Omicidi, l’Italia ai minimi europei. Un primato costruito in trent’anni, ma la criminalità organizzata ha trovato altri modi per esprimersi

NOTA DI APPROFONDIMENTO

Omicidi, l’Italia ai minimi europei. Un primato costruito in trent’anni, ma la criminalità organizzata ha trovato altri modi per esprimersi

 

Non sempre le statistiche posizionano l’Italia agli ultimi posti. È il caso del tasso standardizzato di mortalità per omicidio, l’indicatore che l’Unione europea utilizza per monitorare, nell’ambito dell’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030 dedicato a pace, giustizia e Istituzioni solide, la manifestazione più estrema dell’insicurezza personale. Nel 2023, il tasso italiano si attestava a 0,4 decessi ogni 100.000 abitanti, contro una media dell’Unione di quasi 0,7; un valore che colloca il nostro Paese insieme a Germania e Malta, nel gruppo con la minore mortalità per omicidio dell’intera Unione. La distanza diventa ancora più evidente se il confronto si sposta sui Paesi con i valori più elevati, dall’1,1 di Svezia, Estonia e Lussemburgo fino all’1,5 della Lituania e all’1,7 della Lettonia.

La standardizzazione del tasso per età fa cadere l’argomento spesso evocato, secondo cui il basso valore italiano dipende semplicemente dalla struttura demografica del Paese che, con la popolazione più anziana d’Europa avrebbe meno giovani uomini, cioè la fascia in cui si concentrano vittime e autori di omicidio.

La fotografia regionale rende il risultato ancora più evidente. Dei venti territori italiani per i quali il dato Eurostat del 2023 è disponibile, diciassette presentano un valore inferiore alla media europea (0,65), l’Abruzzo si colloca esattamente sul valore medio, mentre lo superano soltanto la Valle d’Aosta (0,68) e la Sardegna (0,86).

Questo trend è confermato anche dalle statistiche nazionali, seppur costruite con un metodo diverso[1]: secondo i dati delle Forze di polizia elaborati dall’Istat, nel 2023, il tasso grezzo di omicidi volontari era in Italia di 0,57 ogni 100.000 abitanti a fronte di una media europea di 0,91. Si tratta del valore più basso tra i 26 Paesi dell’Unione con dati disponibili, insieme alla Slovenia e preceduto soltanto da Malta.

È un primato che raramente conquista le prime pagine e che pure racconta molto del Paese, perché non è un dato acquisito, ma il punto d’arrivo di una trasformazione profonda.

La grande inversione degli anni Novanta

Per comprendere questo risultato occorre guardare indietro, a quando l’Italia era un Paese tutt’altro che sicuro sotto questo profilo. La ricostruzione storica pubblicata dall’Istat mostra che tra il 1891 e il 1895 si contavano in media quasi 2.000 omicidi l’anno (5,9 ogni 100.000 abitanti) mentre nel periodo 2020-2024 si è scesi a poco più di 300 casi annui; meno di 0,6 ogni 100.000. Questa lunga discesa, coerente con la tendenza secolare alla riduzione della violenza interpersonale che gli storici documentano in tutta l’Europa, conobbe però un’inversione importante tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta, quando alla violenza comune si sommarono quella politica e, soprattutto, l’escalation dei conflitti legati alla criminalità organizzata. Il culmine fu il 1991, con 1.916 omicidi, pari a 3,4 ogni 100.000 abitanti, oltre un terzo dei quali, il 37,5%, attribuibile alle organizzazioni di tipo mafioso: tra il 1985 e il 1991 gli omicidi erano cresciuti di 992 unità e 522 di questi erano stati delitti di mafia, camorra e ’ndrangheta.

Il peso della componente mafiosa emerge anche nel lungo periodo con 6.681 omicidi attribuibili alle organizzazioni criminali di tipo mafioso compiuti nel periodo 1983-2018, il 95,6% dei quali concentrato in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Nel quinquennio 1988-1992 questi delitti sono arrivati a rappresentare circa un terzo di tutti gli omicidi commessi in Italia, mentre nel periodo 2013-2017 la loro quota era scesa al 9,1%. Dopo il picco la curva si è invertita con una rapidità che ha pochi precedenti: 1.461 omicidi nel 1992, 1.065 nel 1993, 746 nel 2000, fino ai 327 del 2024, con una riduzione complessiva superiore all’80%.

