, e con questo concludo, il tema che abbiamo affrontato con il Presidente Panzani è il fatto che in questa situazione di crisi si è presentato per il sistema bancario il rischio di aumento dei crediti deteriorati, ma anche un processo di dismissione dei crediti in sofferenza e di cessione a terzi di tali crediti, e un punto che vorrei mettere sul tavolo oggi è quello dell’attenzione all’interesse nazionale. Dietro ai crediti deteriorati ci sono le aziende, ci sono brevetti, c’è il know-how, ci sono competenze, posti di lavoro: non a caso nel decreto liquidità dell’aprile 2020 è stata inserita l’infrastruttura finanziaria, includendo il settore creditizio, bancario e assicurativo – che sono i cosiddetti stakeholders dell’Osservatorio – nell’ambito dei poteri speciali di tutela dello Stato, il Golden Power. C’è quindi stato un allargamento e una presa di coscienza dell’interesse nazionale anche rispetto a tali ambiti. Per chiudere, l’impegno dell’Eurispes, con il Presidente Fara, l’impegno con l’OBAF presieduto da Luciano Panzani, è quello di vigilare, supportare e di sviluppare delle analisi attraverso i diversi Osservatori per avere una grande attenzione sulle piccole medie imprese e tutti gli stakeholders che sono legati al territorio e che vanno tutelati e assistiti avendo, anche nel processo di analisi e valutazione di materie così complicate e difficili come gli NPL e gli UTP, un’attenzione alla gestione, allo sviluppo e alla rigenerazione di ciò che sarà possibile fare per sostenere il nostro Paese. Con questo chiudo, saluto tutti e do la parola al Presidente Panzani.

 

Luciano Panzani, Presidente dell’Osservatorio Eurispes su Banca, Finanza e Assicurazioni:

Buongiorno a tutti, è giunto il momento di spiegare un po’ più in dettaglio in che cosa consiste l’Osservatorio su Banca, Finanza e Assicurazioni a cui abbiamo anche dato una sigla, OBAF per essere più rapidi. È l’ultimo nato tra gli Osservatori permanenti di Eurispes, ha l’ambizione di segnare una maggior presenza dell’Istituto in questo settore. Presenza che già c’era naturalmente, ma che intendiamo rafforzare.

Non si intende evidentemente limitarsi a una attività di carattere descrittivo, s’intende anche fare valutazioni critiche che possono contribuire alle scelte che devono essere compiute.

L’Osservatorio vuole operare coinvolgendo di volta in volta tutti coloro che sono disponibili, Enti e Istituzioni pubbliche e private, e quindi pubblica amministrazione, le autorità di vigilanza, i protagonisti di questo settore: banche e mondo assicurativo, il sindacato, le università, ma anche magistratura, forze dell’ordine e ci si vuole confrontare su progetti specifici. Progetti specifici che si riferiscono, ovviamente, a temi che noi consideriamo chiave. L’approccio è quello tipico di Eurispes: da una parte il rigore della ricerca e dall’altra l’attenzione ai profili sociali e alle ricadute sulla comunità nazionale.

Sono lieto che questa presentazione dell’Osservatorio venga subito dopo il 33° Rapporto Italia. Chi lo apre (il RI), apprende che Eurispes è lo strumento per leggere le informazioni nella società, nell’economia, nel costume e nella cultura e questo Osservatorio si pone in questa direzione, vuole operare con riferimento a un settore specifico, ma con attenzione multidisciplinare tenendo sempre conto di quelle sono criticità di carattere generale nella nostra società e, quindi, cito ancora il RI, un Paese che è provato dalla pandemia, che è più povero, che è più vecchio nel senso che la quota di persone che sono entrate nella terza età continua ad aumentare, e dove c’è un progressivo impoverimento e una riduzione dell’influenza del ceto medio. Io concordo assolutamente con le valutazioni del RI nell’individuare il ceto medio per i valori di cultura e laboriosità come spina dorsale della democrazia. Del resto la libertà di discussione, che in Eurispes è una regola fondamentale, è un canone della democrazia.

L’Osservatorio si è dotato di un Segretario Generale, Simona Carosso, che saluto ed a cui cederò la parola subito dopo il mio intervento, e di un Comitato Scientifico. Un Comitato Scientifico ampio, e colgo questa volta l’occasione per ringraziare tutti i componenti per la passione e l’impegno con cui hanno partecipato. I temi che sono stati individuati nascono dal dibattito che vi è stato in questi mesi. Abbiamo scelto soprattutto temi che riguardano la banca e il mondo delle assicurazioni, abbiamo messo un po’ tra parentesi, per il momento, il tema finanza, ma l’Osservatorio si qualifica come Permanente, che non vuol dire che durerà in eterno ma che comunque opererà per più di un anno, per un arco temporale più lungo, il che significa che avremo tempo per occuparci di ciò a cui non abbiamo dato la priorità.

In parte i temi individuati sono temi che si riferiscono a problemi vecchi che però hanno ricevuto una maggior carica d’urgenza proprio dalla pandemia. Tra questi c’è il tema degli NPL (non performing loans) che è un problema risalente del sistema bancario non solo in Italia, ma certamente più in Italia che nel resto d’Europa, parzialmente risolto negli anni passati, ma che si è nuovamente aggravato per effetto della pandemia, e soprattutto desta preoccupazioni per le banche di minori dimensioni. Non si tratta, l’ha detto molto bene Claudia Bugno, soltanto dell’incidenza del fenomeno sui bilanci bancari ma direi, soprattutto, delle conseguenze che le scelte sulla gestione di questi crediti possano causare alle imprese, che sono le imprese debitrici.

È stato calcolato che vi sono decine di migliaia di imprese in crisi a causa del Covid. In parte queste imprese hanno beneficiato dei 150 miliardi di erogazione garantiti dallo Stato con il decreto liquidità ed i successivi provvedimenti. Un numero significativo di queste imprese, tuttavia, deve affrontare una ristrutturazione e noi sappiamo – il confronto con gli altri Paesi europei, da questo punto di vista, è assolutamente impietoso –  che i tempi delle trattative, nell’ambito di negoziazione informali o anche strutturate attraverso l’accesso a una procedura davanti a un giudice, sono più lunghi che nel resto d’Europa. Abbiamo una vera e propria intimazione da parte dell’Unione Europea ad aggiornare, a rivedere, a rendere efficiente la nostra disciplina concorsuale. Si calcola che la lentezza della giustizia incida per più di un punto di PIL. Occorre quindi intervenire subito. Su questi temi sta lavorando il Ministero della Giustizia.

Non entro maggiormente nei dettagli su questo argomento perché ne parleranno molto meglio di me Marcello Messori e Lorenzo Stanghellini. La ricerca è affidata al professor Luigi Murro e al dottor Salibba dell’Università Luiss Guido Carli, al Prof. Marco Di Pietro della Sapienza e al dottor Nicolo Usai dell’Università di Firenze. Ringrazio loro e ringrazio per questa collaborazione sia Marcello Messori sia Lorenzo Stanghellini che dirigono la ricerca rispettivamente sul fronte economico e sul fronte giuridico.

Vorrei darvi ancora, rapidamente, qualche indicazione sugli altri temi che l’Osservatorio si propone di indagare.  Un tema si riallaccia ancora ai problemi della giustizia, mi riferisco qui alla disciplina dei contratti bancari, al contenzioso che questa disciplina genera, ma abbiamo problemi in qualche misura analoghi anche nel settore assicurativo. L’arbitro bancario e finanziario si è dimostrato uno strumento efficiente ancorché dotato soltanto di potere di moral suasion. Vi è stato un dibattito in questi mesi sull’opportunità, contestata da molti, di rendere l’intervento dell’arbitro obbligatorio e la sua decisione vincolante. Ho l’impressione, ma è soltanto un’impressione che dovremo verificare con uno studio attento, che questo tipo di intervento rischi di snaturarlo o di privarlo delle ragioni del suo successo. Quel che è certo è che noi abbiamo un contenzioso imponente davanti ai giudici civili che riguarda la materia bancaria, si tratta prevalentemente di debitori che sollevano eccezioni sulla violazione della disciplina del rapporto banca cliente prevalentemente finalizzate a paralizzare l’azione di recupero della banca.  Qui c’è un tema fondamentale: la lentezza nei tempi di pagamento dei crediti che incide in misura rilevantissima sull’ efficienza di tutto il nostro sistema imprenditoriale.

Le procedure di mediazione su cui si è fatto molto affidamento, non sembrano aver inciso su questo settore. Dobbiamo trovare le ragioni, prima di poter suggerire le soluzioni.

In sede assicurativa il fenomeno in parte è analogo. L’arbitro assicurativo sta partendo, non è ancora operativo, l’augurio è che sia a regime entro breve e, quindi, non c’è che aspettare e vedere come funzionerà. Anche in questo caso c’è un contenzioso rilevante, che riguarda la materia della RC auto. Viene subito in mente il tema della responsabilità per danni da sinistro, ma occorre indagare anche sulle dinamiche contrattuali. La situazione rispetto ad anni precedenti è migliorata grazie alla miglior organizzazione che le imprese assicurative si sono date nel reprimere il fenomeno delle frodi, e grazie anche all’intervento di IVASS.

Rimane tuttavia un numero rilevante di cause davanti ai giudici civili che preoccupa, non tanto come numero assoluto visto che sono poco più di duecentomila, a fronte di 3 milioni di cause complessivamente pendenti in Italia. Preoccupa perché queste 200 mila cause sono concentrate prevalentemente in alcune regioni, Campania e Lazio, e sono prevalentemente davanti al giudice di pace, cioè al grado più basso della giurisdizione. Si tratta quindi di un fenomeno che in alcuni ambiti regionali è fenomeno di massa.

Il tema si coniuga con il più ampio problema delle frodi assicurative che non riguarda solo l’RC auto, ma investe anche profili della disciplina penale. Un’indagine a tutto campo può consentire, con la collaborazione di tutti i soggetti interessati, quindi anche della magistratura oltre che delle compagnie assicurative, di verificare se vi siano spazi per interventi sia di carattere legislativo sia organizzativo. E va aggiunto che non pare che queste frodi siano adeguatamente perseguite da parte delle compagnie di assicurazione e siano valutate come un fenomeno grave da parte dell’autorità giudiziaria.

La doverosa tutela del contraente debole, in sede assicurativa, comporta qualche criticità sul fronte della certezza dei rapporti giuridici. Il contenzioso sulla violazione delle norme di protezione del contraente debole e del principio di adeguatezza dell’informazione che deve essere fornita dall’intermediario, in ordine all’idoneità del prodotto assicurativo a soddisfare le esigenze del cliente, dà luogo a un contenzioso che assume anche profili di carattere opportunistico.

Una prospettiva più ampia che mi pare molto promettente, che è stata sino ad ora studiata assai poco, sono le nuove frontiere che si aprono nel mondo delle assicurazioni. La crisi pandemica ha posto il problema della copertura dei danni da Covid, non tanto dal punto di vista della responsabilità medica – quelli sono temi noti – quanto con riferimento alla crisi d’impresa. Vi sono state controversie, soprattutto negli Stati Uniti,  in cui si tenta di erodere il principio per cui questi danni non sono risarcibili.

Questo tipo di azione va anche coniugata con altri tipi di riflessione che partono dal dissesto del territorio e dagli eventi che periodicamente affliggono la nostra Italia, anche legati al mutamento del clima,  e al problema della copertura dei cosiddetti danni catastrofali. “Tradizionalmente” questi danni non sono oggetti di copertura assicurativa, ma vi sono studi che dimostrano che, se si mettesse in piedi una forma di copertura assicurativa obbligatoria o comunque incentivata, il costo per ogni singolo cittadino assicurato potrebbe essere contenuto, evidentemente con grandi vantaggi dal punto di vista del benessere collettivo.

Più in generale il prodotto assicurativo è oggetto di un progresso che deriva dalle spinte all’innovazione tecnologica e viene ad assumere un carattere incentivante con riferimento a obiettivi che tutti riteniamo socialmente rilevanti, come il miglioramento della salute o del clima. La copertura dei rischi, ad esempio, può essere legata a comportamenti virtuosi dell’assicurato che si sottopone a controlli medici gratuiti periodici  o che, se è impresa, intanto può beneficiare di una copertura in quanto gli impianti siano a norma e siano sottoposti regolarmente a controlli.

Vi sono poi profili di responsabilità penale sempre in relazione alla tutela dell’impresa e dei creditori dell’impresa –non voglio entrare nei dettagli perché il mio intervento sta durando troppo. Voglio però dire che intendiamo operare a tutto campo, quindi anche su profili di carattere penalistico.

Concludo ringraziando il Presidente Fara, Claudia Bugno, Simona Carosso, tutti i componenti del Comitato Scientifico e tutto l’Eurispes, e do la parola a Simona Carosso per la sua introduzione.