Le ragioni di questa inversione sono in buona parte note. La reazione dello Stato alla stagione delle stragi e alla crescente offensiva della criminalità mafiosa tra la fine degli anni Ottanta e primi anni Novanta – culminata negli attentati di Capaci e via D’Amelio – si tradusse in un profondo potenziamento degli strumenti investigativi, giudiziari e penitenziari di contrasto alla criminalità organizzata. Tra il 1991 e il 1992 furono istituite la Direzione investigativa antimafia, la Direzione nazionale antimafia e le Direzioni distrettuali antimafia; venne rafforzato il coordinamento delle indagini, disciplinata la protezione dei collaboratori di giustizia e introdotte norme più incisive sul piano patrimoniale, processuale e carcerario, fino al regime speciale previsto dall’articolo 41-bis. Questi strumenti hanno senza dubbio aumentato la capacità repressiva e investigativa dello Stato; tuttavia, la diminuzione della violenza mafiosa è stata frutto dell’interazione fra diversi elementi: l’arresto di numerosi appartenenti a vertici mafiosi e il crescente utilizzo dei collaboratori di giustizia da un lato e, dall’altro, l’indebolimento delle guerre interne alle organizzazioni criminali unitamente al progressivo mutamento delle strategie delle stesse organizzazioni, sempre meno inclini a ricorrere alla violenza eclatante quando questa comportava una risposta istituzionale particolarmente intensa. Un’analisi sulla mortalità per omicidio in Italia tra il 1980 e il 2014[2] ha rilevato un’associazione significativa tra il picco degli omicidi maschili dei primi anni Novanta e il grado di penetrazione mafiosa dei territori, osservando che, proprio nelle regioni a più alta penetrazione, i tassi si sono più che dimezzati e che gli omicidi commessi con armi da fuoco sono stati quelli diminuiti maggiormente.

L’Italia, in altre parole, non è diventata un Paese a bassa mortalità per omicidio perché sia scomparsa ogni forma di violenza, ma perché è stata drasticamente ridimensionata la componente che per decenni aveva avuto un peso eccezionale e che non si riscontrava con la stessa intensità in altri Paesi europei: quella delle faide, degli scontri tra gruppi criminali e dell’uso delle armi da fuoco nelle dinamiche della criminalità organizzata. Il fenomeno si inserisce nel più ampio crime drop che ha interessato i Paesi occidentali dagli anni Novanta, ma ciò che distingue il caso italiano è anche l’intensità del cambiamento: il tasso standardizzato medio di mortalità per omicidio è passato in Italia da 0,58 decessi ogni 100.000 abitanti nel triennio 2013-2015 a 0,40 nel 2021-2023, con una riduzione di circa il 31%; nello stesso periodo la media dell’Unione europea è scesa molto più lentamente, passando da 0,80 a 0,65 con una contrazione del 19% circa.

Nord e Sud: la scomparsa di un confine netto

La geografia regionale dell’indicatore europeo riserva più di una sorpresa a chi si aspetterebbe di ritrovare il tradizionale divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Nel dato standardizzato Eurostat del 2023, il valore più alto spetta alla Sardegna (0,86), seguita dalla Valle d’Aosta (0,68), dall’Abruzzo (0,65), dalla Provincia autonoma di Trento e dalla Puglia (entrambe 0,55) e dalle Marche (0,54), mentre in fondo alla graduatoria, accanto al Friuli Venezia Giulia (0,11), all’Umbria (0,19), a Bolzano (0,20) e alla Lombardia (0,25), si trovano la Campania (0,20) e la Basilicata (0,22). Calabria (0,39) e Sicilia (0,38) registrano valori inferiori a quelli di Piemonte (0,43), Emilia Romagna (0,44), Veneto (0,47), Toscana e Lazio (0,49). Calcolando, a fini puramente descrittivi, una media semplice dei valori regionali – dunque non ponderata per la popolazione – il Nord si attesta a 0,38, il Centro a 0,43 e il Mezzogiorno a 0,46; escludendo la Sardegna, il Sud continentale e la Sicilia scendono a 0,40, sostanzialmente lo stesso livello delle regioni settentrionali. È un quadro cambiato in pochi anni, giacché nel 2018 la frattura Nord-Sud era ancora chiaramente riconoscibile con 0,83 omicidi ogni 100.000 abitanti nel Mezzogiorno contro 0,43 nel Centro-Nord registrati dalle Forze dell’ordine italiane, anche se la distanza si stava già riducendo proprio per la caduta particolarmente intensa di alcune regioni meridionali. In Calabria, per esempio, il tasso di omicidio maschile era sceso dai 5,23 ogni 100.000 uomini del triennio 2010-2012 agli 1,95 del 2016-2018, con una riduzione del 62,8%, molto superiore alla media nazionale. La convergenza, in altre parole, è avvenuta soprattutto perché il Mezzogiorno è sceso di più, un dato che riflette il crollo della violenza mafiosa nei territori in cui era storicamente concentrata.