 

Simona Carosso, Segretario Generale dell’Osservatorio Eurispes su Banca, Finanza, Assicurazioni (OBAF):

Grazie Presidente, buongiorno a tutti, io prendo l’avvio da quanto già stato detto dal Segretario Generale Ricceri e che mi sembra importantissimo. Voglio soffermarmi, infatti, su quello che ritengo essere il tratto innovativo e specifico di questo progetto di ricerca, di quelli che lo seguiranno e, quindi, dell’attività in generale dell’OBAF. In primo luogo penso sia un progetto di grande qualità e non potrebbe essere altrimenti, considerata l’altissima autorevolezza dei componenti del Comitato Scientifico e il livello dei loro contributi. Sono già stati presentati i referenti scientifici e direttori del progetto: il Professor Messori ed il prof. Stanghellini, coadiuvati da questo gruppo di valenti giovani ricercatori. Si tratta di giovani brillanti – io credo che saranno le nuove leve della ricerca Italiana e non solo. Questo elemento però da solo non sarebbe sufficiente a contraddistinguere il progetto NPL dell’OBAF rispetto ad altri di pari livello nel contesto nazionale. Ritengo che quanto contraddistinguerà questo progetto e lo renderà innovativo e peculiare, è proprio il metodo di lavoro di cui parlava pocanzi il Segretario Generale Ricceri, ovvero il metodo dell’Istituto Eurispes. Si tratta di un metodo caratterizzato innanzitutto da grandissima libertà di pensiero, trasparenza ed imparzialità. Il secondo elemento che lo contraddistingue é il taglio multidisciplinare. L’obiettivo è, infatti, quello di affrontare le tematiche che via via verranno selezionate dal Comitato Scientifico con un confronto e un collegamento continuo tra persone che hanno una formazione e un background professionale differente. Questo approccio non solo arricchisce il dibattito ma riteniamo che consenta di affrontare le tematiche e i problemi tecnici con uno sguardo nuovo, non preconcetto, e quindi di cogliere quelle che sono le sollecitazioni, intuizioni e connessioni tra vari aspetti dei fenomeni oggetto di ricerca che potrebbero non essere di immediata evidenza. Come diceva prima il Segretario non bisogna rimanere all’interno del silos (per citare l’intervento del professor Padoan). Occorre uscire dal silos delle singole professionalità e cogliere da ognuna quello sguardo nuovo che potrà andare ad attingere nuovi aspetti dei fenomeni oggetto di ricerca. L’ultimo elemento, che credo sia estremamente importante in questa metodologia di lavoro, è la volontà di dialogo e di confronto anche con i mondi che costituiranno l’oggetto della nostra ricerca. Questi mondi non debbono fornire esclusivamente i dati e le informazioni – che sono evidentemente essenziali e imprescindibili per poter fare una analisi e svolgere una ricerca – ma riteniamo che sia essenziale l’ascolto di tutti i soggetti coinvolti, al fine di intercettare le tendenze del mercato, le esigenze e le necessità degli operatori e anche per riuscire a comprendere quali possono essere i reali effetti, non solo economici, ma anche sociali, dei fenomeni che intendiamo studiare. Credo sia proprio questo tratto peculiare che è tipico della metodologia dell’istituto Eurispes che ci condurrà ad avere dei risultati innovativi e di sicuro interesse, non soltanto per la comunità scientifica ma anche per gli operatori del settore. Mi unisco, infine, per non rubare altro tempo ai relatori, ai ringraziamenti al presidente Fara, alla dottoressa Bugno e a tutti i membri del Comitato scientifico per la loro grande disponibilità, per l’impegno e anche per l’entusiasmo con il quale hanno partecipato a tutte le nostre attività e incontri. Estendo i ringraziamenti a tutte le persone che via via abbiamo coinvolto nella nostra attività e contattato e che ci hanno risposto con estrema disponibilità, cortesia e, devo dire, con grande interesse per i progetti di ricerca. Ringrazio infine tutti i collaboratori dell’istituto per il loro validissimo aiuto e per la loro infinita pazienza rispetto alle nostre richieste e sollecitazioni. Grazie a voi per l’attenzione e lascio la parola ai relatori. Grazie.

 

Luciano Panzani: Grazie Simona, io volevo ancora ringraziare il professor Ricceri per le parole iniziali, perché ha collocato l’attività dell’Eurispes, e quindi anche dell’Osservatorio, in una prospettiva internazionale assicurando tutti che questa è anche la nostra intenzione. Passiamo ora al tema “Banche NPL ristrutturazione delle imprese”. Marcello Messori è senior fellow della Luiss school of European political economy, è uno studioso ben noto e conosciuto e, devo dire, gli sono particolarmente grato anche per l’estrema disponibilità che ha avuto fin dal principio e l’entusiasmo che ha mostrato in questa attività di ricerca, trovando il tempo, nonostante i numerosissimi impegni, anche per questo lavoro. Grazie Macello, la parola a te.

 

Marcello Messori, Senior Fellow della Luiss School of European Political Economy:

Innanzitutto ringrazio Luciano Panzani, in quanto presidente dell’Osservatorio, e in generale l’Eurispes per aver dato l’opportunità di affrontare questo tema. Un tema, quello dei non-performing loan (NPL), che è stato molto importante per il settore bancario italiano fra il 2013 e il 2016 e che, seppur in forme diverse, potrebbe ritornare a essere importante nel post-pandemia sia per l’evoluzione dello stesso settore bancario sia, più in generale, per lo sviluppo dell’economia del nostro paese. È già stato sottolineato nei precedenti interventi, e quindi io non lo ribadirò, il carattere interdisciplinare di questa ricerca. Aggiungo solo che la mia presentazione si somma a quella di Lorenzo Stanghellini; e le nostre due analisi saranno complementari e costituiranno due facce della stessa medaglia.

Non vorrei tediare troppo i partecipanti al nostro incontro, entrando nel merito degli aspetti tecnici della ricerca. E’ tuttavia inevitabile qualche considerazione di dettaglio per giustificare perché rimanga importante studiare i NPL per apprezzare i problemi che l’economia italiana dovrà fronteggiare nella fase post-pandemica. Tutti ricordiamo che, tra il 2011 e il 2016, il settore bancario italiano è stato caratterizzato da una forte e crescente incidenza di prestiti problematici nei propri bilanci. Se si calcolano i NPL al lordo degli accantonamenti e delle rettifiche di valore, il settore bancario italiano ha raggiunto punte di 360 miliardi di euro di crediti problematici che hanno pesato per poco meno del 20% sul totale dei prestiti bancari. In particolare, questi tetti sono stati toccati fra la fine del 2015 e l’inizio del 2016. Per avere un termine di paragone, basti considerare che nell’insieme della Ue il livello massimo di incidenza dei NPL sul totale dei prestiti non ha raggiunto l’8%. Il problema dei NPL è stato, quindi, un problema peculiare del settore bancario italiano (e di altri settori bancari di paesi europei fragili quali Grecia, Cipro, Portogallo), pur se nell’ambito di una tendenza più generale alla crescita delle insolvenze a seguito della crisi finanziaria internazionale e della specificità della crisi europea. Va peraltro sottolineato che, anche andando al di là delle attese, lo smaltimento di questi prestiti problematici è stato molto rapido in Italia. Fra la fine del 2016 e il 2019, il settore bancario italiano nel suo complesso è riuscito a smaltire molto più della metà l’incidenza dei suoi non-performing loan. Se ci si concentra sulla parte più significativa dei gruppi bancari italiani, la riduzione dei NPL nei bilanci bancari ha riguardato circa i due terzi del totale.

A fronte di tale evidenza empirica, è importante capire come sia stato possibile realizzare un simile processo, quali ne siano stati gli impatti e come il settore bancario italiano sia riuscito a gestire questi impatti. In proposito, ricordo pochi dati. Nei bilanci delle banche italiane, i prestiti problematici erano in media iscritti a valori che risultavano molto superiori a quelli a cui questi stessi prestiti avrebbero potuto essere ceduti sul mercato. Se si fa riferimento al cosiddetto valore netto dei prestiti problematici, e quindi al loro valore depurato dagli accantonamenti e dalle rettifiche di valore, non si è lontani dalla realtà affermando che – in media – il valore di bilancio dei NPL era pari alla metà o a poco meno della metà del loro valore nominale. Anche se è difficile definire un prezzo medio di mercato riguardo alle varie forme di dismissione dei NPL (ivi comprese le vere e proprie cartolarizzazioni), si ha evidenza che molti gruppi bancari italiani importanti e varie banche italiane in difficoltà hanno dismesso mediante rapporti bilaterali o hanno collocato sul mercato i loro prestiti problematici a un prezzo medio inferiore al 20% del loro valore nominale. Ci saremmo, dunque, dovuti aspettare forti difficoltà da parte delle banche italiani nello smaltimento dei loro prestiti problematici – cosa che, come ho appena detto, non si è verificata. In alternativa, ci saremmo dovuti aspettare che il rapido assorbimento di tale abnorme ammontare di prestiti problematici pesasse negativamente sul grado di patrimonializzazione delle banche italiane; patrimonializzazione che, vi ricordo, all’uscita dalla crisi finanziaria internazionale e della crisi europea rispettava in media i requisiti patrimoniali europei ma si attestava molto al di sotto di quella media dell’area dell’euro. Viceversa, non si è verificato neppure questo problema: tra la fine del 2016 e la fine del 2019, il settore bancario italiano ha assorbito molto rapidamente lo stock di crediti problematici e, al contempo, è riuscito a farlo evitando di pagare un prezzo in termini di capitalizzazione. Anzi, se si utilizza un indicatore di capitalizzazione molto noto (il Core Tier 1), il rapporto è passato da circa il 7% a circa il 14% fra il 2008 e il 2019. Tale rapporto è, quindi, raddoppiato.

Questo insieme di buone notizie potrebbe mettere in dubbio la rilevanza della nostra ricerca. Perché studiare ancora i non performing loan, dal momento che il settore bancario italiano è riuscito a riassorbire rapidamente la propria eccedenza? Oggi, l’incidenza dei crediti problematici lordi sui prestiti totali delle banche italiane ha ancora un peso maggiore che nella media europea, ma si sta avvicinando alla soglia fissata dalle raccomandazioni europee: il 5%. Per giunta, se si esclude il sottoinsieme delle banche italiane più problematiche o se si fa riferimento ai NPL netti, il dato italiano si allinea – grosso modo – alla media europea. Infine, le banche italiane hanno realizzato tale risultato rafforzando la propria patrimonializzazione.

In realtà, le molte buone notizie non devono nascondere il fatto che, oggi, non si è in grado di dare risposte analitiche a due questioni: l’individuazione in dettaglio dei meccanismi che hanno consentito un così rapido processo di smaltimento dei crediti problematici in Italia; le modalità di aumento dei requisiti patrimoniali, dal momento che la profittabilità del settore bancario italiano si è attestata al di sotto del costo del capitale. Come ha ricordato Luciano Panzani, l’Osservatorio non può coprire l’insieme dei problemi propri al settore bancario italiano; quindi, il gruppo di ricerca non intende affrontare – almeno per il momento – la seconda questione, ma concentrare l’attenzione sul primo interrogativo. Un esame anche frettoloso delle evidenze empiriche, di cui si dispone riguardo al processo di smaltimento dei prestiti bancari problematici, fa emergere che le informazioni sono così limitate e contraddittorie da giustificare uno sforzo di ricerca.

Una prima evidenza empirica è che, in Italia, il settore bancario è riuscito ad ampliare un mercato delle cartolarizzazioni che, all’inizio, si caratterizzava per una struttura oligopolistica dal lato della domanda di NPL, o addirittura come una sorta di monopsonio. L’intuizione è che tale struttura di mercato sia stata una delle cause dei bassi prezzi medi di domanda per i crediti problematici cartolarizzati. Tuttavia, poco sappiamo circa la variabilità dei prezzi di mercato corrispondenti alle diverse tipologie di NPL che sono stati suddivisi in tranche e cartolarizzati. Altrettanto poco sappiamo sull’effettivo peso delle cartolarizzazioni rispetto ad altre forme di dismissione dei NPL. E’ noto che vari gruppi bancari italiani hanno effettuato cessioni di NPL al di fuori del mercato oppure hanno costruito ad hoc veicoli specializzati. E’ anche noto che altri gruppi bancari italiani hanno partecipato alla proprietà di veicoli specializzati esistenti anche al fine di collocare una parte del loro stock di crediti problematici. Il peso di ognuna di tali cessioni e i prezzi, a cui sono avvenute, risultano tuttavia ignoti. Inoltre, si sono rafforzati servicer a proprietà pubblica (Amco) o si sono costruiti meccanismi di sussidio interni al settore bancario (Fondi Atlante). Il risultato è che non vi è evidenza empirica su come si siano strutturate le tranche di NPL e come si siano determinati i relativi prezzi.

Una seconda evidenza empirica solo parziale riguarda gli incentivi pubblici. Pier Carlo Padoan, che allora era Ministro dell’Economia e delle Finanze, ha ovviamente molto più  titolo di me per esaminare il ruolo svolto dalle garanzie sulle tranche meno rischiose (quelle senior) dei crediti problematici: le cosiddette Gacs. Per quanto riguarda la ricerca, basti notare che non vi è adeguata evidenza empirica circa l’effettivo impatto delle Gacs sia nel facilitare le dismissioni sia nel modificare i prezzi di mercato e il peso delle tranche non garantite (quelle mezzanine e junior) rispetto a quelle garantite. Per esempio, sarebbe importante verificare se vi siano stati effetti distorsivi su tali prezzi e pesi.