La contrazione della componente criminale nei fenomeni omicidiari, del resto, non significa che essa sia scomparsa. Nel 2024, gli omicidi attribuibili alla criminalità organizzata presentavano ancora un tasso di 0,09 ogni 100.000 abitanti nel Mezzogiorno, contro 0,01 nel Centro e nessun caso nel Nord; la Campania risultava la regione con il tasso più alto di vittime maschili, 1,74 ogni 100.000 uomini, seguita da Molise (1,39) e Sardegna (1,04) e, al Sud la quota di omicidi con autore rimasto ignoto – considerata spesso segnale della presenza di contesti criminali – raggiungeva il 19,8%, contro l’8,3% del Nord. Gli omicidi di donne seguono invece una geografia diversa con le concentrazioni più alte in Valle d’Aosta, Sardegna e Marche (dati Istat); quelli che avvengono in àmbito familiare dove si concentra la grande maggioranza delle vittime femminili, non mostrano una precisa caratterizzazione territoriale, ma producono di anno in anno picchi regionali in larga parte episodici.

Non bisogna però cadere nella tentazione di leggere il risultato italiano come una generica certificazione secondo cui l’Italia sarebbe uno dei Paesi più sicuri d’Europa. L’omicidio è la manifestazione più estrema della violenza, ma non esaurisce il concetto di sicurezza: la stessa ricostruzione storica dell’Istat ricorda che per alcune forme di criminalità predatoria, come i furti di autoveicoli e nelle abitazioni, l’Italia continua a presentare livelli relativamente elevati nel confronto europeo. È inoltre interessante accostare i dati sugli omicidi a quelli sulla percezione di insicurezza rilevati da Istat, che evidenziano l’esistenza di una relazione debole e non significativa fra i due fenomeni: spesso territori con pochi omicidi presentano livelli elevati di insicurezza percepita e viceversa. La paura della criminalità, dunque, non dipende soltanto dalla frequenza della sua manifestazione più estrema, ma anche dalla diffusione di altri reati, dal degrado urbano, dalla vulnerabilità individuale e dalla struttura dei contesti in cui si vive.

Quello che il calo non ha toccato

Se il primato italiano è degno di nota e in larga parte il frutto del ridimensionamento della violenza mafiosa e criminale, si tratta tuttavia di un risultato parziale: la riduzione ha riguardato soprattutto gli uomini. La serie storica Istat mostra un crollo degli omicidi maschili nel periodo 1992-2018 da 4 a 0,7 ogni 100.000, mentre per le donne il calo è stato decisamente più contenuto (da 0,6 a 0,4 ogni 100.000). In altre parole, se nei primi anni Novanta per ogni donna uccisa si contavano cinque uomini, oggi questo rapporto è sceso a circa due a uno. Sebbene le donne continuino comunque a rappresentare una componente minoritaria dei casi di omicidio, il fenomeno si distingue da quello maschile perché assume una forma specifica e ormai tristemente nota: la maggioranza degli omicidi riferiti a donne si consuma nell’ambito domestico per mano del partner o ex partner. Nel 2024, l’Istat ha stimato 106 femminicidi presunti su 116 omicidi con vittima donna, e nell’86% circa dei casi il contesto era quello familiare o affettivo. Il rischio, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si concentra tra le giovani donne ma cresce con l’età e raggiunge il valore massimo tra le anziane di 75-84 anni, con 0,81 vittime ogni 100.000, spesso per mano di partner o familiari. È una dinamica che non riguarda solo l’Italia: a livello europeo le donne hanno una probabilità circa doppia rispetto agli uomini di essere uccise da un partner o da un familiare: 0,4 contro 0,2 ogni 100.000 nel 2023. Ma proprio perché il resto della mortalità per omicidio si è così ridotto nel nostro Paese, questa componente pesa oggi di più sul totale e il suo calo contenuto fa molto più rumore.