Questi due esempi sono sufficienti per far emergere il problema generale della ricerca. Le evidenze empiriche disponibili non permettono di ricostruire, con sufficiente dettaglio, le varie componenti dei processi di dismissione dei NPL da parte del settore bancario italiano. Tanto meno tali evidenze permettono di cogliere le specifiche strategie, seguite dalle diverse tipologie di banche e dalle diverse tipologie di potenziali acquirenti, le determinanti dei vari prezzi e le allocazione caratterizzanti le varie tipologie di crediti problematici. Questi ultimi aspetti sono particolarmente rilevanti in quanto, come è ben noto, i crediti problematici non sono trattabili, neppure in prima approssimazione, come un insieme omogeneo. Per esempio, come è già stato ricordato da Claudia Bugno, le sofferenze in senso proprio e i prestiti “unlikely to pay“ (UTP) sono parte dei NPL; eppure, queste due componenti hanno caratteristiche eterogenee e le loro dismissioni hanno impatti economici molto diversi. E considerazioni analoghe possono essere ripetute con riguardo alle diverse tipologie di servicer e alla composizione dei loro portafogli.

Per ricostruire in modo analitico il processo di dismissione dei NPL messo in atto dal settore bancario italiano e per valutarne l’effettivo impatto in termini di bilanci bancari e di attività delle imprese mutuatarie, sarebbe necessario entrare nel merito di tutti i problemi sopra enunciati. Tale obiettivo non è, però, realizzabile in mancanza di adeguati flussi informativi. Ciò vale, soprattutto, per il legame fra trattamento dei NPL (e, in particolare, degli UTP) e andamento delle relative imprese mutuatarie. Queste ultime tendono a essere molto vulnerabili rispetto alla gestione dei NPL e, in particolare, degli UTP. Pertanto, un aspetto essenziale della ricerca dovrebbe mirare all’esame del seguente problema: sotto quali condizioni le modalità di cessione dei NPL e il funzionamento del mercato delle cartolarizzazioni influiscono sul buon esito di processi di salvataggio e di ristrutturazione delle imprese problematiche che sono in difficoltà ma che hanno ancora un potenziale di crescita?

Concludo l’intervento sottolineando che gli interrogativi formulati non hanno un mero interesse di ricerca accademica e non portano a investigare la realtà del settore bancario italiano attraverso uno specchietto retrovisore che impedisce di volgere lo sguardo al futuro. Tali interrogativi possono essere, viceversa, estremamente rilevanti rispetto alle scelte future di politica economica per almeno due ragioni.

La prima ragione è che il post-pandemia (2022) porterà a un sensibile aumento nell’incidenza dei NPL e – in particolare, degli UTP – nei bilanci bancari italiani. Se l’Italia sarà in grado di ricollocarsi su un sentiero di sviluppo sostenibile, tale aumento non porterà ai picchi raggiunti nel 2015-2016; inoltre, grazie alla loro maggiore capitalizzazione, le banche italiane saranno in grado di meglio gestire i crediti problematici. Resta però il fatto che la bassa profittabilità attuale rende il nostro settore bancario vulnerabile a ogni variabile che ne appesantisca i bilanci. Sarebbe, pertanto, assai utile comprendere in modo più approfondito come sia stato possibile smaltire in modo efficace l’accumularsi di NPL fra il 2016 e il 2019. La seconda ragione è ancora più sostanziale. La modalità di gestione dei NPL (vecchi e nuovi) è rilevante rispetto alle probabilità di ristrutturazioni di successo delle relative imprese mutuatarie che hanno margini potenziali di ripresa. Pertanto, comprendere le recenti ma passate dismissioni facilita l’individuazione e il superamento di quegli aspetti problematici che hanno ostacolato le ristrutturazioni di impresa. Ciò è tanto più vero in un quadro, in cui la crescita delle imprese italiane necessiterà di un forte sostegno finanziario non limitato al credito bancario ma anche – se non soprattutto – incentrato sul reperimento di capitale e di ‘crediti di mercato’.

Chiudo l’intervento e passo la parola a Lorenzo Stanghellini ribadendo che un insieme di fattori economico-istituzionali, inerenti al settore bancario italiano, rende molto utile capire nel dettaglio analitico come sia avvenuta la gestione dei crediti problematici nel recente passato. Ciò offrirebbe indicazioni di policy e faciliterebbe il disegno di appropriati incentivi affinché il settore bancario possa essere un attore positivo dello sviluppo economico post pandemico del nostro Paese.

 

Luciano Panzani: Vorrei introdurre ora Lorenzo Stanghellini, Professore Ordinario di Diritto commerciale all’Università di Firenze, autore di ricerche e monografie molto importanti, che hanno segnato lo sviluppo della dottrina concorsuale in Italia. Più volte componente delle commissioni di riforma, da ultimo, è stato tra gli esperti che hanno partecipato al lavoro di redazione della Direttiva della Commissione europea del 20 giugno 2019 (c.d. Direttiva Insolvency). È componente della Commissione presieduta da Ilaria Pagni, incaricata dalla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, di aggiornare il Codice della crisi nella nostra legislazione. Il Professor Stanghellini segue la parte giuridica della ricerca. Ringraziandolo per la sua partecipazione e l’entusiasmo che, come sempre, dimostra, gli lascio la parola.

 

Lorenzo Stanghellini, Ordinario di Diritto commerciale, Università di Firenze:

L’importanza di un’integrazione tra la parte giuridica e la parte economica credo sia evidente a tutti, in una materia così densa di implicazioni sotto molteplici profili. Innanzitutto, la ricerca prende le mosse dal momento in cui l’esposizione viene rilevata come deteriorata dalla banca: cioè dal momento in cui la banca accende un “faro” – che può essere solo interno o invece, in casi di sofferenze più marcate, anche con rilevanza esterna mediante segnalazione alla Centrale dei rischi della Banca d’Italia – in conseguenza del rilevamento di un’anomalia.

I criteri sulla base dei quali la banca compie tale rilevazione sono, ormai, armonizzati a livello europeo sulla base di standard tecnici dell’EBA, e sono disegnati per rendere oggettiva la rilevazione e rendere complicata un’eventuale operazione di occultamento della gravità della situazione. Naturalmente, i criteri riguardano sia la rilevazione di sofferenze, sia la rilevazione di “inadempienze probabili” (“UTP”), per le quali la discrezionalità nel giudizio della banca è più consistente. Il momento di passaggio di un’esposizione da “in bonis” a deteriorata non può essere messo, in questa sede, in discussione; tale momento, tuttavia, apre una serie di interrogativi riconducibili, principalmente, a due temi.

Il primo tema riguarda come la banca tratta le esposizioni deteriorate: lo fa mediante un’operazione di gestione all’interno, mediante un mandato conferito a un soggetto specializzato o, infine, mediante la cessione della posizione a un terzo che assume la titolarità economica dell’esposizione ceduta?

Vi sono, fra queste alternative, rilevanti differenze: nell’ipotesi di un mandato da parte della banca, in cui la banca rimane titolare dell’esposizione deteriorata, si assiste ad un’esternalizzazione di una funzione operativa importante, che responsabilizza la banca sui risultati dell’attività del servicer e richiede, conseguentemente, attenzione da parte della banca nella scelta di questo, sotto il profilo dell’adeguatezza delle procedure seguite, del  rispetto delle tempistiche e, più in generale, delle performance attese.

Nell’ipotesi di cessione dell’esposizione da parte della banca, invece, quest’ultima perde interesse rispetto alle sorti di quanto oggetto di cessione, in quanto l’interesse è quasi esclusivamente quello a percepire il massimo prezzo ottenibile.

L’attenzione del nostro gruppo di ricerca verte sulle modalità con cui il portafoglio viene gestito e sulla capacità del credit servicer di estrarre valore dal portafoglio. Le due modalità portano a risultati diversi; in entrambi i casi, la gestione attraverso un soggetto specializzato può creare economie di scala. Ad esempio, se una banca è titolare di un’esposizione verso un armatore, quest’ultima potrebbe avere notevoli difficoltà a comprendere il settore. Diversamente, un credit servicer che abbia raccolto le esposizioni di più soggetti verso numerosi armatori potrà creare al suo interno competenze che possono consentire di valutare meglio non soltanto le prospettive di un recupero passivo, ma anche le modalità attive di gestione delle posizioni attraverso un intervento nella loro ristrutturazione. Il credit servicer potrebbe essere più propenso a servirsi di professionalità esterne che affianchino i suoi dipendenti nell’adozione di scelte critiche in relazione a specifici settori imprenditoriali o in relazione a decisioni con elevato grado di specializzazione.

Quando si tratta invece di cessione l’effetto, dal punto di vista della banca, è, solo in questo caso, quello di un alleggerimento dell’attivo della banca tramite la depurazione di quest’ultimo dalle esposizioni deteriorate che, come è noto, hanno un notevole peso sotto vari aspetti. Così descritta, parrebbe una situazione in cui sono tutti vincitori: (i) le banche quando decidono di alleggerire il bilancio o quando scelgono di affidare la gestione a un soggetto specializzato che massimizza il recupero, (ii) lo stesso soggetto specializzato se ne è anche cessionario e, infine, (iii) il sistema in quanto viene massimizzato il valore del credito deteriorato. Tuttavia, non è esattamente così. Si apre, quindi, uno spazio per una ricerca anche sotto questi profili. Una delle premesse che ci sentiamo di fare è che le massicce operazioni sul credito deteriorato hanno interessato in modo crescente – a partire dalla risoluzione delle quattro banche nel novembre del 2015 e la conseguente separazione delle good banks dalle bad banks e a seguire poi con la crisi delle banche venete – anche portafogli di UTP, cioè portafogli di esposizioni deteriorate che, tuttavia, sono ancora “vive” (a differenza delle sofferenze, che vedono soltanto un rapporto bilaterale di debito-credito fra banca, o cessionario, e impresa).

Il fatto che le esposizioni deteriorate ancora vive siano oggetto di cessioni crea un problema rilevante in quanto le modalità di gestione di quel rapporto possono avere impatto, non soltanto sulle percentuali di recupero dal punto di vista del titolare dell’interesse economico, ma anche dal punto di vista dell’impresa, la quale vorrebbe proseguire la propria attività, magari a seguito di una ristrutturazione, e ha perciò bisogno di trovare un interlocutore adeguato.

Vi sono dunque conseguenze in quattro direzioni, cui corrispondono altrettante domande di ricerca. La prima conseguenza è che la situazione della banca incide sulla scelta delle modalità concrete di gestione. In sostanza, la scelta può risentire della necessità di liberare la banca dalle esposizioni deteriorate, e dunque una banca con ratios patrimoniali più solidi è più libera di scegliere modalità di gestione del portafoglio che ne massimizzino i valori. Quindi, è possibile aspettarsi che a ratios patrimoniali migliori corrisponda una quantità minore di cessioni, un mantenimento dell’interesse economico nella posizione ceduta e una maggiore attenzione alla gestione da parte del credit servicer. Potrebbe dunque essere verificato se la pressione per la cessione dei portafogli di esposizioni deteriorate possa aver prodotto non soltanto prezzi più bassi di quelli che si sarebbero prodotti in mancanza di un’adeguata pressione, ma che le esposizioni deteriorate siano state cedute a soggetti che avendo pagato poco non valorizzano adeguatamente le esposizioni acquistate.

Questo discorso ci porta al secondo punto: nella misura in cui, fra le esposizioni deteriorate, siano coinvolti anche UTP, cioè rapporti vivi, la situazione appena descritta diventa un problema anche delle imprese. Queste ultime, infatti, di fronte a un interlocutore che ha pagato poco l’esposizione potrebbero non trovare interlocutori adeguati nel momento in cui tentano di ristrutturarsi e di uscire da un situazione di crisi che le ha investite ma non ne ha determinato, ancora, il fallimento.

Il terzo versante della ricerca verte sulla regolamentazione dal lato delle banche. Da una prima analisi da me condotta nel 2018 è emerso che le regole prudenziali – che hanno senz’altro motivazioni solide – creano, tuttavia, significative rigidità nella gestione e nella ristrutturazione dei crediti deteriorati, e, soprattutto, degli UTP. È molto complicato concedere nuova finanza interinale, cioè una finanza di emergenza, che tenga in vita l’impresa nel tempo in cui perfeziona uno strumento di ristrutturazione: se l’interlocutore è disattento o non ha la possibilità tecnica o giuridica di concedere nuova finanza, siamo in presenza di un problema. C’è un altro versante che riguarda la regolamentazione bancaria: l’effettuazione di concessioni, le cosiddette forbearance, creano una difficoltà non soltanto nel momento in cui devono essere effettuate ma, altresì, irrigidiscono il rapporto dopo che sono state effettuate. In sostanza, un’esposizione resta deteriorata e oggetto di concessioni, per un tempo abbastanza significativo, e questo fatto impedisce il ritorno alla gestione ordinaria, anche in presenza di un accordo di ristrutturazione omologato dal giudice, per un periodo che può essere critico per l’impresa. I problemi si amplificano nel caso di cessione a veicoli di cartolarizzazione che hanno difficoltà a gestire rapporti vivi; se così fosse, imprese ancora recuperabili potrebbero trovarsi prive di interlocutori con cui procedere a una ristrutturazione.