Va detto, per completezza, che anche il tasso di omicidi femminili colloca l’Italia tra i Paesi europei con i valori più bassi: nel 2022 con 0,42 donne uccise ogni 100.000, l’Italia era vicinissima al valore minimo tra i Paesi Ue con dati disponibili[3] (0,39 registrato in Irlanda). Il problema, dunque, non è che le donne italiane corrano un rischio più alto delle altre europee, ma che il loro rischio si sia ridotto molto meno di quello degli uomini, fino a diventare una componente centrale dei decessi per omicidio nel Paese.

Un primato da consolidare e da leggere fino in fondo

È forse la distanza tra l’Italia di oggi e quella dei primi anni Novanta il dato più significativo. Il Paese, che nel 1991 visse uno dei momenti più drammatici della propria storia recente per violenza mafiosa e criminale, è oggi stabilmente collocato nella parte più favorevole delle classifiche europee della mortalità per omicidio. Le differenze regionali non sono scomparse e alcune componenti della violenza restano fortemente territorializzate, ma la loro scala è cambiata: persino nelle regioni con le maggiori fragilità economiche e sociali il tasso complessivo di mortalità per omicidio può oggi risultare molto contenuto. La mappa italiana degli omicidi non coincide più automaticamente con quella della povertà, della disoccupazione o del ritardo economico, non perché questi fattori siano irrilevanti per la violenza, ma perché negli ultimi trent’anni è cambiata la composizione stessa della violenza.

Proprio per questo il dato va letto per ciò che misura e per ciò che non può vedere. Un tasso di omicidi basso non equivale all’assenza di criminalità organizzata: le mafie si evolvono, cambiano modalità di azione e sostituiscono la violenza visibile con forme di controllo più silenziose, fondate sull’infiltrazione economica, sulla corruzione e su forme di violenza che nessun certificato di morte registra, ed è questo uno dei limiti strutturali dell’indicatore europeo scelto per misurare la pace e la giustizia.

Inoltre, il successo complessivo non deve oscurare la componente che resiste al calo, quella della violenza contro le donne nelle relazioni più strette che chiede strumenti diversi da quelli che hanno permesso di arginare la violenza mafiosa.

L’introduzione del reato di femminicidio con la legge n.181 del 2 dicembre 2025 e il nuovo articolo 577-bis del Codice penale rappresentano il riconoscimento giuridico della specificità di questa forma di violenza; i primi dati del Ministero dell’Interno sembrano positivi: nel primo semestre del 2026 le vittime femminili di omicidio e femminicidio sono state 34 contro le 54 dello stesso periodo dell’anno precedente, con un calo del 37%. È però troppo presto per leggervi un’inversione di tendenza trattandosi di dati provvisori e riferiti a un arco temporale breve; sarà il tempo a dire se – dopo aver drasticamente ridotto la violenza delle organizzazioni criminali – il Paese saprà fare altrettanto con quella che matura nelle relazioni più strette. Non basta dare un nome a un reato: il contrasto deve partire anche dalla capacità di intercettare prima i segnali di controllo, possesso, minaccia e violenza – tutti fattori che purtroppo rappresentano in larga parte un numero oscuro di difficile emersione – rafforzando prevenzione, protezione delle vittime e interventi sulle dinamiche culturali e relazionali che li alimentano.

 

[1] Il tasso Eurostat deriva dalle statistiche sulle cause di morte, costruite a partire dai certificati di decesso compilati dai medici, si riferisce ai residenti ed è standardizzato per età, cioè rapportato a una popolazione europea di riferimento per rendere confrontabili territori con strutture demografiche diverse. Il dato Istat elaborato dal database del Ministero dell’Interno conta invece gli omicidi volontari consumati registrati dalle Forze di polizia.

[2] Trends and patterns in homicides in Italy: A 34-year descriptive study, Forensic Science International, Febbraio 2020.

[3] Istat, Noi Italia 2025.

 

 

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