Un ultimo problema è quello di regolamentazione dal lato delle imprese, anche questo tema sarà oggetto di analisi. Le regole concorsuali – regole in materia di concordato preventivo, di accordo di ristrutturazione, persino di piani di risanamento, che sono il confine ultimo di un’impresa in difficoltà ma diretta verso un risanamento  – sono disegnate per interlocutori attivi, attenti e competenti: esse presuppongono in sostanza che i creditori bancari, finanziari (le banche o coloro che a queste succedono nella gestione del credito deteriorato) prestino attenzione alle domande di ristrutturazione delle imprese. L’accordo di ristrutturazione si basa sul consenso espresso della maggioranza dei creditori o di tutti i creditori. Il concordato preventivo presuppone il voto espresso della maggioranza dei creditori. Se questa attenzione da parte dei creditori non c’è è possibile che un’impresa meritevole di ristrutturazione finisca per essere “condannata”. Dunque, dal punto di vista della regolamentazione, l’ipotesi di ricerca è che occorra forse pensare a regole diverse, che facciano maggior affidamento su automatismi: ovvero che, senza spogliare i creditori del diritto di esprimersi, possano fare a meno del consenso espresso di tali soggetti, al fine appunto di consentire processi di ristrutturazione in tempi compatibili con la realtà delle imprese.

Occorre, forse, anche responsabilizzare le banche e i mandatari e cessionari dei crediti rispetto alla necessità di dotarsi di una struttura organizzativa adeguata a consentire risposte tempestive alle domande di ristrutturazione delle imprese, con un dovere non tanto di acconsentire alla ristrutturazione, ma di partecipare attivamente alla ristrutturazione. Infine, occorre forse immaginare regole che consentano di ridurre le asimmetrie informative tra impresa in difficoltà e creditore: la negoziazione avviene sempre all’ombra della legge ma, soprattutto, all’ombra di una grandissima asimmetria informativa. L’impresa in crisi ha più informazioni sul valore del proprio patrimonio e spesso si approccia alla crisi con eccessivo ottimismo; i creditori, invece, non sono in possesso delle stesse informazioni e sono, giustamente, scettici. è immaginabile che, in una situazione di emergenza come quella che ci attende, sia necessario identificare luoghi dove esperti indipendenti – non con un atteggiamento poliziesco o da commissario giudiziale – aiutino le imprese e i creditori a trovare un accordo.

 

Luciano Panzani: Grazie Professore. Lascio la parola a Pier Carlo Padoan, che ha ricoperto tantissimi incarichi e ruoli, come quello all’OCSE, al Ministero dell’Economia e, oggi, alla presidenza di Unicredit, un grande Istituto bancario italiano. Non necessita di altre presentazioni e gli siamo particolarmente grati per aver trovato modo di dedicarci una parte del suo tempo.

 

Pier Carlo Padoan, Presidente di Unicredit:

Grazie a voi per questo gradito invito. Mi sono state affidate le conclusioni di questo interessante webinar ma, dal momento che si tratta di un dibattito relativo ad un progetto di ricerca che sta per nascere, e che reputo estremamente importante, preferisco non farle e approfittarne piuttosto per qualche riflessione disordinata sul tema che, giustamente, il mio amico Marcello Messori ha deciso di non toccare, e cioè: dove siamo oggi pensando agli anni 2020, 2021, 2022. Perché faccio questa riflessione? Perché conscio di tutte le difficoltà nel trattare una situazione di transizione – dal momento che siamo in una fase di profonda evoluzione, da una crisi pandemica ad una crescita diversa dal passato – in questa fase è importante che tutti gli attori diano il massimo in efficienza, anche il settore bancario. È utile ricordare qualche numero, relativo a dove si trova oggi il settore bancario che sta attraversando una fase complessa. Negli ultimi anni, passata la fase più acuta della crisi finanziaria, le banche italiane hanno portato avanti significative azioni di riduzione dei crediti deteriorati, attraverso operazioni di cessioni degli attivi. Negli ultimi cinque anni le banche hanno più che dimezzato lo stock totale di non-performing exposure, passando da 341 miliardi di euro nel 2015 a 115 miliardi nel 2020. Lasciatemi dire che Unicredit ha giocato un ruolo attivo e di primo piano nella riduzione di NPL, registrando fra il 2015 e il 2020 una riduzione dei crediti deteriorati pari a circa 60 miliardi di euro. Anche altri istituti bancari hanno poi seguito questa strada e nel corso del 2020, a livello di sistema, si sono registrate massicce operazioni di dismissioni di NPL, per un importo superiore a 13 mld limitandoci alle principali banche. Il sistema bancario italiano è uscito rafforzato dalla fase appena descritta grazie ad un consistente deleveraging realizzato negli ultimi anni e ad un eccellente know-how acquisito in materia, molto utile nel momento in cui si dovrà affrontare, nel prossimo futuro, una serie di importanti sfide, derivanti dagli effetti della pandemia, ma anche dall’impatto delle nuove regolamentazioni introdotte a livello europeo, come per esempio la nuova definition of default o il calendar provisioning. In effetti, questi elementi hanno rimescolato le aspettative circa l’evoluzione che gli NPL nel medio termine prenderanno nel sistema bancario italiano. Ricordo, tra l’altro, che grazie alle moratorie creditizie e alle misure di garanzia pubblica messe in atto dal Governo nel 2020 i portafogli di crediti deteriorati sono rimasti congelati, posticipando gli effetti della pandemia sui nuovi flussi di NPL e le eventuali variazioni delle classificazioni dei crediti deteriorati. Le misure di mitigazione governativa dovrebbero terminare nell’anno in corso pertanto, nel biennio 2021-2022, si stima un nuovo flusso di circa 80 miliardi di crediti che passeranno da crediti in bonis a crediti deteriorati. All’interno dei crediti deteriorati circa 55 miliardi sono attesi passare, nello stesso biennio, dalla categoria unlikely to pay a bad loans. Alcune stime indicano un aumento atteso dello stock di NPE, a livello di sistema italiano, da 115 miliardi nel 2020, a 129 nel 2021, fino a 149 miliardi nel 2022, e un relativo peggioramento degli indicatori creditizi. In altri termini, malgrado il miglioramento degli anni passati, una ipotesi che offro in questa sede come spunto di discussione è che ci si debba attendere un progressivo deterioramento della situazione. Questo si può evincere anche dalle proiezioni di alcuni coefficienti che indicano il grado di deterioramento, il tasso di deterioramento (posizioni migrate da performing a NPE): dovrebbe salire dall’1,1% del 2020 al 2,6% del 2021, al 3% nel 2022. Le posizioni migrate da unlikely to pay a bad loans passerebbero dal 21,1 del 2020, al 43,8 del 2021, al 38,1 del 2022. L’incidenza del non-performing exposure sui crediti totali passerebbe dal 4,1% del 2020, a circa il 7% del 2021 e all’8% nel 2022. Per effetto della situazione economica che si è deteriorata molto negli anni passati (e solo adesso sta migliorando), per via dell’effetto ritardato che noi sappiamo valere nella maggior parte dei casi tra andamento del ciclo economico e andamento delle sofferenze, tutto ciò si traduce in un peggioramento generale della situazione, come viene mostrato dalle attese degli indicatori creditizi. Su questo quadro si innesca un effetto delle nuove regolamentazioni che i regolatori europei hanno deciso di introdurre – e sembra che si proseguirà in questa direzione – malgrado la situazione di crisi. Se in Europa siamo riusciti a sospendere il Patto di Stabilità, ad introdurre il Next Generation EU, ad indebolire la disciplina sugli aiuti di Stato, dal punto di vista della regolazione bancaria, invece, la direzione di marcia è stata quella di procedere come se non ci fosse stata una crisi. Dobbiamo attenderci due fonti di regolamentazione, cambiamento delle regolamentazioni degli impatti sulla situazione. La nuova definition of default, adottata dalla maggior parte delle banche italiane fra 2020 e 2021, comporterà un aumento tecnico dello stock di NPE a causa della semplice applicazione dei nuovi criteri. Il calendar provisioning potrebbe comportare un aumento dei requisiti patrimoniali per le banche sfasato rispetto ai tempi delle procedure giudiziarie italiane e che sono causa dell’elevata durata media delle posizioni classificate come NPE. Anche per questo fatto, quasi meccanico, ci sarà un deterioramento delle posizioni. Dobbiamo allora essere preoccupati? La mia risposta è che dobbiamo essere preoccupati in parte. Grazie alla forte riduzione di stock di NPE registrata dalle banche italiane nel recente passato l’impatto dell’applicazione del calendar provisioning, per esempio, sullo stock di NPE potrebbe essere moderato, in quanto i portafogli di NPE in futuro saranno costituiti soprattutto da nuove posizioni, le cui classificazioni saranno più coerenti con i nuovi requisiti regolamentari. Quindi questo effetto di impatto banalmente si andrà affievolendo, ma intanto sta arrivando. Malgrado gli effetti del Covid, che si riflettono negli indicatori di deterioramento, e le nuove normative, le aspettative del sistema bancario, almeno per quanto risulta a noi, sono migliori rispetto ai valori raggiunti nel 2013, quando il deterioration rate raggiunse il 4,5 e il danger rate raggiunse il 44,2, quindi valori superiori a quelli che citavo prima. Ma se la situazione rimane problematica – e soprattutto richiede un monitoraggio in questa fase di transizione – che cosa bisogna fare? Il messaggio che vorrei condividere è che grazie al miglioramento della qualità dell’attivo ci sarà un sistema creditizio in grado di affrontare lo scenario post pandemico da una posizione di forza. Inoltre, non dimentichiamoci che le banche, rispetto al passato, hanno imparato a gestire meglio i grandi stock di NPE e il mercato stesso appare maggiormente attrezzato a far fronte a ondate di crediti in sofferenza, forte di una profondità che in passato non c’era. Rispetto alla situazione prevalente negli anni della crisi della metà del decennio passato il mercato di posizioni deteriorate in Italia ha imparato ad essere più ampio, più liquido e più efficiente. Guardando avanti, però, occorre – per affrontare in misura efficace l’aumento dei crediti deteriorate – che le banche si attrezzino almeno da due punti di vista. In primo luogo migliorare la capacità di identificare precocemente i segnali di deterioramento del credito, i clienti e i settori più rischiosi. Un ruolo importante lo svolge la tecnologia, e va sfruttata al meglio. Questo obiettivo, infatti, potrà essere raggiunto attraverso lo sviluppo di score system sempre più efficienti, grazie all’applicazione delle tecniche di machine learning che consentono più efficacemente di preservare i clienti in bonis da quelli destinati a finire nelle classificazioni più rischiose. Qui c’è una opportunità ma anche una necessità di investimenti in tecnologie che sono molto costose, ma che potranno non solo migliorare l’efficienza delle banche nell’allocazione, ma anche aumentare la resilienza dei sistemi bancari. In secondo luogo le banche dovranno migliorare la loro capacità di scelta di ottimizzazione della performance scegliendo, di volta in volta, le strategie più appropriate, che sono diversificate. Si tratterà di migliorare i meccanismi che portano all’analisi dei portafogli di credito deteriorato sia in termini di assorbimento di capitale sia in termini di impatto sul costo economico. L’economia italiana e quella europea con sincronia sono in una fase di passaggio: da quella di gestione della crisi violentissima innescata dal Covid, ad una in cui la politica economica può dedicarsi a temi legati alla crescita, della quale il PNRR è un elemento fondamentale. In questo quadro, il sistema bancario dovrà svolgere un ruolo molto importante di allocazione delle risorse, sia pubbliche – attraverso meccanismi di garanzia collegati a prospettive di lungo termine – sia private – verso i settori da cui ci si aspetta una maggiore crescita, quelli delle nuove tecnologie, ma anche quelli della sostenibilità ambientale e sociale. In questo quadro ci si deve attendere un miglioramento del ciclo economico, e già lo vediamo dalla crescita prevista per l’anno prossimo e per quello successivo, anche se probabilmente si tratta di una crescita legata al cosiddetto “effetto di rimbalzo”. L’esperienza passata ci dice che con la crescita che migliora, con il ciclo che si rafforza, l’incidenza degli NPL si riduce. Quindi, nel futuro, al di là del fatto che ci saranno problemi di riclassificazione, una volta che le operazioni di sostegno di breve termine saranno sottratte dal sistema, ci si deve attendere un miglioramento generalizzato della capacità di resilienza nella gestione della crisi. Mettendo insieme queste cose, anche se le mie osservazioni sono necessariamente legate ad un elevato grado di incertezza, il messaggio è che, grazie alla crisi passata, stiamo imparando a gestire una possibile crisi futura, con vari strumenti e con vari atteggiamenti. Spero che questo possa essere un aspetto che il nuovo progetto di ricerca tenga in considerazione. Grazie della vostra attenzione.

Luciano Panzani: Grazie Professore per queste parole di speranza. Mi auguro che valgano anche per i risultati del nostro progetto di ricerca.

 

 

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